Passava le notti in piedi, per capire come fanno a dormire i cavalli, oppure si percuoteva il naso per renderlo simile al becco di un rapace. In ogni animale, il pittore Antonio Ligabue voleva cogliere una parte di se stesso

"Gli occhi di Ligabue li ritroviamo all’improvviso riconoscibili e scrutatori in un cavallo o in un pollo dei suoi quadri. Forse gli animali vedono le cose come sono, per questo tentava di trasformarsi in loro". L'anniversario della nascita, 16 dicembre 1899, invita a ripercorrere alcuni tratti del suo percorso artistico

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La montagna per Antonio Ligabue è un ricordo lontano: come altri, una cicatrice. Segna il passaggio dalla Svizzera all’Italia. Era nato a Zurigo il 16 dicembre 1899 da madre italiana, per poi essere assegnato ad una coppia svizzero-tedesca. Rachitico e di salute cagionevole, iniziò presto a manifestare le punte di quel carattere che successivamente lo portarono al deragliamento psichico.
Quando nel 1919 passa le Alpi deve averle di sicuro osservate molto bene quelle vette e, quando le inserisce nello sfondo dei suoi dipinti, le presenta non solo innevate e candide, ma anche affilate come lame.
Tra Van Gogh e Rousseau il Doganiere, qui viene quasi sempre collocato Ligabue. In verità, la sua pittura è lontana da entrambi. Lontana da tutti e in tutti presente. Infatti, lo abbiamo abitato anche noi quel suo stesso mondo, nell’età in cui è ancora possibile crearlo e farlo proprio con la fantasia, reinventando la realtà circostante. Ligabue, però, fa una cosa diversa: prolunga per l’intera vita questa prima fase, trasferendo, con la mente, anche il corpo all’interno delle proprie visioni. Adulto, lo tormenterà la solitudine ed è per questo che inizia a dialogare con gli oggetti e con gli animali. Più che sentirsi incompreso, semplicemente non capisce come possano gli altri vedere le cose con occhi diversi. Proviamo a partire da questa prima considerazione, per dar conto di un artista la cui singolarità espressiva non può, ogni volta e quasi per intero, essere oscurata dall’aneddotica che ne accompagna il nome.

D’altronde, è quasi impossibile guardare i suoi quadri, mantenendo quella che dovrebbe essere la giusta distanza per non sovrapporre le immagini dipinte con quelle impresse in episodi che non finiscono mai di stupire. Alcuni di questi sono notissimi e presenti nei filmati d’epoca. Una popolarità non solo artistica ampliata nel 1977 da uno sceneggiato televisivo, da tutti citato anche per la formidabile interpretazione di Flavio Bucci e, non meno coinvolgente, del 2020, da un secondo film, con Ligabue interpretato da Elio Germano. Lo si vede passare le notti in piedi, per capire come fanno a dormire i cavalli; oppure, con uno specchio appeso al collo, in uno stato di esaltazione psicofisica, camminare esagitato nella golena sabbiosa del Po, imitando il verso degli uccelli acquatici; oppure ancora mentre si percuote il già pronunciato naso per renderlo ancor più simile al becco di un rapace.

Assieme a questi, molti altri aneddoti. Tutti reali. Come quello ricordato dallo scultore Marino Mazzacurati, tra i primi ad aiutarlo e a riconoscerne la grandezza: "Trovai quell’incredibile personaggio in un pastrano da carabiniere rigonfio di fieno e legato tutt’intorno con delle corde". Si esprimeva "in una lingua incomprensibile che era un misto di tedesco e dialetto emiliano".
Era nato da Elisabetta Costa, indigente e sola, emigrata dal bellunese. Non aveva ancora un anno quando venne affidato alla famiglia Gobel, le cui origini erano altrettanto modeste. Con la madre adottiva strinse un legame intenso, scandito però da improvvisi e violenti contrasti. La crescita, inoltre, venne segnata da un’attività scolastica fallimentare e dalla comparsa di un padre - Bonfigliolo Laccabue - che decise di riconoscere all’anagrafe un figlio che non aveva mai visto e di cui mai si occuperà. Cognome che successivamente il pittore modificherà in Ligabue, così da prendere le distanze da un padre-non-padre, colpevole, oltretutto, di aver provocato la morte della madre naturale e dei tre fratellini, facendo loro mangiare della carne avariata.
Attraversare tutto il suo mondo, seguendone l’itinerario, è un’esperienza che poi non si allontana dalla memoria. Moltissimi animali, ovviamente: atmosfere esotiche popolate di tigri, leoni, leopardi, quasi sempre colti nel balzo verso la preda; gazzelle, zebre, antilopi, serpenti. E poi scorpioni e grandi ragni. I rapaci, molti rapaci. Non mancano le giraffe che, con passo mite, arrivano nei quadri chissà da dove.
Si sa invece perfettamente da dove provengono gli animali domestici: mucche, cavalli, conigli, cani, i più frequenti, osservati per ore a Gualtieri, il paese emiliano dove vivrà per il resto della sua vita. Di ogni animale, Ligabue, voleva cogliere l’incontrollabile forza istintiva. In ogni animale, per dirla in altre parole, voleva cogliere una parte di se stesso.

Non a caso, tra i soggetti ripetuti con ossessive, mai ripetitive varianti, ci sono gli Autoritratti: struggenti e spietati. Fedeli. In molti casi, per dimostrare di essere riuscito a cogliere se stesso di sorpresa, Ligabue si raffigura con le pupille spostate da un lato e lo sguardo spaesato. Così da ritrovare un'espressione simile alla sua. Nessuna messa in posa, dunque. Tra Ligabue e il proprio volto, si forma una sorta di sdoppiamento. Chi oggi li osserva viene catturato dal suo universo: delicato e aggressivo, felice e tragico. Ha scritto Cesare Zavattini: "Gli occhi di Ligabue li ritroviamo all’improvviso riconoscibili e scrutatori in un cavallo o in un pollo dei suoi quadri. Forse gli animali vedono le cose come sono, per questo tentava di trasformarsi in loro".

Vittorio Sgarbi ha invece sottolineato che: "Antonio Ligabue appare assolutamente anomalo fra i pittori del Novecento. Un’anomalia che ricorda quella di Henry Rousseau fra gli impressionisti e i postimpressionisti. Nella sua violenza, nella sua espressività animale, si misura soltanto con Van Gogh, del quale può considerarsi una variante italiana". Riflettere nuovamente su questi due nomi, ci aiuta ad individuare ciò che li accomuna: con Rousseau il desiderio di ricreare una natura lontana, vergine e impenetrabile, fortemente idealizzata, all’interno della quale può trovar respiro l’immaginazione; con Van Gogh condivide il tormento esistenziale generato da un senso di vuoto; la foga espressiva; la pastosità di un colore arroventato che per lunghi tratti scorre filamentoso, delineando il soggetto all’interno del dipinto. I ripetuti ricoveri in strutture psichiatriche.
Tutti e tre, se questo può essere un elemento su cui riflettere, arrivarono alla pittura da autodidatti e in età avanzata.
Ma Ligabue, così come la sua arte, nonostante i rimandi biografici e qualche affinità stilistica, rimane lontano da tutti e da tutto.
Nel video, Antonio Ligabue nel 1972:
Alcune delle immagini inserite nell'articolo provengono dal sito della Fondazione Museo Antonio Ligabue













