"Pietre che parlano una lingua straniera" e "un vago presentimento di cose fatali". La montagna come "promessa di un altrove" nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati

Il 16 ottobre 1906 nasceva Dino Buzzati, l’autore bellunese che non ha mai saputo abbandonare le Dolomiti, nemmeno nelle sue opere. Nel suo capolavoro, le pareti rocciose sono anzitutto delle linee di confine: separano dalla pianura del Nord, dai leggendari Tartari e dal pieno raggiungimento di un senso: "Si era sempre a un filo dal capire e invece mai. Non era dunque il soldato che canterellava, non un uomo sensibile al freddo, alle punizioni e all’amore, ma la montagna ostile"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Il deserto dei Tartari è una lunga e lentissima ascesa, sia sul piano fisico e geografico, sia su un piano superiore e metafisico”. Così Lucia Bellaspiga, giornalista e saggista, apriva una sua proposta di rilettura del romanzo di Dino Buzzati.
“Se fossi stato artisticamente onesto fino in fondo - affermò una volta l’autore - avrei dovuto continuare a scrivere quel libro per tutta la mia vita, o per lo meno fino all’avanzata maturità, quasi che si trattasse di una specie di autobiografia”.
Sono passati 119 anni dalla nascita dello scrittore bellunese; e poco meno di novanta dalla prima pubblicazione de Il deserto dei Tartari, nel 1940. Si tratta, senza dubbio, del romanzo più celebre dell’autore, quello che consacrò quest’ultimo tra i grandi scrittori del Novecento italiano.
Come spetta a ciascun’opera di riconosciuto successo, il romanzo si è visto razionalizzare dalla critica e dal pubblico in una serie di etichette non sempre autorizzate dal testo stesso. Questo ha fatto sì che prendesse piede l’interpretazione de Il deserto come un romanzo tetro, disperato, si direbbe “tragico”. Questa chiave di lettura è stata normalizzata, ad esempio, dalla trasposizione cinematografica di Valerio Zurlini. Ad una più attenta analisi però, come nota efficacemente Bellaspiga, non solo la vita di Giovanni Drogo non è “un fallimento senza appello”, ma il protagonista si rivelerà essere a tutti gli effetti un vincente. Attraverso una “ferrea impalcatura fatta di rimandi, simmetrie, volute ripetizioni”, Buzzati costruisce un impianto in cui nulla è lasciato al caso, in cui questa sottile trama di indizi, pressoché invisibile a una prima lettura, si espliciterà a pieno soltanto nel finale, momento in cui noi lettori, insieme al protagonista, arriviamo alla piena comprensione.
Ecco, a reggere quest’impalcatura è una presenza costante e totalizzante, seppur a tratti evanescente: la montagna. La parola compare soltanto nove volte nell’intero romanzo, eppure queste ricorrenze sembrano segnare passaggi centrali nel percorso del protagonista, Giovanni Drogo: la stessa idea di montagna muta di pari passo all’eroe. A volersi fidare delle parole dell’autore, è lecito il sospetto che questo abbia riflessi nella stessa vicenda biografica di Buzzati.
La prima ricorrenza cade proprio nel momento in cui il tenente Drogo, assegnatario di prima nomina, vede per la prima volta la Fortezza Bastiani. L’edificio con le sue mura giallastre sbarra stancamente la strada del valico: è il simbolo più complesso e significante del romanzo. Proprio “La fortezza” doveva essere il titolo secondo le intenzioni iniziali dell’autore. Fu l’editore Longanesi a suggerire di cambiarlo: “Era scoppiata la guerra europea; probabilmente anche l’Italia presto ci sarebbe entrata. Quel titolo poteva dare l’impressione che il romanzo parlasse di guerra, argomento complessivamente ingrato al pubblico italiano”. La montagna nel romanzo è prima di tutto una linea di confine.
A destra, proprio sotto la parete della montagna, il pianoro si infossava in una specie di sella; là passava l’antica strada del valico, e terminava contro le mura. Il forte era silenzioso, immerso nel pieno sole meridiano, privo di ombre. I suoi muri (il fronte non si scorgeva essendo rivolto a settentrione) si stendevano nudi e giallastri. Un camino emetteva pallido fumo. Lungo tutto il ciglione dell’edificio centrale, delle mura e delle ridotte, si vedevano decine di sentinelle, col fucile in spalla, camminare su e giù metodiche, ciascuna per un piccolo tratto.
Quella che fino ad allora sembrava la meta e che dalla pianura quasi sfumava nella leggenda, qui si materializza in tutta la sua bidimensionalità. La Fortezza è incassata lateralmente fra le montagne, a sbarrare l’intero valico. Si sviluppa in larghezza cinquecento metri, e, sotto il sole di mezzogiorno, appare senza ombre né spessore. Già prima di arrivarvi, vedendola da distante, il protagonista parla di “una striscia regolare e geometrica”, o ancora, vista dalla Nuova Ridotta, di “un lunghissimo muro, un semplice muro con dentro niente”.
È presto svelata dunque la sua natura non di punto d’arrivo, ma semmai di passaggio, di valico appunto. Qualcuno vi ha trovato ancora più spessore semantico: e se qui la montagna/fortezza si facesse palude stigia? Divisorio tra il mondo dei vivi e il ‘tartaro’?
Sempre secondo Bellaspiga, “Buzzati le dedica tutto il suo armamentario semantico più evocativo, non a caso quello riservato in genere al Grande Viaggio definitivo e rivelatore, la Morte”. Si tratta di un “valico”, “per dove nessuno era mai passato”, che “chiude la vista”; ma dietro a lei “quale mondo si apriva?”.
La seconda evocazione della montagna cade in un paragrafo ancor più esplicitamente riflessivo sul peso semantico di questo elemento. Questa volta viene eloquentemente personificata, fino a prendere voce propria. A Drogo, per la prima volta di guardia alla quarta ridotta, sembra di udire una delle sentinelle cantare. Eppure, “parlare e, peggio, cantare in servizio era severamente proibito”.
Subentrò un silenzio immenso, nel quale più forte di prima navigava il brontolio di parole e di canto. Finalmente Drogo capì e un lento brivido gli camminò nella schiena. Era l’acqua, era, una lontana cascata scrosciante giù per gli apicchi delle rupi vicine. Il vento che faceva oscillare il lunghissimo getto, il misterioso gioco degli echi, il diverso suono delle pietre percosse ne facevano una voce umana, la quale parlava parlava: parole della nostra vita, che si era sempre a un filo dal capire e invece mai. Non era dunque il soldato che canterellava, non un uomo sensibile al freddo, alle punizioni e all’amore, ma la montagna ostile. Che triste sbaglio, pensò Drogo, forse tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.
Il percorso di crescita degli “asceti” assegnati alla Fortezza Bastiani, è un percorso solitario in terra straniera. La montagna è un’entità capace di custodire la verità senza rivelarla, contemporaneamente teatro e avversario delle nostre battaglie, ma anche unica occasione di riscatto. Lo sa bene il tenente Pietro Angustina, spossato dalla malattia ma dotato di rara eleganza ed eroismo, la cui battaglia occupa l’intero quindicesimo capitolo. È il capitolo di mezzo, dove è lecito pensare sia custodita la chiave di lettura dell’intero romanzo: sono ben quattro - su nove - le ricorrenze della parola montagna in questo capitolo.
Angustina parte con il capitano Monti verso il Nord: è una spedizione per segnare il confine in un tratto di frontiera rimasto scoperto, una corsa alla vetta per piantare la bandiera prima dei popoli del Nord. Il quindicesimo diventa presto un capitolo su un’impresa alpinistica. L’eroe è proprio il fragile Angustina, che pur senza raggiungere la vetta, conquista ciò che Drogo, Monti e gli altri ufficiali non riusciranno mai ad avere: una morte eroica, ancora avvolta nell’eleganza della giovinezza. Ecco, di nuovo la montagna come confine tra la vita e la morte, di nuovo occasione di riscatto per una vita di attesa.
Perché questo valore sia sancito e allo stesso tempo rovesciato, bisognerà aspettare l’ultimo capitolo. Giunti finalmente i nemici, Drogo è costretto a lasciare la Fortezza; quest’episodio richiama espressamente quello di Angustina, qui ritorna per l’ultima volta il riferimento alla montagna. Per contrasto, viene evidenziata la fondamentale immobilità del protagonista: la prima volta egli aspettava impaziente di potersene andare, ora, arrivato il momento che per tanti anni ha atteso, è costretto ad andarsene.
Seduto sulla poltrona di una umile locanda, bruciato dal rimpianto, ormai lontano dalla Fortezza e dalla battaglia appena sorta, Drogo pensa per la prima volta alla morte e un velo di tranquillità si posa su di lui: “Vendicati finalmente della sorte, nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci”.
Povera cosa gli risultò allora quell’affannarsi sugli spazi della Fortezza, quel perlustrare la desolata pianura del nord, le sue pene per la carriera, quegli anni lunghi di attesa. Non c’era neanche più bisogno di invidiare Angustina. Sì, Angustina era morto in cima a una montagna nel cuore della tempesta, se n’era andato da par suo, davvero con molta eleganza. Ma assai più ambizioso era finire da prode nelle condizioni di Drogo, mangiato dal male, esiliato fra ignota gente. Solo gli dispiaceva di doversene andare di là con quel suo misero corpo, le ossa sporgenti, la pelle biancastra e flaccida. Angustina era morto intatto - pensava Giovanni - la sua immagine, nonostante gli anni, si era mantenuta quella di un giovane alto e delicato, dal volto nobile e gradito alle donne: questo il suo privilegio. Ma chissà che, passata la nera soglia, anche lui Drogo non sarebbe potuto tornare come una volta, non bello (perché bello non era mai stato) ma fresco di giovinezza. Che gioia, si diceva Drogo al pensiero, come un bambino, poiché si sentiva stranamente libero e felice.
È lui l’eroe. Non i compagni rimasti a combattere, e nemmeno il tenente Angustina morto tra le vette. “Morire estraneo in un paese ignoto”: è questa il massimo riscatto. Guardare alla montagna da lontano e leggerne finalmente l’oscuro presagio, intuirne ora le parole. La voce, che si era sempre a un filo dal capire, era la promessa di un altrove - continuamente rimandato - ma per il quale, giunto il momento, ci si è fatti trovare pronti. Non è la tragedia la cifra con cui leggere il romanzo. Quello di Giovanni Drogo è un viaggio epico, una spedizione oltre le colonne d’Ercole: la caratterizzazione emotiva dei personaggi rimane profondamente statica, il fluire stesso del tempo si annulla, e il conflitto con il fato è solo apparente, momentaneo.
Altro significato assume allora il riferimento a “un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno”, con cui nelle prime pagine il protagonista partiva alla volta della Fortezza. Questo fato, ci sembra, conserva le sembianze delle catene montuose del Nord.
Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.













