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Sport | 02 febbraio 2026 | 18:00

"Il problema è che oggi lo sci viene percepito più come svago che come pratica sportiva". Lo sguardo del fotografo Federico Ravassard sui cambiamenti della neve

In un'epoca di inverni fragili, il suo punto di vista non archivia solo il passato: celebra la neve presente e invita a immaginare un modo di abitare la montagna più aderente all'attualità sociale e ambientale. In questa uscita della rubrica "Pista Battuta" osserviamo l'inverno attraverso gli occhi di un fotografo

Ci sono fotografie che sono macchine del tempo. "Meno cinquantasei percento" di Federico Ravassard ti riporta indietro. Un manto nevoso soffice che brilla alla luce. È una neve fredda, appena caduta, cristalli intatti, aria tagliente: una neve che vedremo sempre meno in futuro. Guardandola, sento crescere una nostalgia condivisa: è malinconia per un inverno lontano, lungo tre mesi, e per stagioni che avevano più tempo.

 

Ogni fiocco di neve è un minuscolo universo di geometrie, fatto di superfici lisce e sfaccettate che, al freddo intenso, restano nette, pure. Solo alcuni, per un istante, la rimandano verso i nostri occhi: è lì che la neve brilla. Quando la neve è fredda e appena caduta, i cristalli conservano la loro forma perfetta. Non si sono ancora arrotondati, fusi, incollati fra loro. È come se, a basse temperature, la neve avesse il coraggio di mostrarsi per quella che è: una trama complicata, precisa, senza compromessi. Bellissima e onesta, in un continuo riflesso di sé stessa.

 

Anche la fotografia, spesso, lavora con uno specchio: la luce entra, rimbalza, viene catturata. Quando lo scatto è onesto, il parallelismo diventa inevitabile: come la neve più pura, una fotografia non teme di riflettere tutto, anche quello che non è comodo vedere. Federico viene da una vita passata sulle piste battute, da agonista: conosce la neve non solo come soggetto da ritrarre. E in questa fotografia, in questo manto che brilla al freddo, vedo insieme la bellezza del presente e la malinconia di qualcosa che sentiamo già in via d'estinzione.

Da torinese, guardando alla Val Susa oggi, cosa vedi nelle infrastrutture lasciate dalle Olimpiadi di Torino 2006: cicatrici, possibilità, o entrambe?

 

"Da torinese ho l’impressione che Torino 2006, almeno sulle piste, oggi venga celebrata pochissimo. A Bardonecchia, per dire, il grande cartellone con i cinque cerchi è stato prima dimenticato (impolverato, rotto) e poi letteralmente spazzato via da un’alluvione: una metafora piuttosto eloquente di come abbiamo gestito quell’eredità. Anche lungo le piste i rimandi alle Olimpiadi sono scarsi, quasi invisibili. Credo che qui emerga un nodo culturale: in Italia, e in particolare da noi, manca una vera cultura sportiva. La montagna è sfruttata soprattutto in funzione del turista "da divertimento", più che di chi la frequenta per lo sport in senso stretto. E lo sci agonistico, spesso, resta pratica di una ristretta fascia sociale, che non aiuta a creare un immaginario condiviso.

 

Se guardiamo alle infrastrutture, il quadro è molto disomogeneo. A Bardonecchia, in località Melezet, l’half-pipe è chiuso da anni: è a quota relativamente bassa, servirebbe molta neve artificiale per permetterne l’utilizzo, la manutenzione è costosa e complicata, e un pipe di dimensioni olimpiche è per sua natura un impianto elitario, che avrebbe senso solo con squadre che lo usano stabilmente e con una comunicazione adeguata allo scopo. A Sestriere invece la storia è diversa: le piste c’erano già, sono state valorizzate e oggi sono ancora molto utilizzate per allenamenti di sci club, gare di Coppa del Mondo, Coppa Europa e competizioni FIS. In quel caso l’eredità olimpica si è innestata su una struttura che aveva già una sua solidità.

 

Il nodo più emblematico è la pista di bob di Cesana Torinese: costruita per il 2006 e abbandonata pochi anni dopo, è diventata un eco–mostro, una ferita nel paesaggio e un "cantiere permanente" da smantellare. Si sarebbero potuti investire circa 15 milioni per recuperarla in vista delle nuove Olimpiadi, invece di spenderne oltre 100 per un nuovo impianto a Cortina: oggi è considerata uno scandalo a cielo aperto, una lezione mancata. Sono stati stanziati 9 milioni per demolirne la parte principale, mentre le strutture accessorie restano in cerca di una funzione, tra le ipotesi quella di uno skidome per lo sci indoor, subordinato però all’arrivo di investitori privati. A Pragelato, invece, si punta alla riqualificazione: i trampolini non saranno abbattuti ma trasformati in un’area museale dedicata a Torino 2006 e all’arte contemporanea, affiancata da piste di allenamento e da un futuro centro federale per le discipline nordiche.

 

Pragelato, nel frattempo, è diventato un’area molto interessante per lo sci alpinismo: un bosco di larici esposto a nord, logisticamente comodo e con belle discese raggiungibili con poco dislivello. Sono vecchie piste che il bosco si sta riprendendo e, senza una visione, rischiamo di perderle anche per lo sci alpinismo, invece di mantenerle "pulite" come terreno ideale per principianti. Intanto i trampolini si sfaldano, spargendo pezzi di plastica ovunque. Altrove, come a Crevacol, si è scelto di puntare con decisione proprio su questo tipo di pratica, e oggi quella scelta appare lungimirante".

Parlando con Federico emerge una Val Susa segnata da molte cicatrici e da occasioni mancate, ma non solo: ci sono anche esempi virtuosi, come Prali, che ha saputo utilizzare i fondi per ammodernare gli impianti. L’eredità olimpica appare così come un mosaico irregolare: dove c’era una visione le strutture hanno trovato un senso, dove è mancata sono rimaste soltanto rovine ingombranti nel paesaggio.

 

Secondo te è possibile immaginare uno sci alpino più sobrio, più piccolo, meno invasivo, o pensi che questo sistema possa reggere finché dura, e poi crollare?

 

"Secondo me uno sci alpino più sobrio e meno invasivo non è solo possibile da immaginare, ma in parte esiste già. Esistono piccoli comprensori come Prali o Crevacol che funzionano perché hanno costi contenuti e un’impostazione diversa. A Prali, per esempio, lo skipass giornaliero è intorno ai 30 euro nei festivi (28 online) e 25 nei feriali (23 online): grazie a un ottimo innevamento naturale riescono a limitare molto le spese per la neve artificiale. Se il tuo obiettivo è davvero sciare, non fare après-ski o cercare un 'parco giochi' di montagna, ma concentrarti sul gesto sportivo, è un contesto ideale. Il problema è che oggi lo sci viene percepito più come intrattenimento e svago che come pratica sportiva, e a rimetterci è soprattutto lo sci agonistico.

 

In Val Susa, inoltre, manca una visione strutturata di turismo estivo legato alla montagna. Le proposte sono poche, quando il territorio avrebbe moltissimo da offrire: il mondo dell’escursionismo, per esempio, è un’occasione ampia e inclusiva che stiamo lasciando sul tavolo".

 

Confrontandomi con Federico mi sembra evidente che sviluppare davvero questo tipo di offerta aiuterebbe a evitare la concentrazione di grandi flussi sempre nelle stesse località, spesso sovraccariche, semplicemente perché si ignorano mete alternative.

"Detto questo, sì: uno sci più sobrio e accessibile è possibile, ma dipende dalle scelte delle persone e di chi gestisce gli impianti. Un esempio: nel pieno delle vacanze di Natale, dopo una nevicata enorme, le piste in alto non si riuscivano a battere e, invece di tenerle chiuse, a Prali hanno annunciato una 'giornata freeride'. Hanno aperto gli impianti permettendo di sciare in pista con un metro di neve fresca. È un segnale di flessibilità e intelligenza: Prali ha capito che non può competere con la Via Lattea sul turismo di massa, ma può farlo sul terreno dello scialpinismo e di chi mette al centro lo sport, scegliendo consapevolmente di giocarsela su una nicchia. La loro filosofia sembra essere: 'finché c’è neve, siamo aperti'. Due anni fa sono arrivati fino al 25 aprile e si sciava nella polvere oltre il termine canonico della stagione".

Che cosa senti nel momento in cui scatti una foto sapendo che è, in qualche modo, un addio a quel luogo o a quella neve? Per te quel gesto è più un atto di resistenza, di archiviazione o di consolazione personale?

 

Direi che è soprattutto un gesto di esaltazione e di riverenza, un modo per rendere omaggio a ciò che ho davanti. Scattare, per me, significa sottolineare ed esaltare un luogo o un momento. Non mi avvicino al ghiacciaio con l’idea: "questo non ci sarà più", ma con la volontà di cercare quello che c’è e valorizzarlo. Sono conscio di ciò che sta cambiando, ma preferisco mostrare ciò che esiste piuttosto che insistere sulla scomparsa. Punto sul lato estetico proprio per provare a generare consapevolezza.

 

Come cambia il tuo sguardo di fotografo quando sei in un ambiente affollato (piste, impianti, code) rispetto allo sci alpinismo, dove spesso ci si ritrova in pochi o da soli?

 

"Quando fotografo in pista, soprattutto nello sci alpino, il mio primo istinto è quello di eliminare dalla montagna tutti gli elementi che percepisco come "di disturbo". Cerco di farla assomigliare il più possibile all’ambiente che vivo con lo sci alpinismo. Piloni, folla, reti, segnaletica: sono tutti corpi estranei all’idea di sci che ho in testa e ti fanno capire quanto lo sci alpino sia, di fatto, invasivo. La montagna viene usata come scenografia e non come scena: tu scii davanti alla montagna, non scii dentro la montagna. E raramente, negli sci club, vengono insegnate cose alternative ai pali. 

 

Lo trovo anche più monotono da raccontare: alla fine 'l’immagine giusta' coincide quasi sempre con le righe perfette del gatto, uno sciatore in piega con il sedere a terra e il cielo azzurro. Fotografando in pista ti accorgi di quanta poca montagna ci sia nello sci alpino: restando sulla pista battuta ti perdi una quantità enorme di esperienze sensoriali e visive".

Sono in parte d’accordo con Federico. Anch’io, che ho fatto sci agonistico per parecchi anni, ho capito solo dopo aver smesso quante cose mi fossi persa dei luoghi vissuti. All’epoca vedevo soprattutto i pali piantati in pista: erano il mio scopo. I miei allenatori dovevano insegnarmi a sciare e ad andare veloce: quello era il patto. 

 

Solo una volta chiuso con le gare ho scoperto davvero dove mi trovavo. Ho realizzato, per esempio, che in Valsesia, già da Mollia, si può vedere la Capanna Regina Margherita. Non lo sapevo. Ignoravo che i frammenti di plastica dei pali rotti fossero un problema per la montagna, ignoravo quasi tutto del luogo che mi ospitava. Da un lato penso che sia uno sbaglio; dall’altro riconosco che l’agonismo, per sua natura, ha altre priorità.

 

Oggi, che mi ritrovo dall’altra parte a insegnare, cerco di fare diversamente. Chiedo ancora impegno, rigore, attenzione al gesto tecnico, ma provo anche a raccontare ai ragazzi dove stanno sciando e quanto sia prezioso e delicato il luogo che stanno attraversando. L’agonismo resta dedizione alla prestazione, ma non può più permettersi di ignorare il mondo in cui quella prestazione prende forma.

C’è qualcosa del mondo agonistico che ti manca veramente, e qualcosa che sei felice di esserti lasciato alle spalle?
 

"Sono felice di essermi lasciato alle spalle una certa visione della montagna, molto consumistica e tutta centrata sulle infrastrutture. Lo sci è uno dei pochi sport così intimamente legati all’ambiente da averlo persino modellato: ha forgiato le Alpi, le ha cambiate.
 

Quello che mi manca davvero, però, è vedere gente che scia forte. Il gesto tecnico, anche nell’agonismo più puro, continua a esaltarmi e affascinarmi. Lo scorso weekend, ad esempio, ero libero e mi sono messo a guardare Kitzbühel".

Ci sono molti motivi validi per scattare una fotografia. Per l'illusorio tentativo di fermare la bellezza, per ricordare, per creare, per amare. Ho sempre amato la fotografia di montagna. Ho amato il clamore del pubblico di Schladming e il silenzio del faggio nel bosco.

 

Paolo Cognetti ha scritto: "La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all'altro, silenzio tempo e misura".

 

Fotografare la neve oggi significa soprattutto questo: misurarsi col tempo. Con quello che abbiamo avuto, con quello che stiamo perdendo, con quello che (in forme nuove, impreviste) forse ritroveremo. Sono grata a chi continua a fotografare la montagna nelle sue contraddizioni, nelle sue ferite, spogliata delle scenografie rassicuranti, mostrata con rispetto nel suo delicato cambiamento, di cui, volenti o nolenti, saremo testimoni. Ma, come si vedono le ombre lunghe al tramonto, vedremo sempre nelle immagini le tracce della montagna.

 

Non so dire, se mi guardo dentro, cosa sarà delle piste battute, dei miei ricordi fra i pali rossi e blu. Ma credo nella forza dell'uomo, come della montagna, di sapersi accettare. Forse ci ritroveremo nudi, spaesati, con meno certezze e più fango sotto gli scarponi.

 

Avremo il coraggio di guardarci, di specchiarci nella neve più fredda. Potremo, come lo sguardo di Federico, viaggiare senza vergogna né timore dentro questo cambiamento, portando con noi, in una fotografia, tutto quello che non siamo riusciti a trattenere nella realtà.

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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