"Non sapeva starsene con le mani in mano chiuso in sacrestia": con l’aiuto dei paesani, iniziò a catalogare gli oggetti della civiltà montanara

Nel centro abitato più alto dell’Appennino tosco-emiliano, il museo etnografico Don Luigi Pellegrini - con i suoi oltre 4mila pezzi suddivisi in 14 sale tematiche - offre una testimonianza straordinaria di oltre dieci secoli di vita rurale in Garfagnana e nelle aree di confine. Ogni ambiente restituisce l’atmosfera di un mondo che ha saputo affrontare la durezza tipica delle terre alte con ingegno, forza di comunità e spiritualità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
A San Pellegrino in Alpe, a 1500 metri a cavallo tra Toscana ed Emilia, sorge un luogo speciale, poco battuto, fuori dalle rotte del turismo “prêt-à-porter”. È il museo etnografico Don Luigi Pellegrini. Ospitato nell’antico ospitale medievale accanto al celebre santuario dei santi Bianco e Pellegrino, il museo è un viaggio a ritroso, tra le radici profonde della civiltà contadina e pastorale dell’Appennino tosco-emiliano.
Non è esagerato considerarla una delle più importanti raccolte etnografiche del Centro-Nord Italia. Entrare in questo luogo magico e un po’ fuori dal tempo è come immergersi in un racconto lungo dieci secoli, fatto di piccoli oggetti, mestieri dimenticati e gesti quotidiani.

Con i suoi oltre 4mila pezzi unici suddivisi in 14 sale tematiche, offre una testimonianza straordinaria della vita rurale in Garfagnana e nelle aree di confine. Ogni ambiente restituisce l’atmosfera di un mondo che ha saputo affrontare la durezza tipica delle terre alte con ingegno, forza di comunità e spiritualità.
La storia del museo è strettamente legata a una figura simbolica, quella di Don Luigi Pellegrini, parroco di San Pellegrino dal 1948 al 1990. “Era un prete tosto e cocciuto, alla maniera di un don Lorenzo Milani”, ricorda chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. “E no, proprio non sapeva starsene con le mani in mano chiuso in sacrestia”.

Negli anni Sessanta, con l’aiuto dei paesani, iniziò a reperire e catalogare con passione gli oggetti della civiltà montanara. La sua intuizione si rivelò fondamentale: salvò dall’oblio un patrimonio che rischiava di perdersi per sempre, costruendo una collezione che nel 1986 venne donata alla Provincia di Lucca e divenne nucleo dell’attuale raccolta museale.

Negli stessi ambienti che per secoli ospitarono viandanti e pellegrini, oggi si conserva un patrimonio materiale e immateriale inestimabile, sapientemente custodito per le generazioni di oggi e di domani. Dalle cucine con i paioli in rame alle camere da letto spartane, dalle botteghe artigiane al ciclo della transumanza, tutto racconta di una cultura profonda e resiliente. Particolarmente emozionante la sezione dedicata al Maggio drammatico, una forma di teatro popolare cantato, che ancora oggi risuona nelle valli circostanti.
Notevoli, a tacer d’altro, sono due grandi telai in legno per la tessitura, strumenti per la lavorazione del lino e della canapa, nonché i macchinari agricoli che documentano l’evoluzione delle tecniche rurali. Il museo conserva inoltre preziosi arredi originali dell’antico ospitale risalenti ai secoli XVII e XVIII.

Ogni anno, il museo è aperto dal 1° giugno al 30 settembre, accogliendo visitatori dall’Italia e dall’estero che arrivano a San Pellegrino in Alpe, il borgo abitato più alto dell’Appennino tosco-emiliano, anche per il culto dei Santi Pellegrino e Bianco e per la sua posizione unica sul crinale tra due regioni, due province e due comuni.
Visitare il Museo Don Luigi Pellegrini è molto più che osservare oggetti del passato: è farsi avvolgere da una memoria viva, da una narrazione collettiva che unisce generazioni e territori. Consiglio spassionato prima di mettersi in marcia: fate una telefonata per accertarvi dei giorni e degli orari di apertura.













