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Cultura | 09 maggio 2025 | 13:30

È stata un’impresa solitaria e nata da un consiglio maligno: ecco come Michelangelo salì in "vetta" alla Sistina

Fu Papa Giulio II che affidò al grande artista fiorentino la colossale impresa di dipingerne la volta. Michelangelo, accettando l’incarico, sapeva di essere in uno dei punti nevralgici della cristianità, nonché stazione di confine tra il prima e il dopo, tra l’esperienza terrena e il trascendente

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Nessuno le vorrebbe, tuttavia è dalle criticità che sono nati gli episodi che hanno permesso al nostro vivere di mostrare il suo lato migliore. Quello che si forma in questi momenti è un silenzio benefico, produttivo, sensibile, collaborativo, capace di indicare prospettive differenti. Non dura molto. Di lì a poco, infatti, si inizia a percepire in lontananza, un brusio. Un rumore di sottofondo che un po’ per volta si avvicina, riuscendo quasi a rimuovere dal ricordo la pace precedente.

 

Chi negli ultimi anni, all’interno dei Musei Vaticani, oltrepassate le Stanze di Raffaello, ha visitato la Cappella Sistina sa che accade così. Un sacerdote, ogni cinque-dieci minuti, si vede costretto ad ammonire i presenti, soffiando con grande forza nel microfono. Così facendo, ci ricorda che quel luogo custodisce valori differenti da quelli che animano un’affollata festa patronale, tanto è vero che, restituito il silenzio, la stupefacente bellezza di quegli spazi ci viene incontro, lasciandoci, almeno per un po’, “senza parole”.

Michelangelo, accettando l’incarico, sapeva di essere in uno dei punti nevralgici della cristianità, nonché stazione di confine tra il prima e il dopo, tra l’esperienza terrena e il trascendente. Nel 1504, un momento di “criticità” di diversa natura, causato da una serie di assestamenti del terreno, in coincidenza con i lavori nel vicino cantiere della Basilica di San Pietro, produsse nella parte alta della struttura, una serie di crepe larghe come saette. La decorazione della volta - a quel tempo dipinta con un cielo uniforme, punteggiato da stelle dorate - fu gravemente danneggiata. In quel momento (1506), terminati i necessari lavori di ristrutturazione, Papa Giulio II pensò di affidare al grande artista fiorentino la colossale impresa di dipingerne la volta, seguendo anche il consiglio di Bramante che, c’è da credere, sperava malignamente di fare un torto a Michelangelo, sapendolo quasi a digiuno nella tecnica dell’affresco, non fosse che per i primi rudimenti appresi nell’oramai lontano periodo di apprendistato trascorso nella bottega di Ghirlandaio, quando vi arrivò tredicenne.

 

Ci mise due anni Giulio II a convincerlo, non solo perché Michelangelo (1475-1564) si sentiva scultore, più che pittore, ma perché aveva capito che accettare quell’incarico avrebbe prodotto un punto di interruzione all’altra sua impresa, da poco avviata e a cui teneva moltissimo: la realizzazione, in San Pietro, della tomba del Papa.

Come poi è andata lo sappiamo. Nel 1508, dieci anni dopo aver scolpito la Pietà, Michelangelo inizia ad arrampicarsi come un geco su quella volta, confondendo la notte con il giorno. È però necessario immaginarlo: la sua è stata un’impresa solitaria, in “vetta” a dialogare con se stesso, misurando i propri limiti (dirà Goethe: “Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formarsi un’idea di cosa un uomo da solo sia in grado di ottenere”).

Attraverso il segno inciso nell’intonaco ancora fresco, oltre alla propria indole, mostrerà sapienza prospettica, chiarezza nel racconto e scardinante spregiudicatezza espressiva, indicando la strada a Pontormo, a Rosso Fiorentino e ad artisti a lui molto lontani. Vasari rimase folgorato dal suo genio, al punto da scrivere che “il benignissimo Rettore del cielo (…) dispose di mandare in terra uno spirito (capace) di praticare la maniera difficile con facilissima facilità”, lodandolo per come aveva saputo unire “la vera filosofia morale, con l’ornamento della dolce poesia”.

 

Una cosa, forse per “troppo amore”, Vasari non capì: anche e specialmente lassù, Michelangelo, immerso in una condizione di costante penombra, parzialmente rischiarata da qualche finestra o dal bagliore delle torce e dalle candele, non era il mistico che egli aveva idealizzato, tanto meno si avvicinava all’arte con “facilissima facilità”. In realtà, era sempre scontento, toccato dal dubbio: lo dice più volte e, quando non lo dice, lo fa capire.

Sibille e Profeti. La Creazione, la Cacciata dal Paradiso terrestre, la scena con Noè che ringrazia il Signore dopo il Diluvio: volti ed episodi lavorati con una minuzia di particolari difficili da cogliere in lontananza. Michelangelo sa che grazie alla complessità dell’impresa (non solo in riferimento alla Sistina) egli si può avvicinare alla perfezione. Ed è proprio qui che si annida il senso del limite. Egli lo percepisce. Non maschera né mimetizza la sua rabbia, vivendo in pieno le proprie contraddizioni: era anche un uomo avaro, scontroso, arrogante, presuntuoso, in costante dialogo con la morte.

 

Quattro anni di lavoro. Quattro lunghissimi anni, evitando per quanto possibile ogni interruzione, superando caparbiamente le difficoltà, con la testa e le mani verso l’alto e il corpo sdraiato per ore sulla schiena, in bilico sui ponteggi dell’epoca, a oltre venti metri dal pavimento, in quella Cappella voluta da Sisto IV della Rovere nel 1473. Progettata con l’intento di realizzare uno spazio combaciante col tempio di Salomone a Gerusalemme: 40,93 metri di lunghezza e 13,41 metri di larghezza, 20,70 di altezza.


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

Ammirandone l’opera, scopriamo con quanta delicatezza e con quanta dolcezza, lo scontroso Michelangelo, dopo averci allarmato (comunque, mai quanto riuscirà a fare un quarto di secolo dopo, con la parete del Giudizio Universale), alla fine ci accoglie e consola.

 

Pressato da Giulio II, che temeva di non riuscire a vedere la conclusione dell’impresa (morirà meno di quattro mesi dopo), il 31 ottobre 1512, con venti giorni di anticipo sulla data prevista, verrà autorizzato lo smantellamento delle impalcature. In quel momento verranno anche rimossi i teli sottostanti, tesi a protezione degli affreschi di Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Signorelli, Cosimo Rosselli, raffiguranti episodi tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, ma anche istallati per non dare la possibilità né al Papa né a nessun altro di vedere l’opera durante la lavorazione.

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