In Albania le presenze turistiche sono cresciute del 60% tra il 2019 e il 2023. Rischio o opportunità?
Questo aumento porta con sé nuove aspirazioni e contraddizioni. Il documentario "Pasturismo" invita a riflettere sul senso della crescita economica e del benessere, sui possibili effetti collaterali del progresso e sulla possibilità di abitare la montagna senza trasformarla necessariamente in un prodotto da consumare

Montagne dall’aria familiare, eppure sconosciute, ci proiettano in un mondo che sembra vicino, eppure diverso. Ci lasciano un po’ disorientate, ci chiediamo dove siamo. Entriamo in Pasturismo e nelle contraddizioni contemporanee delle montagne di confine albanesi.
Dopo il primo lavoro, Entroterra, - documentario nato da un viaggio a piedi tra i paesi spopolati della dorsale appenninica pubblicato nel 2018 - il collettivo Boschilla prosegue la propria indagine sulle aree interne e le montagne “minori”, volgendo lo sguardo alle dinamiche dello sviluppo turistico. Con Pasturismo, il collettivo amplia il campo d’osservazione verso le montagne del Mediterraneo che guardano a Oriente, interrogando i processi che investono i territori rurali e pastorali.

Il progetto nasce da un’intensa attività di ricerca e osservazione sul campo e da tre attraversamenti nei Balcani Occidentali (2017–2019) lungo il percorso escursionistico transnazionale noto come Peaks of the Balkans. Questo percorso attraversa le montagne tra Albania, Kosovo e Montenegro, trasformando i confini in linee immaginarie da percorrere per ricomporre un paesaggio condiviso, meta di un turismo internazionale alla ricerca di autenticità e alterità. Al tempo stesso familiari ed esotiche, le montagne dell'Albania rappresentano una soglia simbolica tra Oriente e Occidente: luogo “altro” nel quale il turista contemporaneo proietta l’illusione di un mondo che vorrebbe cristallizzato e immutabile.
Nei pascoli nella Valle di Dobërdoll, gli autori incontrano i protagonisti di una montagna in piena trasformazione: albergatori improvvisati, giovani guide, pastori e turisti. C’è chi ha trasformato la propria casa in guesthouse dopo aver accolto un escursionista tedesco, chi lavora in montagna da venticinque anni ma sogna l’Inghilterra, attratto da opportunità economiche migliori, e chi - come le guide - vede nel turismo un’occasione per raccontare la propria terra e risignificarla, attraverso quello scambio di sguardi (Maoz, 2006) tra insiders e outsiders (Debarbieux, 2012) in cui si negoziano le identità di comunità e territori.
Il contesto è quello di un Paese che, dopo decenni di isolamento politico ed economico sotto il regime comunista, ha dovuto ricostruire non solo le infrastrutture materiali, ma anche la propria immagine. Uno scenario in cui il turismo internazionale può rappresentare una leva economica strategica e uno strumento di riscatto collettivo. Secondo le statistiche nazionali, tra il 2019 e il 2023 in Albania, la presenza turistica ha visto una crescita del 60% che porta con sé nuove aspirazioni e contraddizioni. Da un lato, il turismo potrebbe trattenere abitanti in un Paese in cui circa il 44% della popolazione è emigrata all’estero (WorldBank, 2024); dall’altro, la crescita di turisti stranieri può giustificare lo sviluppo dell’infrastrutturazione turistica senza criterio: dai servizi alle grandi opere, dalle strade ai mega hotel.
Il documentario allude a questi potenziali scenari, mettendo in luce come turismo e migrazioni siano diverse forme di mobilità capaci di ridefinire economie, paesaggi e vite individuali, in diverse direzioni.

Attraverso uno sguardo lento, Boschilla mostra come il paesaggio della produzione - fino a non molto tempo fa plasmato dal lavoro pastorale - si stia rapidamente trasformando in paesaggio del consumo. La telecamera che inquadra turisti e turiste intente a fotografare pecore e sentieri diventa metafora del tourist gaze (Urry, 1990), capace di conferire valore e, allo stesso tempo, standardizzare e mercificare il patrimonio locale. Il turismo approda così sui residui della civiltà contadina albanese, trasformandoli in risorsa economica e simbolica, ma anche in un’occasione di emancipazione per chi vuole restare nella propria terra. Tuttavia, questa valorizzazione rischia di cancellare le complessità e le contraddizioni di una montagna che vive tra modernizzazione e perdita. Giovani imprenditori e imprenditrici cercano di emanciparsi dallo stigma della povertà contadina, proiettandosi verso un modello di sviluppo occidentale, mentre i rischi della “monocultura turistica” (Agostini et al., 2022) rimangono evidenti.
Questo documentario non parla solo dell’Albania. L’entroterra albanese ha qualcosa di familiare, nel paesaggio e nelle narrazioni, al nostro Appennino e a molte montagne mediterranee. Per secoli, queste montagne hanno dato vita a forme simili di pastoralismo e transumanza, come testimonia il riconoscimento Unesco della transumanza come patrimonio immateriale che lega anche Italia e Albania, e come dimostra la persistenza dei tratturi in Appennino, e dei Drumurile Oilor nell’entroterra albanese. Tuttora, queste montagne sembrano affacciarsi alle economie turistiche in modo analogo - anche se con temporalità diverse - spesso considerando il turismo come unico settore su cui investire, a discapito della sostenibilità ambientale, economica e sociale. Così vicine ma comunque distanti, le montagne albanesi parlano, più in generale, delle altre montagne del Mediterraneo e chiedono: quali prospettive porta il turismo su questi territori, considerati tra le aree rurali più povere del continente europeo? Come prevenire le dinamiche di accumulazione e dipendenza da capitali esogeni che il turismo genera?
Il film pone queste domande mentre porta alla luce il sottotesto autobiografico del collettivo, impegnato nella ricerca sulle aree interne e marginali, rispetto a ecologie ed economie rurali. Attraverso alcune storie, il documentario esplora un fenomeno attuale e complesso: l’impatto del turismo globale sui luoghi ai margini, interrogandosi non solo sui segni che esso lascia, ma anche sulle opportunità che può creare per le popolazioni locali, facendo spazio a forme nuove di attivazione e racconto del territorio.
La narrazione si chiude con una potente metafora visiva: una telecamera fissa inquadra un fondale pietroso sotto un’acqua limpida. Sullo sfondo, una montagna si riflette sulla superficie mobile. È un paesaggio in emersione, come le storie pastorali albanesi che riaffiorano lentamente alla coscienza collettiva. Ma la domanda resta aperta: cosa ne sarà di queste storie e di chi le abita, una volta affiorate in superficie?
Come nella parabola del pescatore e del capitalista, Pasturismo invita a riflettere sul senso della crescita economica e del benessere, sulle contraddizioni del progresso e sulla possibilità di abitare la montagna senza trasformarla necessariamente in un prodotto da consumare.

Pasturismo è disponibile sulla piattaforma indipendente Open DDB. Informazioni sulle proiezioni sono disponibili sui canali social di Boschilla (Facebook) e per organizzare una proiezione è possibile scrivere a: boschilla.radioalsuolo@gmail.com.
Buona visione e buon cammino nelle montagne albanesi.
Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri.
Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente















