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Sport | 15 febbraio 2026 | 18:00

"Un atleta di oggi non pensa che la propria carriera finirà a causa dell'innalzamento delle temperature". Lo sguardo di un allenatore di sci su un mondo che si scalda

Simone Del Dio, oggi nello staff della Norvegia, racconta come il riscaldamento globale sta trasformando allenamenti, calendari e responsabilità di chi lavora nello sci di alto livello. In questa uscita della rubrica "Pista Battuta" proviamo ad analizzare, grazie al confronto con un allenatore di grande esperienza, il terreno instabile su cui oggi poggia l'intero movimento sciistico

"Alé Chia, attacca i sogni". Questa frase è la prima che mi viene in mente quando penso a Simone. Me l'ha detta a Bormio, a voce bassa, vicino all'orecchio, al cancelletto di partenza della seconda manche di un gigante del circuito FIS. Ero giovane e mi ero piazzata 25ª in prima manche, questo significava che sarei partita quinta in seconda manche: pista liscia, condizioni ottimali. Quel piazzamento, per me che indossavo il pettorale 49, era già un ottimo risultato. Non avevo nulla da perdere. La pista non aveva grandi pendenze, ma presentava molti dossi da affrontare col giusto tempismo.

 

Al cancelletto di partenza, ogni atleta prova cose diverse. A me piaceva trovarmi lì, ero tesa ma carica, come la freccia di un arco prima di scoccare. In partenza, quando tocca a te, quando poggi i bastoni oltre il cancelletto, ti senti un po' come quando sulle montagne russe abbassano definitivamente le protezioni di sicurezza: sai di non poter più tornare indietro. In una gara di sci, però, hai tu il pieno controllo della discesa. Quel giorno, in quella seconda manche, realizzai il miglior tempo, recuperando 11 posizioni e finendo 14ª. Senza dubbio una delle migliori prestazioni della mia vita agonistica. La frase di Simo, pochi istanti prima di aprire il cancelletto, mi accese qualcosa dentro.

Credo che un bravo allenatore, una volta insegnata la tecnica, si distingua in questo: nel crederci davvero, nel crederci insieme a te, nel crederci anche quando tu non lo fai, nel crederci sempre. Quel suo "Attacca i sogni", lo porterò dentro per sempre.

 

Avrei voluto più tempo da passare in pista con Simone, ma era evidente che la sua passione e il suo talento lo avrebbero portato ben oltre una gara FIS a Bormio. Simone ha lavorato prima come allenatore di sci club ed è poi passato ad allenare ai massimi livelli: prima la nazionale spagnola, poi italiana, francese e, infine, norvegese.

 

Le posizioni di allenatori e atleti sul cambiamento climatico, sulla sostenibilità e sui metodi di allenamento connessi sono spesso poco discusse, ma fondamentali per capire come lo sport di alto livello sta vivendo questa crisi.

 

Ho scelto di parlare con Simone perché, grazie alle sue esperienze in Paesi e culture diverse, ha uno sguardo unico su come lo sci di alto livello stia affrontando questa crisi.

Come percepisci, da allenatore, il cambiamento climatico nella pratica quotidiana del tuo lavoro?

 

"Dal mio punto di vista di allenatore, il cambiamento climatico lo colgo all’interno di un quadro più ampio, che è quello del sistema turismomontagna. Il nostro è uno sport outdoor, itinerante, che si pratica in luoghi sempre diversi: questo permette di osservare da vicino, conoscere e comprendere le dinamiche della montagna non solo sul piano sportivo, ma anche su quello turistico, economico e ambientale. Mi auguro che questo sistema continui a essere sostenuto e, allo stesso tempo, orientato in modo sempre più responsabile, perché rappresenta un indotto fondamentale in termini di occupazione e sviluppo per molte realtà alpine.

 

Gli atleti, a loro volta, vivono la montagna con un’etica diversa e molto più consapevole: la utilizzano come terreno di allenamento e competizione, ma la rispettano profondamente e conoscono bene rischi, responsabilità, esigenze e fragilità che comporta. Sono convinto che il nostro sport contribuisca a far conoscere meglio la montagna e a rafforzare un rispetto autentico e duraturo verso una parte essenziale del nostro territorio".

Sono cambiate le strategie di allenamento, le località, le tempistiche e gli orari rispetto a qualche anno fa?

 

"Per quanto riguarda le squadre di Coppa del Mondo, è cambiata soprattutto la programmazione. I ghiacciai hanno risentito in modo molto evidente del cambiamento climatico. Negli ultimi decenni, i mesi invernali si sono scaldati in modo significativo. Al contempo, assistiamo sempre più spesso a nevicate più abbondanti e irregolari in primavera, tra marzo e aprile, mentre gennaio tende a essere meno freddo e con episodi di pioggia anche in quota. Da un lato questo è un problema serio per il sistema turistico, che fatica ad adattarsi a queste nuove dinamiche. Dall’altro, dal punto di vista della periodizzazione dell’allenamento, per noi ha avuto senso spostare in avanti alcune fasi del lavoro: aprile, per esempio, è diventato un mese utile per svolgere allenamenti di qualità e testare i materiali. Per noi è stato soprattutto un cambio di calendario, non una forzatura. Resta però il fatto che non tutte le stazioni sciistiche restano aperte oltre Pasqua, perché naturalmente l’afflusso turistico diminuisce.

 

Negli ultimi anni abbiamo progressivamente ridotto l’utilizzo dei ghiacciai estivi: è sempre più raro trovare condizioni di neve davvero adatte al tipo di lavoro specifico che richiedono atleti di Coppa del Mondo. Per questo ci spostiamo con maggiore frequenza nell’emisfero australe, in paesi come la Nuova Zelanda o alcune località del Sud America, dove ad agosto troviamo condizioni invernali più stabili. Oggi i ghiacciai sono ancora utilizzati soprattutto dagli sci club e dai comitati, mentre le squadre di Coppa del Mondo svolgono la gran parte della preparazione in inverno, sia per la qualità della neve, sia per la possibilità di avere piste sufficientemente lunghe e tecnicamente impegnative per il tipo di allenamenti che dobbiamo proporre agli atleti".

Nel modo in cui Simone racconta questa riorganizzazione silenziosa (lo spostamento del lavoro ad aprile, il minor uso dei ghiacciai estivi, la ricerca di "vero inverno" nell’emisfero sud) c’è già una forma di responsabilità educativa. Senza proclami, le sue scelte tecniche mostrano agli atleti che il cambiamento climatico non è un concetto astratto, ma qualcosa che ridisegna calendari, luoghi, possibilità. È dentro questi vincoli nuovi che si impara a inseguire gli obiettivi in modo diverso, più consapevole del rapporto ormai fragile tra sport e ambiente.

 

Hai riscontrato differenze tra le diverse squadre che hai allenato (spagnola, italiana, francese e norvegese) nel modo di affrontare il tema clima/sostenibilità? Ci sono approcci culturali o comportamentali che ti hanno colpito?

 

"Assolutamente, perché ogni nazionale, ogni Paese, è in fondo lo specchio della propria società. Il modo in cui una comunità vive l’impatto ambientale e socio‑economico si riflette in modo molto chiaro anche nello sport che pratica e nel modo in cui lo pratica. Devo riconoscere che, rispetto ad altri, noi italiani tendiamo ad arrivare un po’ dopo, pur avendo spesso le informazioni anche prima degli altri: facciamo più fatica a trasformarle rapidamente in scelte concrete. All’estero, invece, la spinta verso la sostenibilità è più visibile già nella vita quotidiana: basta un viaggio in macchina per rendersi conto di quanto siano più diffusi, rispetto a noi, impianti eolici, fotovoltaici e in generale le energie rinnovabili. Sono differenze macroscopiche a livello di Paese.

 

Questo non cambia direttamente il modo in cui sciamo, ma crea un contesto diverso. In Norvegia, per esempio, nel 2025 il oltre il 90% delle nuove immatricolazioni di auto è stato di veicoli elettrici: senza entrare nel merito se sia la soluzione perfetta o meno, è comunque un segnale di volontà di cambiamento. Dal prossimo anno, nella squadra con cui lavoro, le auto "normali" che utilizziamo per spostare atleti e valigie verranno fornite quasi tutte elettriche; resteranno termici solo i furgoni da carico, dove trasportiamo pali, sci e materiale ingombrante. A Oslo, se hai un’auto elettrica, paghi meno e ci sono diverse agevolazioni pensate proprio per orientare le scelte delle persone. Giusto o sbagliato che sia, non sta a me dirlo; ma è evidente che lì si è imboccata una direzione precisa, con l’idea dichiarata di provare a cambiare le cose in meglio".

Parlare con Simone mi ha spinto ad approfondire ulteriormente come, in un Paese come la Norvegia, il rapporto tra sci alpino, società e ambiente sia tutt’altro che casuale, ma affondi le radici in una cultura della montagna molto precisa, che si può sintetizzare in tre elementi chiave:

  • Friluftsliv

In Norvegia il friluftsliv è una vera filosofia della vita all’aria aperta: stare nella natura non è solo svago, ma un modo di educare, fare comunità, cercare benessere. Da qui nasce l’idea della montagna come ambiente da custodire, non solo come sfondo per lo sport.

  • Sci come mobilità e tradizione, non solo turismo

Lo sci (soprattutto di fondo) fa parte della quotidianità: è un mezzo di spostamento, una tradizione familiare, un’abitudine invernale comune. La montagna viene così pensata meno come "parco giochi" turistico e più come spazio vissuto, con infrastrutture generalmente più sobrie e integrate nel territorio.

  • Educazione e regolamentazione fin dall’infanzia

Fin da piccoli, i bambini norvegesi vengono portati fuori con ogni condizione meteo, imparano a muoversi sulla neve e a rispettare regole semplici ma ferree: non lasciare tracce inutili, non sporcare, non danneggiare. Questa educazione è rafforzata da politiche e norme coerenti che trasformano la cultura del rispetto in comportamenti diffusi e strutturali.

C’è consapevolezza tra gli atleti di questa crisi e di ciò che può comportare per il loro sport e per la loro carriera? In che modo ne parlate all’interno di una squadra di Coppa del Mondo?

 

"Secondo me non è una consapevolezza così immediata, o almeno non viene percepita in modo diretto. Un atleta di oggi non pensa che la propria carriera finirà a causa dell’innalzamento delle temperature: semmai il pensiero va ai figli, ai nipoti, a quello che troveranno loro. Devo ammettere che all’interno della squadra non ne parliamo spesso in modo esplicito: abbiamo chiaro che non siamo noi, da soli, a determinare il destino del pianeta. Siamo una piccola parte; ma, come chiunque lavori e viva in questo mondo, contribuiamo anche noi a comporre il quadro complessivo.

 

Nel nostro piccolo cerchiamo di fare meglio, ma attorno a noi c’è un indotto enorme, il bacino di utenza turistico legato alla montagna, e non è soltanto lo sci agonistico a incidere a livello globale. Anche i nostri spostamenti hanno un senso più ampio: viaggiamo molto, è vero, ma lo facciamo anche per dare e restituire visibilità, prestigio e riconoscenza a quelle località che, storicamente, hanno sempre ospitato le gare di Coppa del Mondo.

Nel 2023, proprio il norvegese Aleksander Aamodt Kilde, insieme ad altri 200 atleti, ha chiesto alla FIS di rivedere il calendario e di agire con più decisione sull’emergenza climatica. Cosa pensi di proposte come lo spostamento dell’inizio stagione da fine ottobre a fine novembre e della chiusura ad aprile inoltrato?

 

"Di soluzioni, potenzialmente, ce ne sono molte. A mio avviso, il caso delle gare programmate a novembre a Plateau Rosà è stato in parte strumentalizzato: più che una scelta davvero legata al clima, è sembrato un modo per evitare una gara che quasi ogni anno rischia di essere cancellata. Su un ghiacciaio oltre i 3.000 metri, a novembre, i giorni utili sono comunque pochissimi. Attorno allo sci ci sono giustamente anche esigenze di pubblico, di televisione e di ritorno economico: senza questi aspetti, il nostro sport non potrebbe avere lo stesso livello di visibilità e di professionalità. Le soluzioni ci sono, ma vanno pensate tenendo insieme le necessità ambientali e quelle di chi deve organizzare e promuovere le gare.

 

Una possibile strada potrebbe essere spostare alcune gare in Sud America o in Nuova Zelanda: ad agosto noi lì ci alleniamo già, quindi tecnicamente sarebbe fattibile dilatare il calendario. Resta da capire se una gara ad agosto sia davvero vendibile e seguita dal pubblico. Spero che la FIS prenda decisioni con un orizzonte almeno di medio periodo, su 4–6 anni, così da poter pianificare e adattarsi a un nuovo modello di calendario. Sulla lettera firmata dagli atleti non so dire se fosse mossa esclusivamente da motivazioni climatiche o anche da timori legati alla preparazione di inizio stagione. Gare a fine stagione, fino a metà aprile, si potrebbero fare; il punto è capire quanto verrebbero seguite."

Se è vero che un buon allenatore deve credere in te anche quando tu non lo fai, un ottimo allenatore deve insegnarti a credere in te anche quando lui non sarà più al tuo fianco. E sarai solo al cancelletto di partenza, così come sarai solo nella vita, quando l’unico avversario sei tu. A Simo devo più di queste righe.

 

Ed è proprio da questo modo di intendere il suo mestiere che nasce anche il modo in cui guarda allo sci di oggi e alle sfide che lo aspettano. Parlando con Simo si capisce quanto poco basti, a volte, per fare la differenza: una scelta di calendario, una località diversa, una conversazione onesta in riunione serale. Il cambiamento climatico non è un tema "altro" rispetto allo sci, ma il terreno instabile su cui oggi poggia l’intero movimento. Allenatori, atleti, federazioni, appassionati: se allenare significa aiutare qualcuno a credere in ciò che ancora non si vede, quale sogno siamo disposti ad "attaccare", come mondo dello sci, per continuare a meritare le montagne che abbiamo?

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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