I nazisti consideravano la sua arte "degenerata" (gli distrussero 639 opere). Ernst Ludwig Kirchner, si uccise, demolendo se stesso, ma lasciando intatto il suo indistruttibile ponte

Il 15 giugno del 1938, alla fine di una notte insonne segnata da opprimenti visioni, puntò contro di sé il suo fucile: aveva 58 anni, essendo nato a Aschaffenburg, in Baviera, il 6 maggio 1880. Non si trattò di un gesto improvviso, il suo male interiore, segnato da forti crisi depressive, iniziò a manifestarsi nel 1915, dopo essere partito volontario nella Prima Guerra Mondiale. La sua arte ci insegna che oggi, come allora, i muri separano e i ponti uniscono

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Con l’animo pervaso da pesanti e imperforabili ombre dai bordi taglienti come grandi scaglie nere di lavagna, il 15 giugno del 1938, alla fine di una notte insonne segnata da opprimenti visioni, Ernst Ludwig Kirchner puntò contro di sé il suo fucile: aveva 58 anni, essendo nato a Aschaffenburg, in Baviera, il 6 maggio 1880. Non si trattò di un gesto improvviso, il suo male interiore, segnato da forti crisi depressive, iniziò a manifestarsi nel 1915, dopo essere partito volontario nella Prima Guerra Mondiale.
Tra un ricovero e l’altro, i medici cercarono di placarne i sintomi miscelando i barbiturici con la morfina. Gli alcolici se li prescrisse da solo, aggravando non di poco la situazione. Un sollievo autentico, anche se parziale e temporaneo, arrivò nel momento in cui egli decise, dopo aver visitato quei luoghi un anno prima, di trasferirsi a Davos nel 1917, nello svizzero cantone dei Grigioni, per rimanervi definitivamente. Quella che si apriva ai suoi occhi era la prospettiva di un mondo diverso.

Circondato improvvisamente da uno scenario alpestre e luminoso - inconfrontabile con i ritmi frenetici di Monaco, di Berlino e, in parte, di Dresda, che avevano dato corpo alla stagione più importante - la sua pittura cambiò, senza tuttavia voltare le spalle ai rivoluzionari anni precedenti, tanto meno alla grande tradizione tedesca del passato. Nell’impianto figurativo marcato e spigoloso, fanno breccia gli sprofondamenti emotivi di Munch, l’impeto timbrico di Van Gogh, il primitivismo di Gauguin.
Un ambiente, quello di Davos (nel 1924 Thomas Mann vi collocherà il sanatorio de La Montagna incantata) capace addirittura, nel momento in cui vi arrivò, di rasserenare la sua espressività, influenzandone i temi e i rapporti cromatici, segnalando una strada percorribile e diversa all’interno dell’Espressionismo.

Col rischio di cadere dal filo del ragionamento, senza rete di protezione, vengono ora alla mente le parole dette da Papa Bergoglio e da tutti riprese in occasione della sua morte: “Non bisogna alzare muri, ma costruire ponti”. In realtà, quando le pronunciò incontrando i giovani, il pensiero seguiva una forma più articolata ovvero questa: “La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri!”.
Nel 1905, a Dresda, quattro studenti di architettura, Erich Heckel, Karl Schmidt-Ruttluff, Fritz Bleyl ed Ernst Ludwig Kirchner, appunto, fondarono il gruppo Die Brücke (Il Ponte), la cui efficacia si caratterizzava per l’uso di tinte contrastanti e antinaturalistiche, delimitate da linee decise, coniugando le stampe giapponesi con la xilografia nordica, in similitudine con le campiture omogenee del cloisonnisme sviluppato in Francia da artisti quali Emil Bernard e Paul Gauguin, ma con una diversa temperatura umorale, in direzione Fauve.

L’anno successivo, nel 1906, esponendo, nel corso di una mostra, oltre alle opere le loro intenzioni in una sorta di manifesto, rivolgendosi in particolare alle nuove generazioni, essi scrissero: “Con la fede in una evoluzione, in una nuova generazione di creatori e di fruitori d’arte, chiamiamo a raccolta tutta la gioventù e, come gioventù che reca in sé il futuro, vogliamo conquistarci libertà di azione e di vita, contro le vecchie forze tanto profondamente radicate”. Un ponte verso qualcosa, verso qualcuno, un passaggio che unisce, collega, aiuta la trasformazione, senza dividere. “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo” aveva scritto Nietzsche, il filosofo che, con le sue parole, aveva suggerito il nome al gruppo.
Bergoglio, Kirchner, Nietzsche e non pochi altri che potremmo qui citare hanno utilizzato come immagine figurata il ponte. Un’immagine che, a parte pochi casi legati all’irresponsabile vanità di certa politica, è sicuramente perfetta.

Come andarono le cose per Kirchner? Verso la fine degli anni Trenta i nazionalsocialisti inserirono il suo nome tra i massimi rappresentanti dell’arte “degenerata”. All’interno di una sorta di bonifica culturale, i suoi quadri vennero staccati da ogni parete e una parte di questi esposti a Monaco in una mostra intitolata Entrartete Kunst (Arte degenerata), affiancata ad una che, al contrario, esaltava lo stile celebrativo e retorico del regime. Alla fine di un itinerario segnato da ben undici tappe, tra Germania e Austria, moltissime opere furono distrutte (639 solo di Kirchner). A dire il vero, tra le opere sequestrate, quelle di maggior valore vennero messe all’asta in Svizzera, procurando grandi ricavi anche grazie alla promessa, non mantenuta, che le somme sarebbero state destinate a finanziare i musei tedeschi.
Era il 1937. Molti di questi artisti furono condannati, altri esiliati, altri ancora, ebrei, furono internati. L’anno successivo, coperto da nuove, non più sopportabili ombre, Kirchner si uccise, demolendo se stesso, ma lasciando intatto il suo indistruttibile ponte.













