"Fortunatamente, mentre aspettavamo i soccorsi, avevo con me un power bank". Investiti da improvvise nuvole scure sulle Madonie, perdono l'orientamento e vengono recuperati dal Cnsas

"Ho potuto notare la tranquillità e la professionalità dei soccorritori, i quali anche col solo sguardo trasmettevano sicurezza e ci hanno messo subito a nostro agio". Storia di un recupero sulla seconda vetta più alta della Sicilia

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.
I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione della prossima edizione del concorso (è possibile iscriversi fino al 31 marzo in questa piattaforma) avrà luogo nella cornice del festival L'Altramontagna (il programma e le date verranno pubblicati a breve).
L'autore di oggi ha chiesto di rimanere nell'anonimato. Ripercorriamo il suo recupero, provocato da un'improvvisa variazione del tempo.
La storia del recupero sul Pizzo Carbonara sulle Madonie
Voglio raccontare la mia esperienza, in quanto persona recuperata in montagna e protagonista di una vicenda per nulla prevista e per me impensabile da vivere fino a quando è successa.
Le persone coinvolte sono due, io e un mio amico, entrambi soci CAI, entrambi residenti nel catanese e con discreta esperienza in montagna.
Trovandoci in un periodo pieno di restrizioni e non potendo fare escursioni con la nostra sezione CAI, un po’ tutti noi amanti della montagna soffriamo l’impossibilità di uscire, e quando si presenta qualche giornata in cui è possibile circolare ne approfittiamo per fare qualche scarpinata, sempre nel rispetto delle regole antiCovid prescritte dai vari DPCM.
Visti i miei vincoli lavorativi che mi permettono di essere libero solamente nei giorni festivi, scelgo la data dell’8 dicembre 2020 per una piccola escursione non impegnativa, anche per il perdurare dell’incertezza sulle restrizioni per le varie regioni d’Italia, che cambiano di settimana in settimana.
Ho proposto al mio amico una escursione rilassante lungo il sentiero ad anello di Pizzo Carbonara sulle Madonie, in quanto conosco questo meraviglioso luogo, ma ci ero andato solamente una volta, sei anni fa, in periodo primaverile. Ho il desiderio di rivedere quei luoghi, ma in veste invernale, magari in una splendida giornata di sole e con zone parzialmente ricoperte dalla neve.
Come sono solito fare prima di una uscita mi studio tutto il percorso, aiutandomi con le mappe ufficiali del Parco delle Madonie, e utilizzando anche l’applicazione Google Earth.
Fino a qualche giorno prima della data prevista dell’escursione, mi tengo aggiornato con le previsioni meteo, per essere sicuro di non affrontare tanti chilometri per poi ritrovarci con una giornata brutta.
Poiché il giorno prima le previsioni riportavano per quella zona delle condizioni tranquille, con tempo parzialmente nuvoloso (e quindi con sprazzi di sole), decidiamo di partire. Un po’ di brutto tempo è previsto solamente nel tardo pomeriggio.
Abbiamo pianificato la partenza sul nostro sentiero alle ore 09:30 circa, in modo tale che al più tardi verso le ore 15:00 saremmo stati di ritorno alla macchina, anche perché verso le 16:30 avrebbe fatto buio.
In effetti ciò è avvenuto: siamo partiti con l’automobile molto presto dal catanese, e abbiamo rispettato le previsioni di ritrovarci verso le ore 09:30 sul punto di partenza del nostro sentiero ad anello.
Entrambi siamo equipaggiati con abbigliamento tecnico adeguato alla montagna e alla stagione, e già sappiamo delle temperature rigide che ci attendono, ma sappiamo anche che saremo ripagati da uno spettacolo incredibile, una volta giunti sulla cima della montagna più alta delle Madonie con i suoi 1.979 mt. s.l.m., seconda vetta più alta in Sicilia, dopo l’Etna.
Come previsto c’è il sole a sprazzi con tratti di cielo azzurro, aria frizzantina ma nel complesso giornata tranquilla. Il percorso di ascesa alla vetta si è svolto tranquillamente, anche perché il sentiero nella parte iniziale è ben marcato e con sufficiente segnaletica sulle rocce o sui tronchi degli alberi; solamente nella parte sommitale la segnaletica è scarsa e parzialmente ricoperta dalla neve, con assoluta mancanza di segnaletica verticale, e questo non lo avevamo previsto.
Siamo giunti in vetta verso le 11:30 poiché ci siamo gustati il paesaggio con calma durante l’ascesa, ma li sopra abbiamo trovato venti che soffiano a circa 80 km/h e temperatura intorno a 2 °C.
Ma la cosa che ci ha colti di sorpresa è che improvvisamente siamo stati investiti da nuvole scure che procedono da Sud verso Nord, quindi verso il mar Tirreno, che ci occludono la visuale e ci costringono a permanere in cima per poco tempo.
Praticamente le condizioni di brutto tempo che erano previste per il tardo pomeriggio si sono presentate prima.
Dunque, giusto il tempo di fare qualche foto ricordo, decidiamo di ridiscendere immediatamente e consumare il nostro pranzo a sacco una volta giunti a valle.
In pochi minuti siamo circondati dalla nebbia che ha ridotto notevolmente la visibilità, e siamo avvolti da aria carica di umidità. Infatti la pioggerellina che immediatamente ne scaturisce si trasforma subito in piccole gocce di ghiaccio, che il vento ci proietta addosso.
Procediamo verso il paletto che ci indica la strada per proseguire lungo il nostro percorso ad anello previsto, ma subito dopo le condizioni di visibilità peggiorano.
Dopo qualche minuto di esitazione, decidiamo di tornare indietro e ripercorrere il sentiero che avevamo utilizzato per l’ascesa, rinunciando a chiudere il nostro percorso ad anello.
Dopo aver percorso un breve tratto, a causa della fitta nebbia che è calata improvvisamente, abbiamo problemi ad orientarci, e per un po’ sfruttiamo le nostre tracce lasciate sulla neve e qualche segnale rosso che si intravede ogni tanto sulle pietre.
Mi sono reso conto che in quel frangente la presenza di segnaletica verticale ci avrebbe aiutati tantissimo: mi trovo in una situazione di visibilità che non mi si era mai presentata nella mia esperienza di montagna.
Finora nelle mie escursioni me l’ero sempre cavata con le mappe cartacee e con i riferimenti presi tramite Google Maps, ma in questa situazione mi sarebbe ritornato molto utile il possesso di una apparecchiatura GPS con la traccia da seguire, in quanto non potevo più contare sui punti di riferimento attorno alla nostra zona.
Dopo qualche minuto di cammino alla ricerca del nostro sentiero di discesa, appena ho avuto la possibilità di osservare i cumuli di nubi che si spostavano attraverso la nebbia che si diradava, ho notato che noi stavamo proseguendo nella loro stessa direzione, cioè da Sud verso Nord, il che mi ha fatto capire che stavamo sbagliando strada perché noi dovevamo andare esattamente in direzione contraria. Eravamo giunti a 1.750 metri di altitudine e ho controllato la nostra posizione tramite Google Maps; praticamente ho realizzato che ci trovavamo nel versante Nord/Est di Pizzo Carbonara, mentre noi eravamo saliti dal versante Sud/Ovest.
Nel frattempo iniziava a piovere forte e la nebbia non ci abbandonava, così non abbiamo perso tempo a invertire la rotta per tentare di riprendere il nostro sentiero.
Le tracce che ogni tanto trovavamo sulle rocce ci hanno tratto in inganno, e siamo andati a finire in un’area boschiva avvallata, ma sempre rimanendo sul versante Nord/Est.
Dopo 45 minuti spesi nel tentativo di rintracciare il sentiero corretto, e dopo aver visto che i sentieri secondari seguiti non ci conducevano allo sbocco desiderato, abbiamo deciso di raggiungere la dorsale vicina a noi, e di uscire dalla parte avvallata.
In maniera tranquilla, e senza farci prendere dal panico abbiamo deciso di comune accordo di non perdere più tempo, e di non affidarci più solamente alle nostre forze, e quindi di contattare quanto prima il numero di emergenza del SASS, perché era l’unica scelta sensata da prendere visto che da lì a poco avrebbe fatto buio, e quindi sarebbe stato alquanto improbabile trovare il sentiero, e che peraltro non sarebbe stato piacevole passare la notte lì con vento, pioggia e nebbia, e con temperature che scendono sotto lo zero da quelle parti durante la notte (anche se eravamo muniti di coperte termiche).
Appena raggiunta la dorsale, e dopo aver preso il segnale del cellulare in un tratto all’aperto e non riparato dai venti e dalla pioggia, attorniati dalla nebbia, verso le ore 14:45 ho contattato il Soccorso Alpino e ho inviato la nostra posizione con l’ausilio dell’applicazione Google Maps, tramite messaggio Whatsapp.
Nell’attesa dei soccorritori l’unica cosa da fare era stare fermi sul posto e non sprecare energie inutilmente, cercando di risparmiare le batterie dei cellulari e poi delle lampade frontali quando sarebbe sopraggiunto il buio.
Fortunatamente avevo portato con me una power bank che mi è servita, in quanto le temperature rigide fanno scaricare prima le batterie; infatti tutte le batterie a nostra disposizione si sono esaurite solamente 5 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi.
Nell’attesa abbiamo mangiato il nostro pranzo a sacco, e mi tenevo costantemente in contatto con la centrale operativa dei soccorsi, ma ovviamente più passava il tempo e più il nostro abbigliamento tecnico si inzuppava d’acqua, con i venti freddi che ci proiettavano in faccia le gocce ghiacciate.
Dal momento della chiamata in pochi minuti da Palermo sono partite due squadre di tecnici, e una terza è partita dalle Madonie; la squadra che era partita dalle Madonie stava salendo da Piano Battaglia, mentre le altre due, provenienti da Palermo, si muovevano da Piano Sempria in territorio di Castelbuono, avendo fatto base presso il Rifugio Crispi, quindi sullo stesso versante nostro rispetto alla vetta di Pizzo Carbonara.
Noi pensavamo che ci avrebbero raggiunto in due ore i tecnici provenienti dalle Madonie, ma sono arrivati prima le due squadre da Palermo, esattamente alle 18:15, quindi al buio e dopo 3 ore e mezza dalla chiamata.
Poiché avevamo finito di lanciare segnali luminosi con le lampade frontali, e poiché nel frattempo si erano esaurite tutte le pile, abbiamo utilizzato i fischietti che avevamo in dotazione per farci localizzare.
Ci hanno raggiunto e ovviamente ci hanno trovati bagnati e un po’ infreddoliti, viste le basse temperature, ma complessivamente in buone condizioni grazie all’abbigliamento adeguato in nostro possesso, e molto sollevati alla loro vista perché finalmente stava finendo quella situazione sgradevole e saremmo potuti ritornare alla macchina di li a poco.
Ho potuto notare la tranquillità e la professionalità dei soccorritori, i quali anche col solo sguardo (in quanto indossavano la mascherina secondo le norme antiCovid) trasmettevano sicurezza e ci hanno messo subito a nostro agio.
I soccorritori si sono rassicurati circa le nostre condizioni, ci hanno rifocillati con qualche barretta energetica e ci hanno invitato a bere acqua, ciò che già avevamo fatto nell’attesa del loro arrivo.
Sono stati tutti gentili e premurosi, e si sono subito complimentati con noi per come abbiamo gestito la situazione e della decisione che abbiamo preso di chiamarli, in quanto era l’unica scelta corretta da prendere.
Anche loro sono stati felici di trovare due persone in perfette condizioni fisiche, non sprovvedute, che hanno seguito alla lettera tutte le disposizioni e, soprattutto, che hanno mantenuto la calma.
Ovviamente io e il mio amico abbiamo una discreta esperienza, ma mai e poi mai potevamo pensare che una semplice giornata di spensieratezza potesse volgere in quel modo, e che ci ritrovassimo costretti a ricorrere al Soccorso Alpino; stavamo vivendo una situazione per noi surreale.
Una volta rifocillati, ci hanno fornito delle pile di ricambio per le lampade frontali, e visto che eravamo a posto dal punto di vista fisico ci hanno accompagnati a piedi fino al Rifugio Crispi, dove ci attendeva anche una ambulanza del 118.
Ovviamente è stato un percorso con difficoltà non indifferente, visto che quasi tutto si è svolto su vaste aree di pietraie, con temperature rigide, al buio e sotto la pioggia, dopo che noi eravamo stati per 3 ore e mezza fermi al freddo e sotto la pioggia, ma noi dopo il loro arrivo ci sentivamo rigenerati e quasi quasi avevamo annullato tutte le fatiche e ciò che ci era successo nelle precedenti ore, insomma non ci è pesato più di tanto.
Dopo circa 1 ora e mezza di cammino siamo giunti sul posto, e il personale sanitario del 118 ci ha sottoposto ad un accurato controllo, poiché si temeva che avessimo raggiunto l’ipotermia. Ma le nostre condizioni erano ottime.
Il personale del Soccorso Alpino si era messo d’accordo con i Carabinieri di Castelbuono per riaccompagnarci alla macchina che si trovava nella zona di Piano Battaglia, ma la dottoressa che era di turno sull’ambulanza del 118 ci ha comunicato che avremmo dovuto sottoporci a visita al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Cefalù, poiché "questa era la prassi".
Il capo squadra del Soccorso Alpino ha interloquito con la dottoressa, ed è stato rassicurato circa il fatto che qualcuno ci avrebbe riaccompagnato alla macchina non appena terminati i controlli in ospedale, poiché nessuno del personale del Soccorso Alpino poteva raggiungerci a Cefalù e aspettarci in ospedale.
Così, in ambulanza, ci hanno condotti all’ospedale di Cefalù, a ben 50 km da dove noi avevamo lasciato la macchina, e lì ci hanno letteralmente abbandonati, contravvenendo agli accordi presi in precedenza col Soccorso Alpino.
Dopo un po’ di attesa, e dopo aver fatto il tampone come da protocollo, ci hanno visitato.
I medici si sono meravigliati del fatto che ci avessero condotto lì, in quanto stavamo bene e non eravamo infortunati.
Ad ogni buon conto abbiamo terminato i controlli verso le ore 22:30, ma siamo rimasti bloccati in ospedale, senza che nessuno ci potesse riaccompagnare alla macchina.
Ci sembrava di vivere una situazione surreale, come se qualcuno ci stesse tenendo sotto sequestro, ma ci scherzavamo su per smorzare la tensione.
Abbiamo fatto tantissimi tentativi per chiamare un taxi che ci potesse riaccompagnare su in montagna alla macchina, ma sono stati vani; fino a quando, verso le ore 00:45, tramite l’aiuto di una persona che lavorava col servizio di ambulanze private e che ci ha preso in simpatia, siamo riusciti a rintracciare un taxi.
Siamo rientrati a casa verso le ore 05:00 del mattino, molto provati ed amareggiati, ma anche molto felici perché siamo stati tirati fuori dalla situazione paradossale che si era venuta a creare in montagna.
Questa è una tipica disavventura che può capitare a chiunque, anche ai più esperti, durante le varie esperienze in montagna, perché la nebbia ci toglie qualsiasi punto di riferimento.
Se inizialmente non mi capacitavo perché non ho messo in conto questo cambio di condizioni meteo, soprattutto in una zona lontano da casa e poco frequentata da me, a mente serena ho realizzato che questa esperienza mi è servita tantissimo e mi ha ricordato che non dobbiamo tralasciare nulla durante la preparazione della nostra escursione, e che non dobbiamo sentirci mai troppo sicuri.
Ovviamente ci sono ritornate utili tutte le nozioni che ci vengono impartite al CAI, ma anche in occasione delle giornate organizzate dal Soccorso Alpino durante l'anno, quali "Sicuri sul Sentiero" e "Sicuri sulla neve".
Nei giorni seguenti, nell'attesa dell'acquisto di un ricevitore, ho provveduto immediatamente all'acquisto di una app sullo smartphone che permette il download di mappe sul dispositivo e il loro successivo utilizzo in modalità offline. Questo tipo di app sfruttano la piattaforma di Open Street Map, e la possibilità di utilizzare i sentieri caricati su di essa.
Tutto questo riduce di molto la possibilità di perdersi in condizioni meteo e di visibilità avverse.
Ovviamente il consiglio è sempre quello di essere prudenti, e di pianificare sempre al meglio una escursione.

Gli incidenti accadono quasi sempre per un errore, una leggerezza, per sottovalutazione dei rischi e mancata consapevolezza delle proprie capacità e del proprio allenamento, fisico e psichico. C’è poi quel pizzico di imponderabile che a volte porta a peggiorare le cose. Difficile che alla base ci sia un solo passo falso: solitamente è l’ultimo di una serie di piccoli errori. Al di là di ciò che trova spazio sui giornali, quasi mai c’è il tempo di raccontare le sensazioni che si provano durante un’operazione di salvataggio, che fanno parte di un vissuto personale, intimo e riservato, sia della persona soccorsa che del soccorritore. Un turbine emozioni, un’esperienza che segna e insegna e che a volte ha condotto la persona soccorsa a diventare a sua volta soccorritore e soccorritrice, entrando a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Non è semplice descrivere un incidente nel quale si è stati coinvolti in prima persona, ma a volte può essere liberatorio, a volte istruttivo per chi legge, conoscere i frangenti nei quali ci si è trovati per sottovalutazione dei segnali d’allarme, che si dovrebbero cogliere in tempo quando si decide di affrontare un’escursione in montagna o in luoghi isolati. Il concorso Ti racconto il mio soccorso nasce con queste premesse.














