Il punto non è abolire lo sci, ma scegliere dove e come ha ancora senso sostenerlo: "Bisognerebbe far capire quali sono i limiti di questo ambiente, perché certe scelte pesano per decenni"

"Questo, nel mio lavoro, è la parte che sento di poter fare davvero: provare a trasmettere rispetto per la montagna, oltre la gara e oltre la pista". In questa uscita della rubrica "Pista Battuta" ci confrontiamo con Toio, che nella vita si è sempre guadagnato da vivere con lo sci, come maestro e come allenatore

Esistono realtà profondamente legate alla montagna, che risultano indecifrabili per chi non le ha vissute. Lo sci alpino, praticato a livello agonistico, è una scuola di vita che, personalmente, non ho trovato in nessuna aula chiusa. Per un bambino, il maestro prima e l'allenatore poi, diventano punti di riferimento importanti. In questa rubrica, come sapete, sono alla ricerca di un equilibrio che pare utopico, ma se voglio continuare a cercare, non posso prescindere dall'importanza che lo sci ha per persone che, come Toio, hanno dedicato a questo sport la loro intera vita.

A sedici anni, per lo sci, mi sono trasferita lontano da casa. Quando si arriva a quel punto, l'allenatore diventa molto altro: è insegnante, psicologo, preparatore atletico, poliziotto, amico e persino genitore. Il suo ruolo è cruciale, tanto per la crescita dell'atleta, quanto per quella della persona.

Lontana da casa, tra me e il mio allenatore A. è nato un rito: la stretta di mano. Non ho mai capito appieno come funzionasse, ma sapevo che quando A. mi stringeva la mano, avevo fatto qualcosa di buono. Aveva le mani grosse, spesse e stringeva forte. Io strizzavo le dita intorno alle sue come se volessi lasciare impressa la mia impronta, il mio passaggio. Più tempo le mani restavano avvinghiate, più comprendevamo la stima reciproca. Le porto ancora con me, le strette di mano di A. Chiudo gli occhi e sento ancora, sulla pelle, la nostra alleanza. Io e A. non ci vediamo da oltre dodici anni, ma gli sono grata per ciò che mi ha insegnato, dentro e fuori dalla pista battuta.
Tra allenatore e atleta vige un patto implicito: "Io metto tutto me stesso, tu metti tutto te stesso. Io ti ascolto, tu mi ascolti. Io ci sono, tu ci sei."

Tra chi questo patto lo vive ancora oggi c’è Toio, che lo sci ce l’ha scritto in faccia. Gli occhi chiari, segnati dal vento, sembrano tenere aperta solo la fessura necessaria per leggere una pista. Toio ha sessantasette anni e nella vita si è sempre guadagnato da vivere con lo sci, come maestro e come allenatore. Da quest’anno ho il piacere di lavorare al suo fianco. Ho l’impressione che il suo corpo sia stanco e chieda riposo, ma il cuore lo riporta, ogni anno, in pista. Mi sta insegnando molto, per questo ho scelto di intervistare proprio lui. Spero che un giorno, così come facevo con il mio allenatore, possa stringere la mano al mio collega. Che quella stretta rappresenti non solo alleanza, ma eredità: una chiamata a continuare.
Qual è la responsabilità più grande che senti verso i ragazzi che alleni oggi?
La responsabilità più grande è, senza dubbio, la formazione dei bambini e dei ragazzi. Metto volutamente al primo posto ciò che riusciamo a lasciare nella loro testa, più che nei loro piedi. L’agonismo, se ben guidato, è un terreno straordinario per imparare a gestire le situazioni, ancora prima che le emozioni. E lo sci è, per antonomasia, uno sport di situazione: ogni curva è diversa, la neve cambia di ora in ora, così come il meteo e i tracciati di allenamento. Per questo il nostro compito sarebbe riduttivo se lo limitassimo al "farli sciare forte". Educare è qualcosa di più ampio: parlo di formazione, perché tocca la persona nel suo insieme. Siamo un riferimento costante per loro, e un’altra grande responsabilità è non dare mai il cattivo esempio. Formare significa lavorare su più livelli: instaurare un dialogo vero con le famiglie, oltre che con i ragazzi; mantenere equilibrio in tante situazioni diverse; saper gestire un gruppo dove convivono talenti diversi, caratteri forti e timidi, "bulli" e più fragili. La formazione umana viene prima di quella tecnica: se sbagliamo lì, tutto il resto perde senso. Come in tutto ciò che riguarda lo sci, la parola chiave è ancora una volta equilibrio.
C’è poi un aspetto che sento sempre più centrale: la formazione ambientale. Conoscendo bene la situazione critica della montagna oggi, non possiamo ignorare il ruolo educativo che abbiamo anche su questo fronte. Un esempio banale ma concreto: quando in pista si rompe un palo, i pezzi di plastica spesso restano sul manto nevoso e vengono poi tritati dai gatti delle nevi, trasformandosi in micro-frammenti dispersi nell’ambiente. Io e Chiara cerchiamo di far capire questo ai ragazzi: raccogliamo insieme la plastica che lasciamo intorno ai tracciati, spieghiamo perché è importante non lasciare nulla dietro di sé. Usiamo il gioco per coinvolgerli: vicino ai rifugi dove ci fermiamo per pranzo li invitiamo a raccogliere vetro e plastica abbandonati. È successo che, dopo le feste natalizie, abbiano recuperato diverse bottiglie di vetro e il gestore del rifugio li abbia ringraziati con cioccolatini e caramelle. Sono gesti piccoli, certo, ma crediamo siano semi preziosi: attraverso lo sci li formiamo non solo come atleti, ma come persone più consapevoli e rispettose della montagna che li ospita.

Cosa imparano nello sci agonistico che, secondo te, non potrebbero imparare altrove?
"Se vogliamo dare una risposta tecnica, lo sci insegna tantissimo ad adattarsi, perché le situazioni cambiano sempre. Cambia la neve, cambia la pista, cambia il meteo. Cambi tu: hai freddo, hai caldo, ti fanno male i piedi. Sei costretto ogni giorno a trovare un modo per far funzionare le cose anche quando non è tutto perfetto. Ci sono tanti spunti in tutti gli sport a livello agonistico per formare un ragazzo e farlo diventare un adulto in grado di affrontare le situazioni della vita con capacità, equilibrio, indipendenza, autonomia. Qualsiasi sport, quando ci tieni davvero, funziona così. Il meccanismo è questo: inizi come attività ludica, poi cominci a tenerci, ti appassioni, vuoi essere bravo, e allora accetti di fare dei sacrifici. In poche parole: affronti situazioni anche scomode per raggiungere un obiettivo. La capacità di adattarsi, invece, è strettamente legata al nostro sport. Nello sci cambia sempre tutto."

Nel garage con Toio, a chiacchierare tra una passata di lima e l’altra, ho capito che lo sci insegna ai ragazzi qualcosa che la vita chiederà loro comunque: smettere di aspettare la condizione perfetta. Imparare a fare del proprio meglio dentro l’imperfezione del momento: neve difficile, gambe stanche, paura al cancelletto. È lì che nasce un’autonomia interiore: non quando tutto fila liscio, ma quando impari a stare in piedi lo stesso.
"In ski racing you never have perfect conditions. You have to find a way to be fast anyway."
Marcel Hirscher

Che ruolo ha avuto, e ha ancora oggi, lo sci nella tenuta della vita di montagna, dove lavori tu?
"Ha un ruolo fondamentale. Basta guardare come si distribuiscono le entrate: c’è un picco molto marcato in inverno e un calo altrettanto evidente quando la stagione finisce. Ho lavorato anche in albergo a Claviere: era l’inverno il periodo in cui si guadagnava davvero. Anche località come Les Deux Alpes, che sono tra le più attrezzate su altri sport, in estate vivono ancora in gran parte di sci.
Tutti i ragionamenti sulla montagna, sulla tutela e sulla sostenibilità sono giusti e importanti, e io ci credo. Allo stesso tempo, però, la montagna è anche un luogo dove si vive e si lavora. A molti piacerebbe l’idea di una montagna più "pura", meno segnata dagli impianti, piace anche a me, istintivamente. Ma bisogna tenere insieme questo desiderio con la realtà di chi ci abita tutto l’anno. Prima dello sviluppo dello sci, molte di queste zone erano molto più isolate e con meno possibilità. Va detto che in alcune aree, penso per esempio al Nord-Est, sono già stati fatti passi avanti significativi sulla tutela dell’ambiente, e sicuramente possiamo e dobbiamo continuare a migliorare. Io sono contrario agli estremi: né sfruttamento senza regole, né idea romantica di una montagna da cartolina dove però nessuno può permettersi di vivere."

Anch’io, come Toio, fatico a vedere lo sci solo come "il cattivo". Ha poco senso continuare a investire in stazioni dove la quota non permetterà, con ogni evidenza, un futuro allo sci da pista: lì l’ostinazione sull’innevamento sembra più accanimento terapeutico che visione. Ma credo anche che lo sci, agonistico e turistico, abbia diritto di esistere, perché questo diritto ce l’hanno le persone che di sci vivono: maestri, tecnici, albergatori, stagionali, negozianti. Il punto, per me, non è abolire lo sci: è scegliere dove e come ha ancora senso sostenerlo.
Se davvero siamo bravi sciatori, dovremmo essere capaci di adattarci. Investire sulle stazioni di media–bassa quota ha senso solo se si ha il coraggio di cambiare modello e costruire un turismo che possa respirare tutto l’anno: bike park e trail di vari livelli, itinerari di trekking per famiglie, parchi avventura sugli alberi, trail running e cammini segnalati, falesie e vie ferrate facili, rifugi e malghe vivi anche fuori stagione, proposte educative per scuole e ragazzi, piccola cultura di valle con festival, cinema di montagna, musica, sport diversi.
Difendere lo sci dove ha ancora senso praticarlo e, insieme, allargare l’orizzonte delle attività mi sembra la strada più onesta: rispettare la montagna, trattarla come la cosa fragile che è, senza dimenticare che sulle sue fragilità poggiano comunque la vita, e il lavoro, di molte persone.
C’è qualcosa che rimproveri al "mondo dello sci" di non aver voluto vedere per tempo?
"Secondo me il 'mondo dello sci' avrebbe potuto, e dovuto, fermarsi un po’ prima sulla cementificazione. In tanti posti si è costruito troppo: alberghi, seconde case, parcheggi, strutture pensate solo per l’inverno che per mesi restano vuote. Si poteva puntare di più a recuperare quello che c’era già, a edifici più piccoli e integrati nel paesaggio, a un’urbanizzazione meno invasiva. Non è solo una questione di bellezza: più cemento vuol dire un territorio più rigido, che fa molta più fatica ad adattarsi quando il clima cambia e il turismo chiede cose diverse. E poi bisognerebbe, anche qui, fare formazione: ai ragazzi, alle famiglie, a tutti coloro che frequentano la montagna. Far capire dove si mette piede, quali sono i limiti di questo ambiente, perché certe scelte pesano per decenni. Questo, nel mio lavoro, è la parte che sento di poter fare davvero: provare a trasmettere rispetto per la montagna, oltre la gara e oltre la pista."
Non so se riusciremo mai a trovare l’equilibrio perfetto tra sci e tutela della montagna. So però che chi la montagna la vive davvero, come Toio e come i ragazzi che alleniamo, ha tutto l’interesse a proteggerla. È da lì che, forse, vale la pena ricominciare a parlarne.

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.













