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Cultura | 27 settembre 2025 | 12:00

Accusato dell'omicidio di un barbiere dovette trasferirsi a Trento, dove affrescò il Castello del Buonconsiglio. Lì Marcello Fogolino iniziò un'attività spionistica a favore della Serenissima

Avvincente come poche, la vita del pittore vicentino presenta una serie di colpi di scena destinati a incorniciare non solo idealmente tutta la sua arte. Episodi che meriterebbero di entrare tra le pagine di un grande scrittore, capace di intrecciare il destino con il suo itinerario espressivo

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di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Avvincente come poche, la vita di Marcello Fogolino presenta una serie di colpi di scena destinati a incorniciare non solo idealmente tutta la sua arte. Episodi che meriterebbero di entrare tra le pagine di un grande scrittore, capace di intrecciare il destino con il suo itinerario espressivo. 

 

Paradossalmente, il compito sarebbe facilitato da alcuni buchi neri presenti in una biografia che non riesce a dirci tutto, lasciando sospesi alcuni passaggi cruciali. Però, in assenza di una documentazione precisa, il “non detto” è circostanziato attraverso attendibili ipotesi, proprio come avviene in un giallo deduttivo alla Conan Doyle. Di Fogolino non si conoscono, ad esempio, il luogo e la data di nascita, avvenuta probabilmente in terra vicentina, tra il 1483 e il 1488. Ma neppure sulla morte vi è certezza. Chi l’ha studiato a fondo solitamente indica un generico: dopo il 1558.

Di altre circostanze molto si viene a sapere, tra queste gli esordi: le prime importanti occasioni arrivarono nella sua Vicenza, quando il padre pittore, accortosi del talento, decise di inserirlo niente meno che nella bottega di Bartolomeo Montagna. Attivo in piena fase rinascimentale, ben presto si distinse per temperamento, manifestando un’indole stilistica estremamente versatile. Attento ai consigli e, non meno, a quanto in area veneta si andava elaborando, il giovane Marcello iniziò a miscelare la sapienza compositiva e il rigore formale del suo prestigioso maestro con le diverse sensibilità cromatiche provenienti dalla vicina laguna veneziana, arrivate alla sua tavolozza grazie a pittori quali Giovanni da Buonconsiglio.

 

Dal 1510 a Venezia avrà modo di approfondire quelle prime impressioni, creando una parentesi decisiva durata otto anni. Rientrato a Vicenza, in parte ancora legato al valore delimitante della linea, la sua pittura si esprimerà con toni più squillanti, arricchita dal contatto diretto con l’opera di Giovanni Bellini, tra tutti il più luminoso, peraltro già osservato in capolavori presenti in città quali Il Battesimo di Cristo e La Pieta Donà delle Rose.

Più di un dubbio accompagna la datazione di una delle opere cardine del suo primo periodo: la grande pala de L’Adorazione dei Magi, ora alla Pinacoteca di Vicenza. Marcello Fogolino l’avrà dipinta prima o dopo Venezia? Dopo, verrebbe da dire, osservando il vivace caleidoscopico timbrico presente all’interno della composizione. Per tutta la vita sarà così: anticipa, assimila, percepisce, segue, abbandona, riprende ciò che aveva lasciato, a seconda del momento e delle occasioni. 

 

Con relativa e “deduttiva” sicurezza si può invece sostenere che, mentre esegue questa meravigliosa pala, Fogolino deve aver in mente i cicli pittorici di Carpaccio. Ma questi, dove potrebbe averli visti, se non a Venezia? Lo testimoniano quelle figure ritagliate nella sagoma e descritte con minuziosità di particolari. Tra tono e tono, esse formano placche luminose che intarsiano la scena, offrendo una narrazione vivacizzata da una luce tersa e trasparente. I Magi sono giunti a Betlemme, con le loro stoffe ricamate, la compostezza dei volti, i doni da offrire. Baldassarre, che di solito arriva per terzo, qui è al centro e prevale sugli altri in altezza: una delle sue prime “stravaganze” compositive che si ripeteranno in anni successivi, come quando raffigura animali immaginari o presentando Giulio Cesare con una folta barba. 

 

In altre occasioni, però, l’osservazione sul reale si fa dettagliatissima, specie quando nei dipinti inserisce porzioni di paesaggio, quasi a sottolineare quanto forte sia il suo legame con la terra: pareti scoscese di roccia verticale, probabilmente osservate nelle rare asprezze dei Colli Berici, in primo piano, monti lontani velati d’azzurro in lontananza. 

 

Arriviamo alle altre sue vicende. Dopo aver lavorato per sei anni in Friuli, terra del padre, il 25 gennaio 1527 verrà bandito assieme al fratello Matteo, a sua volta pittore, dai territori della Serenissima. Motivo? Furono accusati dell’omicidio di Liberale, un barbiere originario di Belgrado. Un episodio mai ben chiarito anche perché entrambi fecero perdere le loro tracce nel momento in cui vennero convocati a Udine per affrontare il processo, comprovando, sempre in forma deduttiva, la loro colpevolezza. Una decisione che non verrà mai ritirata. 

 

Il cielo, rabbuiatosi improvvisamente sopra alla sua testa, nel 1527 aprirà uno squarcio luminosissimo: guidato da una sorta di rabdomantico istinto, Fogolino raggiunse Trento, poco prima che il Principe Vescovo Bernardo Cles decidesse di avviare l’imponente cantiere del Magno Palazzo del Castello del Buonconsiglio. Accolto benevolmente, all’artista verrà chiesto di affrescare la Chamera del Torrion da Basso e il Refettorio. A quel punto, per Marcello, inizia un capitolo sorprendentemente positivo. 

Grato e, al contempo, fortemente ingrato nei confronti di Bernardo Cles, il pittore di lì a poco iniziò a produrre una non episodica attività spionistica a favore della Serenissima, così da ottenere una serie di lasciapassare temporanei, necessari per poter rientrare nel Veneto e a Vicenza. In accordo con il Consiglio dei Dieci, supremo organo di governo veneziano, egli inizierà a fornire, senza mai destare il minimo sospetto, una serie di informazioni di carattere militare sui movimenti e le strategie delle truppe imperiali, addossate ai confini veneziani.

 

Nel frattempo, come se nulla fosse, con la sua arte - segnata da nuove suggestioni quali quelle del Pordenone e del Romanino, convocato a sua volta nel Castello per affrescarne le sale - Fogolino entrava nelle chiese del Trentino, nelle dimore più prestigiose, impreziosendo interni e facciate: Palazzo Cavalese, nell’oggi diroccato Castel Selva, nel Castello di Cles, nel Castel Toblino. Senza abbandonare Trento, dove (proprio lui) racconterà per immagini, all’esterno di Casa Cazuffi, in piazza Duomo, il valore etico e morale dei proverbi. Negli anni finali, oltre a decorare Palazzo delle Albere, residenza del nuovo Vescovo Cristoforo Mandruzzo, succeduto a Cles nel 1540, lo si registra attivo ad Ascoli Piceno, a Gorizia e a Bressanone, a riprova della notorietà raggiunta.

 

Chi di spada ferisce, di fama perisce: è valso per lui, così come per Caravaggio, rivalutato dopo un lungo oblio solo a metà Novecento. Una dovuta rilettura dell’opera di Fogolino è avvenuta nel 2017, grazie alla bella mostra organizzata, proprio negli spazi del Castello del Buonconsiglio, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa. Mostra accompagnata da un titolo umanamente benevolo, però efficace e riassuntivo: Marcello Fogolino – Ordine e bizzarria.

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