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Cultura | 24 giugno 2025 | 06:00

"In un’epoca dominata dall’iperconnessione e dalla velocità, molti oggi desiderano solo rallentare e riconnettersi con ciò che è reale". Sophie Deraspe racconta il suo film 'Fino alle montagne'

'Fino alle montagne' è un racconto di formazione che avviene tra l’Alta Provenza e le Alpi. Ispirato al romanzo autobiografico di Mathyas Lefebure, ci conduce lungo un sentiero aspro e necessario: quello che porta un uomo lontano dal rumore di Montréal e lo riconsegna al silenzio pieno delle montagne. Ne abbiamo parlato con la regista

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Un film intenso, certamente fuori dal coro, realistico pur non essendo un vero e proprio documentario. Fino alle montagne (Bergers, il titolo originale) è un racconto di formazione che avviene tra l’Alta Provenza e le Alpi. Ispirato al romanzo autobiografico di Mathyas Lefebure, ci conduce lungo un sentiero aspro e necessario: quello che porta un uomo lontano dal rumore di Montréal e lo riconsegna al silenzio pieno delle montagne. Il protagonista, Mathyas, abbandona una carriera avviata nel mondo della pubblicità per diventare un pastore. Un gesto solo in apparenza folle. 

 

La pellicola, ancora nei cinema italiani, è stata applaudita al Trento Film Festival e inquadra la montagna da un’angolatura che, secondo noi, non è scontata, non è banale e soprattutto non è costruita per luoghi comuni. Ne abbiamo parlato direttamente con la regista, la canadese Sophie Deraspe. In una chiacchierata che parte dalle terre alte ma che finisce per toccare, inevitabilmente, altri temi assai cari alla comunità dei lettori de L’AltraMontagna

 

Nel cinema contemporaneo, la montagna è sovente usata come metafora di isolamento o, all’opposto, un idillio bucolico in cui riappropriarsi del proprio slancio vitale. Qual è stata la tua intenzione più genuina nella rappresentazione di “Fino alle montagne”?

“Nel viaggio di Mathyas la montagna è lo strumento per trovare il proprio posto nel mondo. Una transumanza, interiore e fisica, che gli consente non tanto di ritrovarsi, quanto di scoprire sé stesso nell’ambiente naturale, con il sole e con il vento, nelle tempeste, tra gli animali e in mezzo agli altri esseri umani. In questo film, la montagna è amore nel senso più ampio del termine”.

 

 

L’ambiente montano che si intreccia a una vita nomade dedita alla pastorizia sa essere ostile, anche dove c’è molta bellezza. Quanto era importante evitare di trasfondere su pellicola una visione idealizzata?

“Le montagne, come gli oceani per fare un parallelismo, sono potenti e maestose. Non è un caso che risplendano di un’aura mistica e sacrale. La natura, a questi livelli, ci insegna a essere umili e aderenti alla realtà. No, non c’era spazio per il romanticismo”.

 

 

Come hai lavorato in Alta Provenza e sulle Alpi per raccontare questa storia?

“Mi sono dovuta adattare. Era troppo importante seguire passo passo la realtà della storia che volevo narrare. Ciò ha richiesto una buona dose di flessibilità non solo a me, ma a tutta la troupe. Ci siamo allineati alle condizioni del meteo, alle esigenze degli animali e all’evoluzione narrativa dei personaggi”.

 

 

Quali sfide hai affrontato per girare il film?

“Trovare i luoghi giusti è stata un’impresa. La nostra montagna doveva trasmettere la sensazione cinematografica di una immersione negli elementi naturali: al bando strade asfaltate, tralicci elettrici, motori di qualsiasi tipo. Allo stesso tempo, doveva essere adatta a un gregge di pecore e accessibile alla troupe. Abbiamo portato con noi e sul set il minimo indispensabile, a disposizione c’era solo la piccola baita che si vede nel film. Prima del tramonto salivamo per un tratto con i pick-up, buoni a darci un ricovero di fortuna nel caso dei temporali improvvisi, e poi proseguivamo a piedi verso i luoghi più incontaminati. Pranzavamo sull’erba, proprio come i pastori. Alla fine delle riprese eravamo tutti esausti, ma rigenerati dall’aria fresca e dai panorami mozzafiato. Devo ammettere che trovare un luogo che rispondesse così bene alle esigenze del film è stato un miracolo”.

 

C’è una scena a cui sei particolarmente legata?

“La nascita dell’agnello, forse, per potenza espressiva e simbolica è l’apice della nostra altalena emotiva. Volevo che Mathyas vivesse un’esperienza forte, ma non l’avevo prevista in una scena precisa, sapevo infatti che sarebbe stato impossibile girarla a comando senza ricorrere agli effetti speciali. A dire il vero mi piace molto anche la scena della vecchietta che dona un foulard a Elise (la ragazza che sceglie di cambiare vita insieme a Mathyas, ndr): parla di legami e di eredità immateriali”.

 

 

Autori o opere che ti hanno ispirato?

“Niente e nessuno in particolare. La mia ispirazione principale è stata la natura. Ho visto Le otto montagne subito dopo le riprese di Bergers e ho riconosciuto un modo diverso di raccontare la montagna che mi ha colpito molto. Anche loro, Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, sono registi che provengono da paesaggi piatti. Non li conosco bene però, parlerò dunque per me. Ebbene, probabilmente, quando come nel mio caso non si è cresciuti guardando tanti film di montagna, c’è un modo unico e originale di approcciarsi alle riprese e alle tecniche di narrazione. Per me, ad esempio, era fondamentale escludere l’uso del drone. Ho invece privilegiato la steadycam e tanti primissimi piani, così che lo spettatore potesse percepire la montagna al livello dei personaggi, senza filtri”.

 

 

In un’epoca dominata dall’iperconnessione e dalla velocità, che messaggio pensi porti il tuo film a chi vive e lavora in città?

“Nella tua domanda è già contenuta la risposta: molti desiderano solo rallentare e riconnettersi con ciò che è reale… qualunque cosa questo significhi per ognuno di noi”.

 

 

Il film è stato accolto generalmente bene nei festival internazionali. Dopo le settimane di programmazione nelle sale cinematografiche italiane qual è il tuo bilancio?

“È un film che fa stare bene, anche se come abbiamo detto non mancano momenti ostili. Chi esce dal cinema porta con sé il desiderio di vivere, amare, osare e sperimentare”.

 

Pensi che il cinema stia riscoprendo la montagna anche come spazio politico, oltre che paesaggistico?

“Mi piace molto questa domanda, anche se non so se sono la persona più adatta a rispondere. Direi che trattare la natura in tutte le sue mutevoli e sfaccettate complessità è… politica, decisamente. Così come affrontare temi umili e reali può essere politico. Deve esserlo per forza”.

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