Una maestra, ogni anno, raccontava la stessa storia: "Prima che negli sci mettessero carbonio, metallo, fibra di vetro e lamine d'acciaio, esistevano due giovinastri che di neve se ne intendevano davvero"

"Senza neve non possiamo cacciare, non possiamo muoverci. Le slitte si bloccano, gli sci non scorrono. E la montagna non è più montagna". "E tu cosa farai, se arriva la neve?". Una leggenda ispirata alla tradizione norrena, raccontata nella notte di Capodanno, tra piste vuote e montagne in attesa di neve

Ullr arrivò nella notte in cui il vento cambiò.
Per giorni le montagne erano rimaste nude, sole, segnate solo da reliquie di nevi passate. Le piste attendevano di essere sfiorate. Gli uomini controllavano maniacalmente le previsioni. I bambini guardavano il cielo. Più in basso, incuneato tra i ripidi pendii, un villaggio di case in legno e pietra, con le finestre piccole ma calde. Lo sci, per gli abitanti del piccolo borgo, non era solo uno sport, ma un almanacco: da come cadeva la neve indovinavano la durata dell’inverno, sapevano se la legna sarebbe bastata a scaldare le ossa, se gli ospiti sarebbero giunti. Una maestra di sci, ogni anno, raccontava la stessa storia, quella che suo nonno chiamava "La stagione che inizia".
Raccoglieva i bambini nella piazza, sotto la statua di Odino, faceva spegnere le luci dei lampioni e accendeva tante candele, come si faceva a Yule, il solstizio d’inverno. Cominciava come comincia ogni buona storia: "C’erano una volta…" e proseguiva "prima che negli sci mettessero carbonio, metallo, fibra di vetro e lamine d’acciaio, due giovinastri che di neve se ne intendevano davvero: Ullr e Skaði".
Li descriveva come lei li immaginava, non come nei libri: Ullr, alto e silenzioso, con sci lunghi tre spanne oltre la sua testa, un arco appeso alla schiena e il passo felpato di chi conosce la propria montagna, dalle cime ai laghi gelati di fondo valle. Skaði, con una lunga treccia nera penzolante dietro la testa e il viso segnato dal gelo che le apparteneva, vestiva pesanti pellicce e vecchi scarponi fissati agli sci con cinghie di cuoio. Portava con sé un’eleganza discreta, insieme alla forza delle creste battute dalla bora secca.

La maestra si era sistemata gli occhiali sul naso prima di continuare.
"Quell’anno, anche su al Nord l’inverno era in ritardo. I cacciatori sdrucciolavano sulle pietre sudate. Le slitte incespicavano nel fango e i laghi brillavano al sole, al ritmo delle onde, senza ghiaccio. Senza il freddo tutto era fermo, l’anno non poteva cominciare. Fu allora che il capo villaggio salì sulla montagna più alta e, nella notte del solstizio, accese un enorme fuoco. Non chiese caldo, neppure sole: supplicò freddo e neve. Pronunciò il nome di Ullr, dio degli sci, e quello di Skaði, dea delle montagne. Ullr scivolò giù dal cielo, come se il vento fosse pendio. Ogni volta che le lamine dei suoi sci sfioravano una nuvola, quella si faceva più spessa, più pesante, più grigia, caricandosi di neve. Dietro di lui venne Skaði, calma, portando con sé solo il silenzio dei boschi innevati".
La maestra, intanto, si era fermata per permettere al crepitio immaginario del fuoco di riempire la piazza.
"Ullr arrivò al villaggio. Attraversò la strada del paese senza voltarsi, senza bussare alle porte né fare discorsi. Quando raggiunse la riva del lago si fermò, guardò le onde placide accarezzare lievi i bordi e scosse la testa. Afferrò il suo arco, lo piantò nella riva come fosse un palo e posò gli sci sull’acqua".
I bambini erano muti, col fiato sospeso.
"Gli sci non affondarono. Stavano a galla, leggeri. Ullr strinse le corregge degli scarponi agli sci e iniziò a scivolare, prima avanti poi indietro. Ogni spinta scalfiva una linea bianca sul lago. Non era neve, era ghiaccio. Era promessa di neve. Il freddo si indurì, il ghiaccio si fece sicuro. Sepolto, concesso al riposo, il lago ricordò come si stesse d’inverno: in pace.
Skaði comparve dagli alberi, come se fosse sempre stata lì. Ai piedi un paio di sci larghi, nati per la neve profonda. Si inerpicò sui pendii nudi, là dove l’erba era gialla e la terra gelata. A ogni passo lasciava un’orma bianca, un’eco di ciò che stava per arrivare".

"Gli uomini del villaggio - continuava la maestra - se ne stavano lontani, a riempire di fiato l’aria gelata: nessuno osava avvicinarsi. Solo un ragazzino, quello che tutti chiamavano ‘lo strambo’ (perché parlava troppo con gli alberi e troppo poco con le persone) raggiunse il lago senza esitare.
I bambini, in piazza, sapevano bene che lo strambo era il primo a capire le cose.
"Il ragazzo arrivò quasi alla sponda. Ullr lo inchiodò con lo sguardo. Non erano occhi cattivi, ma neppure gentili. Era l’espressione di chi pesa le cose: la neve, la fatica, la paura.
"Perché ti sei rivolto alla neve?" domandò Ullr.
"Perché senza neve non possiamo cacciare, non possiamo muoverci. Le slitte si bloccano, gli sci non scorrono. E la montagna non è più montagna".
Skaði sorrise dolce, la sua voce risuonò nella valle come neve che cade da un ramo.
"E tu cosa farai, se arriva la neve?" chiese lei. "Ti lamenterai del freddo? Delle giornate corte? Degli scarponi che costringono i piedi?"
Il ragazzo scosse la testa. "Se arriva la neve, la tratterò con cura. Imparerò a scivolare veloce, a seguire le tracce, a portare ciò che serve dove serve. Non pretendiamo che sia facile, chiediamo una possibilità. Desideriamo che l’inverno sia inverno".
Il vento era muto. Solo un lieve scricchiolio giungeva dagli sci di Ullr. Skaði si voltò verso di lui e tacquero: tra loro passò un patto, un accordo vecchio di secoli. Il dio degli sci tese l’arco al cielo e scoccò una freccia invisibile. Un sibilo squarciò la notte. Non cadde nessuna scintilla, nessun fulmine. Eppure, le nuvole sopra il villaggio cominciarono ad agitarsi.
Skaði raggiunse il crinale sopra le case. Si fermò immobile, con gli sci sulla terra gelata, e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, l’aria stessa aveva cambiato colore, il fiato degli animali rimasti si fece più denso, gli alberi trattennero il respiro. La prima neve scese fine, sottile, timida. Ma non si fermava, aumentava ora dopo ora, minuto dopo minuto. Il rumore del mondo si abbassò. Il villaggio, finalmente, suonava l’inverno.
Quella notte si festeggiò avvolti nel silenzio, ascoltando la neve cadere. Gli uomini sapevano che avrebbero dovuto lavorare di più, che il freddo avrebbe penetrato le ossa, che la caccia restava pericolosa e difficile. Ma avevano un inverno vero, in cui potersi muovere, combattere, vivere.

Ullr se ne andò scivolando nelle vene del ghiaccio. Skaði fece ancora qualche curva sul pendio sopra il villaggio per poi tornare nei boschi, dove l’inverno è più lungo e nessuno viene a misurarlo col calendario.
"Da allora - aveva concluso la maestra - ogni volta che l’inverno tarda, gli uomini guardano il cielo e qualcuno ripete il gesto del ragazzo, chiede neve non solo per divertirsi, ma per ricordare alla montagna chi è. Quando fate la prima discesa dell’anno, quando mettete gli sci sulla neve fresca, pensate a Ullr che riga il ghiaccio, a Skaði che lascia impronte di buon auspicio. È il loro modo per dirci: l’inverno esiste ancora, spetta a voi usarlo con intelligenza e rispetto".
La maestra aveva riacceso i lampioni, e in piazza, come se avessero aspettato solo quel momento, cominciarono a scendere piccoli e schivi fiocchi di neve. I bambini rivolsero lo sguardo al cielo: non sapevano se ringraziare Ullr, Skaði o semplicemente l’inverno. Poco importava, in quel momento sembravano tutti la stessa cosa.

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.















