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Cultura | 22 aprile 2025 | 12:38

In pellegrinaggio alla Madonna di Verdelais, ogni sintomo improvvisamente sparì. Storia di Odilon Redon, l'artista che aprì una porta sul mistero

Quando nacque (22 aprile 1840), i genitori, accortisi della fragilità della sua salute, decisero di farlo crescere lontano da casa. Colto da crisi periodiche di epilessia, vi rimase per undici anni, lontano dalla famiglia e da ogni aula scolastica, passando le giornate ad osservare le linee della natura e, verso l’alto, i mutevoli racconti che le nuvole sanno creare. In lui vediamo il genio, ma anche la sua epoca, gli anni irripetibili di quei momenti: assieme all’arte, la musica, la letteratura, la poesia, la filosofia. Tutto

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di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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L’immersione totale tra le opere di Odilon Redon (1840-1916) può sortire in chi improvvisamente se ne innamora, un effetto non prevedibile e quasi paralizzante. Succede quando, per approfondirne la figura, si cerca di individuare la fessura per osservare dall’interno una ricerca espressiva che, come poche altre, ha ispezionato gli anfratti misteriosi della psiche.

 

Il più delle volte, lo si ammira accompagnati da un percepibilissimo senso d’incompletezza. Questo accade con ogni artista, ma con Odilon Redon la sensazione di non cogliere molto di quanto egli voleva trasmettere è maggiore. Almeno, mi conviene immaginare che sia così per tutti, essendo capitato a me che l’ho amato senza incertezze sin dal primo incontro, quando rimasi folgorato da una serie di pastelli evanescenti, porosi e brillanti, visti a Parigi e realizzati sul finire dell’Ottocento. Ora, dopo averlo molto guardato e studiato, in vista del suo compleanno, essendo egli nato il 22 aprile 1840, posso dire che quel divario si è allargato, di lui, della sua biografia, di chi con grande sensibilità ne ha scritto, so molte più cose ma, della sua natura segreta, sicuramente ne so meno di prima.

Una difficoltà accresciuta dalla pressoché assenza di quadri di Redon nei musei italiani, così come di mostre a lui dedicate. Strana cosa, questa, in epoca di mostrifici. Eppure, la sua importanza all’interno della storia dell’arte non può essere messa in discussione, così come il fascino sottile e ammaliante che sua ricerca espressiva trasmette. In lui vediamo il genio, ma anche la sua epoca, gli anni irripetibili di quei momenti: assieme all’arte, la musica, la letteratura, la poesia, la filosofia. Tutto. Non ultima, l’economia, quando ancora favoriva un dibattito culturale anche aspro, ma determinante per sviluppare i temi del confronto.

 

Per tornare a Bertrand Jean Redon (il nome Odilon, arriverà in seguito, quando decise di adattare su di sé quello della madre Odille), tenendo nel giusto conto gli esordi, generosi di tiepide atmosfere romantiche, la sua vicenda artistica è divisibile in due “grandi” momenti: un prima (grosso modo dal 1870 al 1889) e un dopo, interrotto solo quando, nel 1916, l’artista morì, in una Parigi che, per quasi cinquant’anni, lo vide partecipe e assente. Vi arrivò nel 1871, trovando casa in Avenue de Wagram e da lì mai più si mosse: “Non avete idea che angoscia mi provoca ogni spostamento” confidò, trovando un alleato in Rembrandt, il quale sconsigliava ai suoi allievi di visitare l’Italia. Un alleato importante, essendo Rembrandt, con Delacroix e Goya, uno dei pittori che Redon più ha guardato e stimato.

Le cose, però, poi si vengono a sapere e si scopre che nel 1878 si allontanò da Parigi per visitare l’Olanda, forse proprio col desiderio di osservare da vicino l’amato Rembrant, ma visitò anche la Spagna (Goya) e, nel 1895, oltrepassò la Manica per arrivare a Londra. Infine, nel 1908, venne a Venezia.

 

Due fasi, due grandi momenti, dunque: un “prima” in bianco e nero e un “dopo”, musicale e coloratissimo, iniziato in coincidenza della nascita nel 1889 del figlio. Un fronte e un retro, distinti ma complementari: “Usavo sempre la matita o il carboncino, polvere volatile, impalpabile, fuggevole sotto la mano” dal 1875 approfondì la possibilità tecniche offerte dalla litografia: “Assecondava le mie ricerche del chiaroscuro e dell’invisibile”. A quel tempo, pensava dovesse essere monocroma la strada, così da perlustrare indisturbato un mondo cosparso di simboli e di immagini, zampillate nel foglio grazie a una febbricitante e notturna energia creativa. Anni intensi e produttivi, quasi sempre isolato nel cono d’ombra che egli stesso si era procurato, per tenere lontani i riverberi delle luci accese dagli impressionisti: “Volano troppo basso” dichiarò, indicando quella che per lui era la loro colpa: confinare lo spazio oggettivo del loro campo d’azione all’interno della realtà, a scapito dell’immaginazione.

Nella musica, specie nella seconda sua fase, trovò alcune delle melodie che andava cercando, tra i filosofi del tempo indicazioni illuminanti e preziose, ma furono soprattutto i poeti e gli scrittori a rafforzare il temperamento creativo di Redon: Allan Poe, tradotto da Baudelaire, lo stesso Charles Baudelaire, ovviamente, la cui prima edizione dei Fiori del Male fu pubblicata nel del 1857, quando l’artista, ancora a Bordeaux, aveva diciassette anni, il momento giusto per leggere quei versi e rimanerne segnati per tutta la vita. E poi Gustave Flaubert: a lui si avvicinerà per dedicare, tra il 1888 e il 1896, tre serie di litografie a: “La tentation de Saint-Antoine”, il libro che più tormentò il grande scrittore francese, iniziato nel 1849 e completato nel 1872. Quarantadue immagini per quella che considerava: “Una meraviglia letteraria e una miniera”.

Altri ancora, Huysmans, ad esempio, che inserirà Redon in un suo romanzo. Tra i non ancora citati, il più importante di tutti, Mallarmé, un poeta quanto lui invalicabile o, per meglio dire, solo parzialmente esplorabile, di sicuro seducente ed evocativo. Si frequenteranno, si scriveranno: “Non dimentichi Redon, amo le sue leggende”.

Per leggende intende metafore, racconti mitologici, mondi paralleli creati dalla psiche, precipizi infermali, inebrianti delicatezze timbriche: è dal contrasto che germina la sua arte. Un lato e il suo retro si toccano: Redon l’ha capito. Subito, però, intuisce anche quanto difficile sia penetrare quel suo mondo, tanto è vero che, sapendo di essere poi letto, lascia una serie di scritti, quasi fossero istruzioni per l’uso. Non solo tra le righe di alcune lettere troviamo riflessioni importanti, in forma ancora più articolata egli le appunta in una sorta di diario, A soi-même, pubblicato postumo nel 1922. Leggendolo, come forse il suo animo segretamente sperava, ci si perde, ma non a causa della complessità della scrittura, ma per l’indefinibile mondo interiore che le sue parole spalancano. Ci indica la non-direzione: il mistero. Come quando, sottolinea l’interesse che ognuno di noi dovrebbe avere per le cose minute, utilizzando nel caso gli strumenti che già allora la scienza metteva a disposizione (il suo grande amico, Armand Clavaud, botanico, aprì le porte di un museo nel momento in cui gli fece appoggiare l’occhio sul mirino del microscopio).

Leggere alcune sue riflessione è come sfilare la fune di ancoraggio a una piccola barca, senza prima aver caricato i remi. Questa ad esempio: “Tutta la mia originalità sta nel dare vita ad esseri inverosimili secondo le leggi della verosimiglianza, sottoponendo, nella misura del possibile, la logica del visibile al servizio di tutto ciò che è invisibile, ciò comporta un’indagine metafisica: tentare di penetrare nella natura occulta degli esseri e delle cose”. Di certo Monet, nato nel suo stesso anno, non avrebbe mai potuto scrivere le stesse cose, tanto meno Cezanne, nato solo un anno prima o Renoir, nato un anno dopo.

Per Redon: “Tutto avviene attraverso la docile sottomissione all’avvento dell’inconscio” e, per spingerci ancora più al largo, dice: “I miei disegni ispirano ma non designano, ci portano, come la musica, nel mondo ambiguo dell’indeterminato”. Pensa di frequente alla prima giovinezza: “Mi rivedo contemplatore, attingere piacere dal silenzio. Da bambino ricercavo l’ombra (…) mi ricordo di avere provato una gioia profonda e singolare nel nascondermi dietro le grandi tende, negli angoli oscuri della casa”. C’è un motivo se raccoglie questi ricordi, infatti, in un altro momento della sua vita aggiungerà: “I pensatori amano l’ombra, vi passeggiano”. Gran parte di queste ombre salgono in superficie dalle irrequiete cavità del suo animo, ma questo non lo dice.

La luce e in colore, come detto, arriveranno, esaltando cromie festose. Orfeo, i Centauri, Andromeda, Apollo e Uridice, Pegaso e l’Idra rimarranno, così come Eufelia, Icaro, i Ciclopi, continuando il sogno. Ora però alternati ai fiori, alle farfalle in volo, ai ritratti, ai paesaggi, alle montagne: azzurri turchesi, il bagliore dei gialli, i toni malva, i verdi smeraldo, i rossi: un’esplosione inattesa e stordente. Questo avvenne quando Redon, come scrisse Leblond nel 1907, “avvertì la necessità della luce e salì verso il colore come verso un Paradiso”.

I pittori Nabis gli spalancarono le porte, tanto è vero che Denis lo inserì in primo piano in un celebre quadro, ritratto accanto ad altri esponenti di quel gruppo. Non meno interesse dimostrarono per lui i surrealisti, indicandolo come un apripista di quel movimento, sulla scia del suo primo maestro, Rodolphe Bresdin, incisore di ancor più visionaria originalità. La sorpresa per l’interesse che le nuove generazioni dimostravano per il suo lavoro, la si coglie in queste parole: “Che cosa ho messo nei miei quadri per suscitare tante sottili analisi” non ho fatto che “aprire una porta sul mistero”.

Quando nacque, i genitori (il padre era proprietario di estese zone coltivate a vigneto), rientrati da poco dalla Louisiana, accortisi della fragilità della sua salute, decisero di farlo crescere a Peyrelabade, presso Listrac, in direzione delle “landes”, il grande teatro boschivo e pastorale che scendeva verso il mare. Colto da crisi periodiche di epilessia, vi rimase per undici anni, lontano dalla famiglia e da ogni aula scolastica, passando le giornate ad osservare le linee della natura e, verso l’alto, i mutevoli racconti che le nuvole sanno creare. Sin tanto che, accompagnato in pellegrinaggio alla Madonna di Verdelais, ogni sintomo improvvisamente sparirà: sarà, quello di Odilon Redon, uno dei 133 casi di guarigioni miracolose registrate dal 1819 al 1883

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