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Cultura | 04 giugno 2025 | 06:00

Montagne italiane? "Una natura che non è mai di pura wilderness". Andrea Bettega al festival de L'AltraMontagna: "Per la locandina ho cercato un punto di intersezione tra elementi antropici e naturali"

Venerdì 13 giugno (ore 17:00, Cortile Urbano di via Roma, evento gratuito) al Festival de L’AltraMontagna - che si terrà a Rovereto – si parla di arte, di come essa influenza il nostro sguardo sulle vette. Saranno con noi Silvio Lacasella, pittore e incisore, la scrittrice Isabella Panfido e Andrea Bettega, illustratore. In vista dell’appuntamento abbiamo intervistato proprio Andrea Bettega, cui dobbiamo il merito del poster del Festival

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il pomeriggio di venerdì 13 giugno, il Cortile Urbano di via Roma a Rovereto ospiterà L’AltraMontagna Festival, per una conversazione dal titolo Come l’arte influenza il nostro sguardo sulle vette. Ad alimentare le nostre riflessioni saranno presenti tre artisti, ciascuno con un proprio ambito espressivo: Silvio Lacasella, pittore e incisore; Isabella Panfido, scrittrice; e Andrea Bettega, illustratore ed artefice del poster del Festival. Quest’ultimo ci ha concesso oggi qualche anticipazione; ha parlato con noi del mestiere di illustratore, del suo rapporto artistico e personale con la montagna e ci ha raccontato il cantiere del poster che sta in copertina all’evento.

 

“Fare l’illustratore significa tradurre concetti e immaginario con forme molto comprensibili e riconoscibili. Ci sono dei tratti stereotipati, che devono essere sfruttati per veicolare dei messaggi ad un primo livello di lettura. Dietro a questo, però, sta a me inserire delle peculiarità e dei significati a secondo, terzo, quarto livello di lettura dell’immagine. La complessità dunque si innesta proprio a partire da quel primo livello”


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

Come illustratore, senti di dare forma ad un immaginario tuo o di soddisfare quello di un committente?

Nel mio caso direi che ho cominciato creandomi un immaginario personale, che nel tempo è stato mediato dalle committenze. A livello segnico e di stile è frutto in primis di una mia ricerca stilistica ed iconografica, che poi si è inserito nell’ambiente, con la mia esperienza come designer grafico, attraverso il rapporto con i clienti. Dopo anni di lavoro con il mercato editoriale, si è prodotto in modo piuttosto naturale un immaginario spendibile anche a livello commerciale.

Non temi il rischio di offrire una visione stereotipata sulla base degli interessi editoriali?

Come tutti gli illustratori, mi servo di simboli che sono parte di un immaginario comune. Si tratta di tradurre concetti e immaginario con forme molto comprensibili e riconoscibili. È chiaro che ci sono dei tratti stereotipati, che devono essere sfruttati per veicolare dei messaggi ad un primo livello di lettura. Dietro a questo, però, sta a me inserire delle peculiarità e dei significati a secondo, terzo, quarto livello di lettura dell’immagine. La complessità dunque si innesta proprio a partire da quel primo livello. È come nel momento in cui spieghi un argomento scientifico ad un pubblico ampio: non puoi essere né troppo rigoroso, né troppo banale, ma devi usare delle metafore semplicistiche sulle quali far leva per rendere la complessità del messaggio. Il rischio di offrire un’immagine stereotipata è superato dal lavoro creativo dell’illustratore, che non è una mera macchina, ma si fa veicolo creativo del messaggio.

 

Come hai sviluppato il poster de L’AltraMontagna Festival?

Per il poster sono partito con l’intenzione di fare un omaggio al panorama storico artistico e culturale di Rovereto, che in questo caso è impersonato soprattutto da Depero. Il modo in cui lui rappresentava la montagna secondo me calza perfettamente con la linea editoriale e il Manifesto de L’AltraMontagna. Sto parlando di una natura che non è mai di pura wilderness; e Depero lo sapeva rappresentare benissimo, incrociandola col suo filone futurista, dove l’elemento tecnico aveva un forte peso, vedi i fili della luce o il cemento dei condomini. Io sono partito da questo concetto, ho cercato di trovare un punto di intersezione tra elemento antropico e naturale, che mi sembra il nucleo centrale attorno al quale verte il Festival. Insomma, ho unito la location del Festival, Rovereto, con la sua storia e la sua arte, e la rappresentazione della montagna, che sta tutto attorno alla città. Quindi, vi ho inserito una serie di sottolivelli, anche molto intuibili, come la lettura, la musica, lo sport, l’impresa alpinistica e il pascolo, che vanno a toccare gli spunti tematici delle serate.

In che rapporto stanno la tua passione per la montagna e la visione di essa che traspare nei tuoi lavori?

È una sorta di serpente che si morde la coda. Io sono portato a sintetizzare le forme e creare geometrie, e la montagna è il luogo che ti offre più occasione di vedere queste linee. Io utilizzo molto linee segmentate; e la montagna è un luogo in cui vedi la morfologia del territorio: rocce, terra, corteccia… Vai a sintetizzare delle cose già per natura fortemente geometrizzate; dunque, ciò che vedo e il modo in cui disegno contribuiscono ad autoalimentarsi. E il mio approfondire il rapporto con la montagna porta ad una mescolanza sempre più fine tra l’opera e il referente reale.

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