Dal trasferimento forzato degli Inuit all'incidente nucleare, passando per le testate segrete: storia della base americana Pituffik, in Groenlandia

Non passa settimana senza che si torni a parlare di Groenlandia nelle cronache di mezzo mondo. L’isola artica si rivela sempre più un tassello fondamentale per la geopolitica dell’emisfero boreale. Pochi giorni fa il vice presidente degli US ha visitato proprio la Groenlandia, facendo tappa a Pituffik, la più settentrionale base militare americana. Questo luogo nasconde una storia complessa, per molti versi rappresentativa della recente storia dell’isola e dei rapporti di potere che lassù si sono instaurati fin dalla fine della seconda guerra mondiale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il vice-presidente Vance ha infine visitato la base militare americana Pituffik, in Groenlandia nord-occidentale. È stata l’unica tappa di un viaggio che in origine avrebbe dovuto essere più articolato e toccare altri luoghi della grande isola artica. Gli altri appuntamenti sono stati però cancellati per le proteste dovute al fatto che Vance (in viaggio in veste di vice-presidente, non certo come privato cittadino) aveva annunciato la trasferta senza comunicare nulla alle autorità groenlandesi e danesi. Visto il clima geopoliticamente turbolento in cui la Groenlandia è piombata dall’insediamento di Trump e collaboratori, la mossa non è stata apprezzata. E così il vicepresidente ha infine visitato solamente la base Pituffik, la quale, essendo una base militare americana, può essere visitata da un politico americano senza destare particolari reazioni.
La base militare di Pituffik, nell'estremo nord-ovest della Groenlandia, non è solamente un avamposto strategico statunitense: per molti versi la storia di quell’avamposto racchiude al suo interno l’intera storia recente della Groenlandia, dove Danimarca, US e popolazioni Inuit si sono trovate a convivere certamente non in una condizione equilibrata e rispettosa. Dallo sfratto forzato degli Inuit nel 1953 al disastro nucleare del 1968, passando per le rivelazioni sulle testate termonucleari segretamente presenti sul territorio groenlandese, la storia di Pituffik racconta molto su come Danimarca e Stati Uniti abbiano gestito questa vasta regione dell’artico. Oggi, con la recente visita del vicepresidente Vance, la base torna sotto i riflettori.
Pituffik Space Base è la base militare americana più settentrionale di tutte. Si trova in Groenlandia nord-occidentale ed è stata costruita nel 1953. Un tempo chiamata Thule, dal nome della mitologica località che gli antichi Greci e Romani avevano posto ai confini settentrionali del mondo, la base oggi ospita uno dei più importanti centri di difesa missilistica e spaziale degli Stati Uniti. È anche sede del porto ad acque profonde più settentrionale del mondo.
Pituffik-Thule fu costruita grazie all'accordo del 1947 tra Stati Uniti e Danimarca per la difesa della Groenlandia. Agli Stati Uniti venne data la possibilità di condurre attività militari sull'isola artica e di costruire basi. Pituffik, grazie alla contemporanea presenza di porto e aeroporto, divenne il perno delle attività militari in tutta la Groenlandia settentrionale. Il nome -Pituffik- deriva da un precedente villaggio Inuit che sorgeva nel territorio oggi occupato dalla base. Quando gli Stati Uniti informarono la Danimarca della volontà di costruire la base, il governo danese decise che i contatti tra militari americani e la popolazione locale andassero impediti. Fu così stabilito che gli abitanti dovessero essere trasferiti, volenti o nolenti. La popolazione fu spostata 100 chilometri più a nord, in un villaggio costruito ex-novo, oggi chiamato Qaanaaq, che è ora il più settentrionale della Groenlandia. Gli esuli vissero il primo inverno polare in tenda, in attesa della costruzione delle abitazioni.
Ancora oggi, il trasferimento forzato degli abitanti di Pituffik è oggetto di tensioni in Groenlandia. Nel 2003, la Corte Suprema danese ha riconosciuto che il trasferimento fu illegale e interferì pesantemente con la vita delle comunità Inuit. Tuttavia, ha negato il diritto al ritorno a Pituffik per le 428 persone che ne avevano fatto richiesta. Come risarcimento, 50 anni dopo, fu assegnata una compensazione economica: 500.000 corone (corrispondenti circa a 100.000 eur attuali) alla tribù e 20.000 corone per ogni individuo (4500 euro di oggi). Una cifra sicuramente non particolarmente significativa per una deportazione. Le usanze Inuit è infatti qualcosa di profondamente diverso rispetto alla tipica vita occidentale, specie negli anni ’60. Le minuscole comunità sparse sulla costa della Groenlandia, dipanata attraverso migliaia di chilometri, vivevano in stretta simbiosi con il territorio circostante che garantiva loro l’unica fonte per alimenti e altri beni come le pellicce. Inoltre queste comunità mantenevano solo minimi rapporti con l’esterno a causa del forte isolamento. Obbligare la popolazione di un villaggio a spostarsi in una zona diversa e lontana fu sicuramente un atto che non denotò profonda empatia verso la cultura Inuit.
Uno degli eventi accaduti a Pituffik che forse meglio ne rappresentano la storia fu un disastro aereo. Nel 1968, un bombardiere americano B52 precipitò a poche decine di chilometri dalla base, schiantandosi sul ghiaccio marino. L’aereo faceva parte dell’Operazione Chrome Dome (1961-1968), un programma che prevedeva il volo costante di bombardieri armati di testate nucleari sulla regione artica, atlantica e mediterranea. Nell'incidente quattro testate andarono distrutte, rilasciando plutonio, uranio, americio e trizio sul ghiaccio.

Gli unici in grado di soccorrere l’equipaggio furono gli Inuit locali, che usarono le loro slitte trainate da cani. I mezzi di soccorso in dotazione alla base non avevano la capacità di muoversi sul ghiaccio marino. Tutti i membri dell’equipaggio furono salvati, tranne uno che non riuscì a eiettarsi prima dell’impatto. Dopo aver tratto in salvo l’equipaggio divenne subito chiaro che sarebbe stato fondamentale recuperare quanto più materiale radioattivo possibile prima che il ghiaccio marino fondesse e contaminasse l’ambiente marino. L’operazione di bonifica, condotta in condizioni proibitive di buio polare, cercò di recuperare le scorie prima dell’arrivo della primavera. Tonnellate di detriti e la parte più superficiale del ghiaccio furono prelevate, isolate e spedite in US per i successivi trattamenti di decontaminazione e messa in sicurezza. Tuttavia, anni dopo l’incidente si scoprì che uno degli ordigni nucleari non fu mai ritrovato. La notizia trapelò molti anni dopo l’incidente, sollevando aspre critiche in Danimarca e Groenlandia dal momento che secondo gli accordi gli US non avrebbero dovuto condurre azioni che prevedessero l’uso o anche il semplice trasporto di testate nucleari in territorio groenlandese.
In ogni caso, il fatto che una testata non venne trovata determinò che parte del materiale radioattivo rimase nell’ambiente. Negli scorsi anni diverse spedizioni internazionali hanno visitato quei luoghi con il preciso intento di studiare la contaminazione radioattiva. Le radiazioni sono ancora rilevabili nei sedimenti marini della zona, ma non sembrano essere particolarmente minacciose per gli ecosistemi locali a causa della scarsa mobilità ambientale degli elementi radioattivi coinvolti. Essi sono ormai sepolti da nuovi sedimenti marini e non partecipano a scambi con i comparti ambientali circostanti.
L’incidente portò alla sospensione immediata dell’Operazione Chrome Dome: dal 21 gennaio 1968, giorno dell’incidente, gli Stati Uniti cessarono definitivamente i voli permanenti con testate nucleari. Alcuni dei lavoratori, per la maggior parte Inuit, tentarono di far valere i propri diritti, sottolineando come la Danimarca li avesse sostanzialmente abbandonati dopo i rischiosi lavori di bonifica, senza implementare alcun programma di monitoraggio della salute. Solo nel 1995 la Danimarca risarcì i lavoratori con 50.000 corone ciascuno (circa 12.000 eur di oggi).
La storia di Pituffik riassume la gestione della Groenlandia negli ultimi decenni. La popolazione Inuit è stata considerata a più riprese volte come un ostacolo, sebbene il loro aiuto sia stato fondamentale in situazioni critiche come il disastro aereo del 1968. Non sorprende davvero che il rinnovato interesse americano per quell’enorme lembo artico sia accolto con particolare freddezza dai groenlandesi.














