"Per una signora per bene come te non c’è posto tra le montagne". Rispose: "Credo di riuscire a fare tutto ciò che voglio". Così Leni Riefensthal imparò a scalare, a sciare, a calarsi nei crepacci

Ha attraversato l’intero Novecento. Non solo perché è nata a Berlino nel 1902 ed è morta a Pöcking in Baviera nel 2003, ma per averne vissuto in prima persona alcuni dei fenomeni artistici e politici che l’hanno caratterizzato. Il libro autobiografico Tra nevi e ghiacci (Kampf in Schnee und Eis) tradotto da Maria Antonia Sironi e Paolo Ascenzi, pubblicato da Edizioni MonteRosa, 2025, è un appassionante spaccato di una delle tante "vite" della Riefensthal

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Leni Riefensthal ha attraversato l’intero Novecento. Non solo perché è nata a Berlino nel 1902 ed è morta a Pöcking in Baviera nel 2003, ma per averne vissuto in prima persona alcuni dei fenomeni artistici e politici che l’hanno caratterizzato.
Giovanissima, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Berlino, studia danza con Mary Wigman, la più celebre ballerina espressionista, si esibisce in teatro sotto la direzione di Max Reinhardt, approda poi al cinema come attrice dei Bergfilm diretti da Arnold Fanck, dove impara le tecniche cinematografiche, compiendo quell’apprendistato che le consentirà di diventare lei stessa regista. All’inizio degli anni Trenta, in contemporanea con l’ascesa al potere di Adolf Hitler, inizia a girare una serie di film e documentari sulla Germania nazista.
Nel dopoguerra, prosciolta nei processi di denazificazione, è messa al bando dall’industria cinematografica, ma rinasce come fotografa e documentarista. L’Africa diventa il nuovo luogo d’elezione dei suoi lavori. Pubblica reportage sui Nuba del Sudan, si appassiona alle riprese subacquee e scopre il mondo sommerso: “Non potrò mai dimenticare ciò che provai quando, per la prima volta, alla profondità di 35 metri manovrai il proiettore e lasciai scivolare la luce sulle pareti coralline che riflettevano una serie di colori da mozzare il respiro... la pace immensa che regna laggiù accresce l’intensità di questa esperienza” scrive. Acquisisce una coscienza ambientalista, sostiene le iniziative di Greenpeace e si batte per la messa al bando della pesca con l’arpione e la caccia subacquea, che depauperano la fauna ittica delle barriere coralline. Il suo film Serengheti non deve morire, ispirato al documentario di Bernhard Grzimek (Oscar per il miglior documentario 1959) ha il merito di sensibilizzare l’opinione pubblica per la creazione in Tanzania del Parco omonimo.
Il libro autobiografico Tra nevi e ghiacci (Kampf in Schnee und Eis) tradotto da Maria Antonia Sironi e Paolo Ascenzi, pubblicato da Edizioni MonteRosa, 2025, è un appassionante spaccato di una delle tante “vite” della Riefensthal.
Gli anni sono quelli dei Bergfilm, nella Germania della Repubblica di Weimar. Leni è reduce da un incidente al ginocchio che metterà fine alla sua carriera di danzatrice e, mentre aspetta un treno alla stazione di Berlino viene colpita dal manifesto pubblicitario di un film: “Mi accorsi di una possente figura maschile che stava salendo una parete rocciosa. Lessi Berg des Schicksals. Era il titolo di un film del dottor Arnold Fanck che era stato girato nelle Dolomiti”. È una folgorazione. Dimentica di salire sul treno, esce dalla stazione e pochi minuti dopo è seduta in una sala del Theater am Nollendorfplatz, dove proiettano il film: “Montagne e nuvole, pareti e torri di roccia da non credere scorrevano davanti a me. Chi avrebbe mai pensato che le montagne fossero così belle? Le conoscevo dalle cartoline dove apparivano statiche e senza vita (…) la notte successiva non riuscii a dormire, ma non capivo se ciò fosse dovuto alla natura o alla magica arte con cui la bellezza delle montagne era stata immortalata”.
In queste parole della scena d’esordio ci sono già due elementi che saranno costanti nell’intero libro: natura e magica arte. La montagna, grandiosa di per se stessa, e la sua trasposizione in immagini cinematografiche, che ne sublimano la bellezza tragica in una rappresentazione wagneriana del rapporto uomo – montagna. E non è casuale che il rocciatore del manifesto sia una possente figura maschile, l’incontro con la natura esige forza fisica, audacia e coraggio; è tensione continua, lotta, che non s’acquieta mai in una distensione idilliaca. La montagna è quella dello Schicksal, il destino.
Un mese più tardi, Leni è sulle Dolomiti, dove conosce Luis Trenker, il protagonista di Berg des Schicksals e, un giorno, in riva al lago di Carezza, gli chiede: “Potrò recitare nel prossimo film?”.
“Certamente, ci puoi contare”, rispose Trenker scherzando, poi aggiunse: “Come pensi di fare con l’arrampicata? Per una signora per bene come te non c’è posto tra le montagne”.
“Imparerò”, ribattei, “credo di riuscire a fare tutto ciò che voglio”.
“Tutto ciò che voglio” diventa il suo mantra. Ingaggiata come attrice da Arnold Fanck, impara a sciare, a scalare il ghiaccio, si fa travolgere dalle valanghe, calare nei crepacci, sale sulle rocce a piedi nudi o su instabili iceberg. Non ci sono trucchi da teatro di posa, nessuna controfigura, si gira in esterni in condizioni spesso proibitive, in una sfida continua con il freddo, il vento, le tormente di neve, la mutevolezza del clima: “Vedevo in loro [le montagne] il fascino della lotta, del pericolo, delle difficoltà per raggiungere le vette difese da pareti verticali e da creste di neve spesso ingannevoli. Nella montagna vedevo la selvaggia natura romantica, le valli verdi e ricche di acque , la magia dei silenziosi e freddi laghetti alpini, l’immensa solitudine e la lotta contro gli elementi”.
A Berg des Schicksals seguono altri film dello stesso genere, ma fare soltanto l’attrice non le basta più: “Rimasi affascinata da come si potesse comporre una bella sequenza anche nel caso in cui i soggetti fossero molto diversi e da come, con un diverso ordine delle scene, si potesse ottenere un significato completamente diverso oppure dare spazio a un’idea nuova con lo stesso materiale, semplicemente mutandone la sequenza”.
Scopre, infatti, la grande potenzialità del montaggio anche come strumento di manipolazione, una pratica che le sarà utilissima negli anni successivi quando girerà documentari e film per la propaganda nazista come Il trionfo della volontà (1934) e Olimpia (1938), ma la narrazione di Tra nevi e ghiacci si arresta prima. Prima dell’incontro con Hitler, che avrebbe segnato la sua vita con un marchio negativo del quale non si si sarebbe mai liberata. Dodici anni, dal 1933 al 1945, sono pochi nella vita di una centenaria che ha vissuto tante esperienze, ma ancora oggi pesano i tanti interrogativi sospesi: sapeva che cosa si nascondeva dietro la facciata delle grandi scenografie che lei sapeva riprendere con tanta maestria? Cinico calcolo per soddisfare la sua smisurata ambizione? Pochezza di etica civile e di spirito critico? È possibile che la sua concezione della vita come un’esperienza estetica le abbia fatto sospingere ai margini la realtà, fino a ignorarla del tutto?
Non lo sapremo mai. E forse è meglio così. L’incertezza ci permette di leggere con curiosità queste pagine, che ci guidano tra le Dolomiti, il Monte Bianco, l’Engadina, la Val Bavona, fino alla Groenlandia, dove interpretò l’ultimo Bergfilm che la vide protagonista, S.O.S Eisberg, e di guardare con serenità l’immagine di copertina, nella quale una giovane donna bellissima scala un pendio innevato. Il corpo perfettamente inserito nelle tre dimensioni spaziali considerate perfette per un danzatore da Rudolph Laban, maestro di Mary Wigman, a sua volta maestra di Leni: alto – basso, destra – sinistra, avanti – indietro. L’armonia del movimento, che segue il ritmo interiore.












