Nell'opera di Medardo Rosso ciò che guardiamo non è ciò che abbiamo precedentemente visto: "Nell’arte mi interessa far dimenticare la materia"

Per ricordare lo scultore il giorno della sua nascita, avvenuta a Torino il 21 giugno 1858, vi è un’appendice biografica che permette di risalire, in senso contrario, l’intero suo tragitto artistico. Il museo a lui dedicato si trova a Barzio, piccolo paese in Valsassina

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Per ricordare Medardo Rosso, in coincidenza con la sua nascita, avvenuta a Torino il 21 giugno 1858, le vie maestre sono altre. Vi è però un’appendice biografica che permette di risalire, in senso contrario, l’intero suo tragitto artistico: nel 1928, all’indomani della sua morte, tutte le opere rimaste all’interno sia dello studio milanese di via Solferino, che di quello parigino, furono ereditate dal figlio Francesco, nato nel 1885, il medesimo anno in cui l’irrequieto Medardo e Giuditta Pozzi si sposarono. Relazione peraltro interrotta nel 1889, in coincidenza col suo trasferimento nella capitale francese.
Un nucleo importante di sculture, ma anche di disegni, di fotografie e di documenti che il mercato del collezionismo avrebbe assorbito in poco tempo. Riconoscente, Francesco (registrato all’anagrafe come Francesco Evviva Ribelle Rosso) anziché disperdere ciò che il padre aveva tenuto per sé, decise di fondare a Barzio, piccolo paese in Valsassina, a lui caro per avervi trascorso sin da bambino le vacanze in compagnia della madre, un museo: il Museo Medardo Rosso, appunto.
Oggi come allora, Barzio supera di poco i mille abitanti e accoglie i turisti offrendo, non lontano dal lago di Como e da montagne assai più imponenti, il clima temperato e dolce degli ottocento metri (769). Le cose andarono circa così: dopo essere riuscito ad acquistare dal parroco una chiesa del Seicento, con annesso l’oratorio del paese, Francesco inizia a progettare spazi espositivi che, forse senza volerlo, manterranno la regolare imperfezione di uno studio d’artista, con le opere che vanno e vengono, richieste da importanti istituzioni (fino al 25 settembre 2025 è chiuso, avendo prestato parte delle sculture a Basilea e Vienna).

Barzio non può competere con Parigi: la cornice che porta migliaia di visitatori al Museo Rodin è qui assente. Una posizione defilata che, se non amplifica, neppure sottrae sostanze vitali dall’epicentro narrativo del grande artista, riuscendo anzi a porre in evidenza, proprio come lo scultore desiderava, una continuità e qualità poetica formidabile. Come pagine di un unico racconto, messe in relazione tra loro, le opere dialogano, offrendo una sequenza espressiva non frammentabile. Per Medardo Rosso l’opera era l’intero tragitto. Pensiero segreto di molti artisti, soprattutto maturato in coloro che affidano all’arte il compito di avvicinare se stessi ad un punto interiore indefinibile, carico di rimandi esistenziali: Alberto Giacometti, ad esempio.
Quasi fossero apparizioni, le figure di Medardo Rosso sono trattenute all’interno di una materia che non riesce a delimitare la forma. Una materia in origine “liquida”, duttile, argillosa, induritasi strada facendo sino a trasformarsi in guscio, in stratificata roccia: a volte ruvida e cupa, altre cerosa e diafana, quasi trasparente. Necessaria non per rappresentare sé stessa, ma esprimere una serie di stati d’animo, infatti lo dice: “Ciò che importa per me nell’arte è di far dimenticare la materia”. L’azione plasmante e sfaldante della luce farà il resto. Ma di quale luce parliamo? Di quella transitante e tanto cara agli impressionisti, oppure di una luce interiorizzata e già presente nell’animo dell’artista. Una luce che Medardo Rosso sente premere da dentro e che chiede solo di uscire? Dall’interno verso l’esterno, dunque. Ecco perché non è così automatico accostare queste opere, come sempre si fa, a quelle degli impressionisti.

Uomo che legge, Bambina che ride, Bambino malato, qualche figura intera, molti i volti, scavati da ombre liquefatte e senza contorno. Oscurità dentro alle quali non si precipita, poste per suggerire un percorso impossibile da completare: necessitante di un tempo che ancora non è arrivato. Nascono da qui le numerose varianti sul medesimo soggetto. Persino quando utilizza il mezzo fotografico, predisponendo con l’inquadratura, la fonte luminosa e la collocazione del soggetto, ottiene il medesimo risultato: ciò che guardiamo non è ciò che abbiamo precedentemente visto.

Sappiamo che l’antiaccademico e ribelle Medardo ebbe modo di riflettere sui grandi scultori del passato, tra questi Donatello e Michelangelo (nella Pietà Rondanini egli pare essere già presente), tuttavia riuscirà a tenere lontana la statuaria classica, solenne e monumentale, preferendo ad essa i traballanti piedistalli della modernità. Infatti, varcando il secolo, con l’Ottocento oramai alle spalle, fertilizza il terreno alle grandi avanguardie. A lui guarderanno in molti, tra questi i futuristi, tanto è vero che lo elessero precursore ideale del movimento, forse sovrapponendo “inafferrabilità” del soggetto con l’idea del movimento. Quanto Boccioni lo stimasse lo si capisce da queste righe: “Alludo (…) ad un italiano, al solo grande scultore moderno che abbia tentato di aprire alla scultura una campo più vasto, di rendere con la plastica le influenze di un ambiente e i legami atmosferici che lo avvincono al soggetto”.
“Italiano”, dice Boccioni. Egli però, anche se nato a Torino e morto a Milano, amava definirsi “cittadino del mondo”. Un solo luogo a quel tempo, per la sua capacità di incrociare esperienze e culture differenti, poteva vidimare un simile passaporto: Parigi. Infatti, superata la spinta iniziale, segnata dalla burrascosa esperienza a Brera (nel 1882 venne espulso dall’Accademia) e dal successivo contatto con l’ambiente della Scapigliatura lombarda, trentunenne, vi si trasferì e tre anni dopo farà addirittura domanda per ottenere la naturalizzazione francese. Al suo arrivo trovò una città in fermento, in vista dell’Esposizione Universale, a cento anni esatti dalla Rivoluzione francese.

Non facile immaginare con che occhi la compagine impressionista osservasse di operai avvitare gli ultimi bulloni alla celebre torre in acciaio, progettata dall’ingegnere Eiffel, simbolo del progresso industriale, ma anche di un’epoca pronta a germogliare nuova arte.
Meno difficile è percepire con quanta emozione Medardo Rosso si immerse in quel clima: Van Gogh se ne era andato l’anno precedente, rimanevano però Toulouse Lautrec e molti altri. Tra questi Degas, che non mancherà di apprezzare il valore della sua ricerca espressiva. Oltre ad essere in confidenza con la fotografia, Degas - il meno impressionista tra i grandi impressionisti - era molto attratto dalla scultura: “Per mia sola soddisfazione io modello con la cera animali e persone, non per rilassarmi dalla pittura o dal disegno, ma per dare alle mie pitture e ai miei disegni più espressione, più ardore di vita”.













