I suoi detrattori inclusero il suo nome tra i pittori che godevano delle simpatie del regime fascista. Pochi capirono che la pittura di Bruno Saetti attraversava la storia viaggiando solitaria

Con Saetti si potrebbe avviare una rubrica dedicata agli artisti, se non dimenticati, improvvisamente trascurati, nonostante la biografia certifichi il valore della loro ricerca espressiva. La sua storia ci accompagna fino a un paese sorto a 700 metri di altitudine, che oggi conta 600 abitanti

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Con Bruno Saetti si potrebbe avviare una rubrica dedicata agli artisti, se non dimenticati, improvvisamente trascurati, nonostante la biografia certifichi il valore storico della loro ricerca espressiva. Niente oggi, infatti, riesce a contenere le ombre che i “giganti” della contemporaneità vanno stendendo sul recente passato: quasi tutto il Novecento italiano, ad esempio, ha subito questa sorte, non solo quello legato alla figurazione. Pochi, luminosissimi e perforanti nomi si salvano e sono quelli che sappiamo: De Chirico, Fontana, Burri, Afro, Morandi, Marino Marini e qualche altro, sul resto, colpevolmente, è calato il silenzio.
Un lungo elenco oltre che una rubrica molto interessante e istruttiva, non solo per chi ama l’arte, ma per chi vuol visitare dall’interno uno dei meccanismi che regolano il nostro vivere.
Però, per non essere fraintesi, forse è meglio iniziare col dire questo: Saetti non è Morandi. Minore è la sua qualità pittorica e minore è stato il suo rigore esecutivo. Ma quanti artisti di oggi pur vedendo Burri solo in lontananza, sono invece premiati in forma esagerata da un mercato molto attento alla calligrafica esteriorità del prodotto artistico, trascurando la sua sostanza poetica? Contarli è impossibile, anche perché i più compaiono e scompaiono senza lasciar traccia, comunque sono tanti. Troppi.
Non meno difficile è adesso dimenticare questa premessa, per ricordare Bruno Saetti. Non si può che partire dagli anni Cinquanta, quando egli cominciò ad inserire con sempre maggiore frequenza nei dipinti il Sole: un sole enorme, il più delle volte screpolato e ruvido, impresso nella superficie come un fossile di ammonite. Esso compare raggrumato nella sua perfetta circolarità, all’interno di tele trasformate per l’occasione in muro, per testimoniare il rinnovarsi nel presente di un’antica emozione. Rinasce e si moltiplica quel Sole, dopo essere rimasto sepolto in un indefinibile tempo interiore. Assieme alla forma, ricompare il tono con cui quelle immagini si sono rivelate: non sempre infiammate e luminose, talvolta diafane, in altre occasioni buie e intimorenti.

Quei soli intendono rappresentare il nostro inspiegabile transito nel presente. Lo stesso artista, se in un primo tempo dirà: “Il sole è il simbolo di una visione cosmica e naturalistica del mondo” in una riflessione successiva avrà modo di dire: “Il sole è Dio, è il miracolo quotidiano della vita”. Vedendoli, Diego Valeri dedicò a loro alcuni versi: “Sospesi, immoti sul canale immoto, i grandi soli,/ bianchissimi o roggi,/ nudi o velati di sottili brume,/ segnano il nostro tempo, i nostri giorni/ da tramonto a tramonto./ Dietro alla siepe delle cose opache/ d’ogni giorno”.

“Dietro alla siepe delle cose opache”, pone quel sole Valeri. Potrebbe ricordarlo, ma non è lo stesso malinconico e incantato stupore che troviamo in Leopardi o nelle sognanti Amalassunte di Osvaldo Licini. Quello di Bruno Saetti è un punto di osservazione diverso.
Nato nel 1902 nella campagna di Carpi, Saetti dopo pochi anni si trasferisce con la famiglia a Bologna. Qui, favorito da un talento precoce, che peraltro gli verrà subito riconosciuto, presto trova i primi maestri all’interno e all’esterno dell’Accademia, tra quei pittori che agli inizi degli anni Venti andavano recuperando un’autonomia espressiva e coloristica che il capoluogo emiliano aveva da tempo smarrito: Pizzirani, Romagnoli, Protti, Corsi, per fare qualche nome. Sin dalle prime prove, egli non faticherà a mantenere alto il senso della figurazione, sfruttando il proprio istinto compositivo. Qualità notata anche da Guido Piovene che scriverà: “È uno dei pochi pittori italiani ai quali la composizione non è soltanto concessa, ma congeniale”.

Il 1928 si rivelerà un anno importante, un suo dipinto: Il giudizio di Paride, accettato dalla commissione, segna il suo esordio alla Biennale di Venezia. Ma se in laguna le Biennali attireranno attorno al giovane pittore l’attenzione e le lodi di gran parte della critica - al punto che appena quattro anni dopo, nel 1932, la medesima istituzione gli dedicherà un’esposizione personale - sarà la Quadriennale di Roma nel ‘39 a fare di Saetti un vero e proprio “caso” nazionale, quando cioè la giuria, unanimemente, deciderà di assegnargli il primo premio. Dietro a lui, un altro bolognese, Giorgio Morandi.
Una vittoria che rimarrà tra i racconti e che molti, successivamente, non gli perdoneranno. I suoi detrattori, tra l’altro, inclusero immediatamente il suo nome tra i pittori che godevano delle simpatie del regime. Coloro che, pur senza schierarsi, verranno inseriti tra i predestinati portatori di valori antichi. Valori cari all’ideologia che doveva rappresentarli: la famiglia, la madre, il recupero della solidità del passato: forti di una sapienza tecnica che la turbolenza delle avanguardie andava smarrendo. D’altronde, la dichiarazione che Saetti rilasciò, dopo aver ottenuto l’ambito riconoscimento, deve essere stata intesa un po’ da tutti come una inequivocabile scelta di campo: “Io credo che il preciso dovere di ogni artista sia quello di cercare il modo più serio di affinare i propri mezzi espressivi, continuando quella grande tradizione mediterranea di cui gli italiani seppero dare gli esempi più significativi”. Parole che Margherita Sarfatti e Mario Sironi, che pure pittoricamente gli era molto lontano, avrebbero potuto far proprie, per rafforzare e proteggere un pensiero destinato a deformarsi, per mostrare un volto diverso nella la parte finale e più drammatica del Ventennio.

In pochi capirono che la pittura di Saetti attraversava i campi impolverati per suo conto, senza scorrere in binari ideologici. Profondo era il suo rapporto con la natura. Anche la pittura antica era per lui natura, non tanto quella di Guido Reni, del Guercino, dei Carracci, tanto guardati in gioventù, quanto quella di Vitale da Bologna, quella impastata sul muro con l’intonaco ancor fresco. Fatta di terra, appunto, di acqua e poi, necessariamente, di sole. Eccolo dire: “L’affresco per il rigore e la chiarezza che il mestiere impone, aderisce alla natura più di ogni altro procedimento”.
Con gli affreschi, Il mosaico. In quei tasselli ritroviamo gli anni e la luce veneziana, osservata e fatta propria una prima volta, ventottenne, come insegnante di liceo, successivamente, dal 1950 al ’56, quando ancora nelle Accademie esisteva l’assunzione per “chiara fama”. Tuttavia, se non mancheranno nelle sue composizioni scorci di Palazzo Ducale o del canale della Giudecca, non meno presenti saranno i colori dell’Appennino toscano-emiliano, zona geografica di partenza e di arrivo.
Nel 1976, dopo aver ristrutturato un antico mulino, Saetti si trasferirà a Montepiano: paese posto a 700 metri di altitudine e che oggi conta all’incirca 600 abitanti. Un’ora da Prato. Questo luogo, oltre che affascinante, aiuta l’indole emotiva di Saetti. Come prima, ma più di prima: placche cromatiche, tra loro separate, sfruttano i rilievi dello spessore materico: sono le note di un’unica melodia. Un suono fatto di varianti minime, sui medesimi temi, ma sempre diverso.
Mario Saetti morirà nel 1984 e ora è sepolto a Bologna, non lontano da Giorgio Morandi.
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Per aver notizie di Montepiano, senza sapere che si fossero conosciuti, ho telefonato ad Andrea Martinelli, artista molto stimato, dalla struttura stilistica non accostabile a quella di Saetti. Riporto le sue parole, conservandone fedelmente il tono e la forma: “Eh mi fai tornare veramente indietro nel tempo. Andai a trovarlo che ero proprio un ragazzino, in questo bellissimo luogo appartato. Era già anziano quando l’ho conosciuto. Un uomo dedito al lavoro, in apparenza burbero ma in realtà era mite e gentile, di poche parole. Però mi ricordo parole profonde e di insegnamento. Con indosso un grembiule bianco, completamente sporco di colore, mi diceva che il lavoro è la cosa più importante e di crederci, quello che si dice insomma ad un ragazzetto che ha voglia di fare l’artista. Ma più che altro ero molto impressionato da questo luogo isolato bellissimo, in mezzo al verde, da questa figura ascetica, immersa nella sua poesia e da questi suoi affreschi che all’epoca anch’io facevo o tentavo di fare. I suoi affreschi strappati mi affascinavano molto, è un bel ricordo, mi hai fatto davvero tornare indietro nel tempo. In effetti è un pittore molto dimenticato e mi fa piacere che tu possa scrivere di lui”.














