A Venezia espose i quadri girati verso la parete, scrivendo sul retro di una delle tele: "La Biennale è fascista". Gastone Novelli, quando nella pittura si fonde la parola

A cento anni dalla nascita, 1 agosto 1925, ricordiamo un pittore che ha saputo unire la poetica dell'arte con con le esigenze sociali del suo tempo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nel momento in cui Gastone Novelli sceglie di utilizzare un’andatura fatta di accelerazioni e repentini cambi di direzione, affida alla rapidità esecutiva il non facile compito di stabilire un contatto diretto con i propri stati d’animo. Una sorta di moto ondoso interiore, tradotto in immagini. Infatti, quello che l’osservatore individua nell’opera è ciò che riaffiora quando in lui la marea si ritrae. Le sue parole aiutano a capire: “L’operare in pittura è indagare, catalogare, raccogliere frammenti e segni e dare a tutto questo materiale una struttura logica”. Tracce, cancellature, riposizionamenti emotivi, ma anche nuove annotazioni, in grado di indicare strade in precedenza non percorribili: sono le impronte di un mondo in divenire, segnato da stimoli culturali talvolta sovrapponibili, altre necessariamente differenti.
Quelli tra il 1955 e la fine del decennio successivo sono anni senza dubbio particolari: tumultuosi e creativi. Non solo per l’arte e non solo per Novelli, sono anni in cui le menti migliori contrastano un presente arroccato sulle proprie sicurezze. Al senso di insicurezza che accompagna ogni epoca caratterizzata da forti trasformazioni, andava unendosi uno stato - in quella misura mai più ritrovato - di fiduciosa attesa.
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Oggi cade il centenario della nascita di Gastone Novelli, essendo egli nato il primo agosto del 1925, occasione perfetta per ricordarlo. La biografia, prima ancora di raccontare del suo incontro con la pittura, ci presenta spunti di riflessione importanti, capaci di produrre la sostanza poetica delle scelte successive. A partire dai suoi diciotto anni, allorché, dopo essere entrato nella Resistenza, nel 1943, arrestato dalla gestapo e condotto a Via Tasso, verrà prima torturato e poi condannato a morte (sentenza tramutata in ergastolo grazie all’intervento della madre di origini austriache).
Saltando a piè pari il periodo trascorso in Brasile, a guerra terminata: un primo viaggio nel 1948, quindi il lungo soggiorno dal 1950 al 1954, dove avrà modo di far germogliare i primi orientamenti espressivi, arriviamo al 1955, anno decisivo. Novelli rientra a Roma e inizia la sua avventura, mosso nell’entusiasmo dalle sollecitazioni create dal febbricitante clima artistico della capitale. Non mancheranno i viaggi a Parigi, in Turchia, negli Stati Uniti, molto importanti quelli in Grecia e le pause produttive e rigeneranti a Saturnia, però saranno gli anni romani a solcare il percorso. Già a quel tempo, l’avanguardia toccava con maggiore forza altri capitali europee, ma in nessun altro luogo, come a Roma, passato e presente trovano modo di intrecciarsi, rafforzandosi reciprocamente. Novelli è investito da un susseguirsi di immagini, di stimolanti incontri: molti pittori (decisiva la frequentazione con Perilli), molti scrittori, gallerie, riviste: un’arte nata per mostrare, ma anche per comunicare, la sua. Infatti, col valore aggregante della parola e, non meno, con quello personificante della calligrafia Novelli stringe un legame inscindibile.

Anche il tema della montagna, isolata al centro come un’alta collina - la cui forma arrotondata e sinuosa fa pensare a un grande, mitologico seno - è presente all’interno delle sue composizioni. Di sicuro ricorre nei titoli: “La Montagna degli adepti” (1962), “Montagna in inverno” e “Tetto del Monte” del 1964, “Ai piedi della Montagna. Pop”, per citarne alcuni.
Anche la luna e i pianeti entrano ripetutamente nella sua pittura: “Uno svolgersi di temi, di immagini, disegni (o simboli) che può sembrare ossessivo, irrazionale”. In realtà, è il sovrapporsi concitato e irregolare di memorie, di delicati smarrimenti emotivi; un universo dentro al quale, perdendoci, ci riconosciamo.
Artista assai informato e colto, Gastone Novelli ha lasciato riflessioni preziose. Come quando ad esempio dice: “In pittura il nostro atto prende una forma nuova nella quale l’oggetto nasce quasi da solo, risultato della supremazia dell’inconscio sulla ragione, espressione della memoria atavica e ricerca della memoria del futuro nella coscienza della irrealtà del tempo”.
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Con Achille Perilli fonda la rivista L’esperienza moderna e, sempre con Perilli, collabora a Grammatica. Traduce per la prima volta in Italia alcuni scritti di uno dei suo grandi fari: Paul Klee. Che dire ancora, nell’obbligo della sintesi: dipinge quadri di inedita intensità, forti di una carica informale che rimarrà un insostituibile punto di riferimento per tutta la sua pittura successiva, anche quando agli inizi degli anni Sessanta egli andrà ad abbassare lo spessore materico nella superficie dei dipinti, in modo da creare un luogo dove annotare e cancellare le trame di un impossibile racconto.
Dal 1957, Twombly si stabilirà a Roma, mentre De Kooning vi passerà un intero inverno, ospite di Afro. Occasioni di confronto importanti e preziose, alle quali si può aggiungere la grande mostra che nel 1958 verrà dedicata nella capitale a Pollock, Materia e gesto. In alcuni titoli Novelli inserisce la parola chiave muro. Inciderlo, indica la volontà d’intervenire nello scorrere del tempo, ma anche una barriera, un ostacolo, un’interruzione, un limite che supererà: “Pesco dentro a me e fuori e qualche volta mi capitano fra le mani delle immagini, tutto ciò attraverso la nebbia che mi mette ogni giorno in balia di me stesso velandomi tutte le cose, me compreso”. Ecco l’altra parola chiave velare, cancellare, riequilibrare lo spazio visivo.
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Nel 1966 Leonardo Sinisgalli parla di sonnambulismo. Mosso da una sorta di automatismo segnico, Novelli sente l’esigenza di trovare una corrispondenza logica a quel disordine. Dice: “Il bianco è essenziale, coprire un corpo, una città, un mondo di bianco”. Consapevole della complessità del racconto, cerca una struttura teorica nella parola scritta, al punto da inserirla nei propri dipinti. Si avvicina alla poesia, condividendone i silenzi. Come le parole, anche i colori per Novelli hanno un suono. Dialoga con gli scrittori del Gruppo 63: Giuliani, Pagliarani, Manganelli. Con poeti e letterati della qualità di Cloude Simon, di cui diverrà amico, poi Beckett, Bataille, Klossowski. Con l’andar del tempo la sua pittura avanza per forza di sottrazione, sin quasi al dissolvimento. Se ne accorge: “Certo sarebbe meglio, arrivato a questo punto, non dire niente e non fare niente, stare zitto. Ma questo sembra impossibile, non so perché”.
Grandi quadri bianchi, graffiati col pensiero. Palpitanti, nel loro battito interno. Luttuosi nel loro candore.
Il 1968 avrebbe potuto essere l’anno più felice per Novelli poiché viene invitato a esporre per la seconda volta (la prima fu nel 1964) con una sala personale alla Biennale di Venezia e quasi sicuramente lo attende un definitivo riconoscimento. A causa però delle contestazioni contro la polizia che presiede la manifestazione, molti artisti (18 su 22) si rifiutano di esporre. Novelli vi partecipa, appendendo però i propri quadri girati verso la parete e scrivendo sul retro di una delle tele: “La Biennale è fascista”. La più urlata, non voluta e sofferta, ultima cancellazione. Ad ottobre gli viene affidata una cattedra all’Accademia di Brera, quarantatreenne, morirà a dicembre, a causa di un collasso post-operatorio.













