"Pochi musicisti erano sereni con le mani ghiacciate suonando a -13 C°". Dagli strumenti di ghiaccio alle colonne sonore: viaggio nell'arte di Nicola Segatta

Violoncellista, compositore, liutaio, organizzatore di eventi, Segatta sarà l’ospite dell' "escursione d’autore" in Val Daone, in cartellone per Superpark, la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta. Un'occasione per confrontarci con lui

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nicola Segatta, nato a Trento nel 1982, violoncellista, compositore, liutaio, organizzatore di eventi, sarà l’ospite dell’“escursione d’autore” del 6 luglio in Val Daone, in cartellone per Superpark, la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta organizzata assieme a Superflùo e con il sostegno di Trentino Marketing e delle APT locali.
Formatosi fra gli altri con Rocco Filippini, Enrico Bronzi, Marco Decimo e Giovanni Sollima, Segatta dal 2011 esegue la propria musica con La Piccola Orchestra Lumière, ensemble per la quale ha scritto anche colonne sonore per cinema muto, radiodrammi, teatro e danza. Dal 2010 lavora inoltre come compositore di musiche di scena per i laboratori teatrali con il regista Marco Alotto in Italia e Francia. Ha pubblicato l’album Shakespeare for Dreamers (SquiLibri – Visage, 2017) e per Quadrivium di EGEA l’opera Ikone (Quadrivium – SquiLibri, 2020) e il Concerto Bizantino per violoncello e orchestra (Quadrivium, 2020). È stato fra le altre cose assistente dell’artista statunitense Tim Linhart nella costruzione di strumenti di ghiaccio e nella realizzazione dei concerti nell’igloo sul ghiacciaio della Presena.
L’escursione in programma domenica 31 agosto - originariamente era prevista per il 6 luglio, ma è stata rinviata per le avverse previsioni meteo - partirà dal parcheggio di Bissina, nei pressi della grande diga, e condurrà al bellissimo Lago Campo, alternando tratti in piano e in lieve salita, tra larici radi e cespugli di rododendro, al cospetto dei maestosi panorami sulle creste che circondano la Val di Fumo. Nella conca glaciale che racchiude il piccolo lago, i resti di un’antica malga giustificano le grasse erbe cresciute sul pascolo abbandonato.

Segatta, volevo partire dalla sua formazione. Lei è nato in Trentino ma ha completato la sua formazione a Cremona, all’Accademia Stauffer, che per gli appassionati di musica classica e per chi segue I Suoni delle Dolomiti è una garanzia assoluta di qualità. Come è stato il suo percorso?
Nel 2007 ero andato a Praga, dove sono rimasto 5 mesi lavorando come liutaio. In realtà è stato un imprevisto: avrei dovuto partire per un Erasmus in lingue straniere, campo nel quale avevo già preso una laurea triennale. Ma, dopo mesi di mail e pratiche burocratiche, avevo dimenticato di mandare un’ultima lettera fondamentale all’ateneo boemo; l’inconscio probabilmente aveva lavorato per me perché sentivo che la mia vocazione mi avrebbe portato a un’altra professione. Al ritorno a Cremona ho portato con me il violoncello che avevo costruito e l’ho mostrato a una masterclass di Rocco Filippini, maestro di violoncello e fondatore dell’Accademia Stauffer, che mi ha ascoltato suonarlo. Alla fine, ho venduto lo strumento a una sua allieva e io sono diventato a mia volta suo studente. Con lui però studiavano i più ligi violoncellisti d’Italia, mentre io ero un po’ “scapestrato”. Quindi sono rimasto riserva per tre anni, potendo però accedere, gratuitamente, alle sue lezioni. E alla fine, ho reso il mio sogno realtà.
Qual era questo sogno?
Io ho sempre inseguito una mia urgenza poetica, sia nella musica sia nella costruzione di strumenti, nella poesia, nella pittura. Una forte sinestesia mi ha portato a fare musica applicata a vari mondi, cinema, teatro, persino con gli strumenti di ghiaccio. Sono sempre stato alla ricerca, in fondo, della stessa “medicina” che mi aveva guarito e avevo trovato nell’arte. A 20 anni scrivevo poesie e canzoni in cui tentavo di mettere assieme De Andrè e Šostakóvič. Non era facile, chiedevo aiuto ad amici compositori per arrangiare le mie idee, ma tutti gettavano la spugna, di fronte a quegli “ornitorinchi” musicali. Allora ho deciso di… arrangiarmi da solo. Ho iniziato a scrivere sistematicamente le mie orchestrazioni, e a registrare in studio i primi assieme ai musicisti con cui avremmo poi dato vita alla Piccola Orchestra Lumière. Il primo brano che ho composto si chiamava “Canto di scaramanzia”, ed evidentemente ha portato fortuna. Ho capito subito che mi piaceva scrivere musica, oltre o ancora di più che eseguirla.
Lei, infatti, è un artista poliedrico: musicista, compositore, organizzatore, ma anche appunto liutaio, quindi capace di padroneggiare un mestiere artigiano.
Sì, da un lato negli anni ho lavorato molto con gli amici della Piccola Orchestra Lumière, e dell’associazione il Vagabondo, John Diamanti Fox, Francesco Lovecchio, Andrea Aste. Fra l’altro abbiamo realizzato almeno un centinaio di date sonorizzando capolavori privi di colonna sonora originale del cinema muto, da Chaplin a Keaton, e siamo stati per un triennio orchestra residente della Società Filarmonica di Trento, che è una delle più prestigiose realtà italiane di musica da camera, fondata nel 1795. Abbiamo anche organizzato importanti eventi culturali in Trentino, tra cui “Hai mai suonato un’opera d’arte?” il festival dei pianoforti di strada a disposizione dei passanti, “Musica da Urlo” il Festival di musica da camera per i bambini e i loro genitori, il Festival I Suoni delle Albere. Abbiamo poi collaborato come orchestra all’Ice Music Festival.
Scorrendo il suo ricco curriculum vedo comparire il lago di Santa Colomba, che è uno degli angoli “magici” del Trentino. Perché?
Perché lì mi dedico alla liuteria. Il laboratorio è nella casa costruita da mio nonno Dario negli anni 60. Quando non sono in viaggio diventa il mio rifugio.
La liuteria è quasi un rito. Costruire uno strumento è un’azione molto antica e metodica. Un po’ come dipingere delle icone. Per me ha rappresentato una lezione imprescindibile sotto il profilo del metodo di lavoro, che cerco poi di applicare anche nella composizione. Evidentemente ho bisogno di un approccio all’arte che sia anche “pratico”, che impegni le mani, che parta dalla materia. Ho avuto l’esempio di due nonni invidiabili: uno chirurgo, umanista e violinista, l’altro, Paolo, artigiano, partigiano e scalatore.
La famiglia l’ha influenzata nel suo rapporto con la montagna?
Mia madre appartiene alla famiglia Graffer, una famiglia di scalatori, che hanno aperto molte vie nel gruppo di Brenta. Al prozio Giorgio Graffer fra l’altro è stato dedicato un rifugio, sulle Dolomiti di Brenta. La storia di famiglia è costellata di ascese e aneddoti spericolati. Mio nonno conquistò mia nonna portandola sul Campanil Basso. Ma non tutto passa da una generazione all’altra, anzi. Nella generazione successiva, forse per smussare gli slanci temerari e preservare la sopravvivenza della specie, tre figli su quattro avevano le vertigini. Per mia madre, ad esempio, che da ragazza lavorò un poco in ufficio nella pionieristica ditta di impianti di risalita fondata da suo zio Nino, salire da Trento a Sardagna in funivia richiederebbe uno sforzo titanico di coraggio, da affrontare a occhi chiusi. Io ho sempre sognato di cercare una verità sempre più “in alto”, ma con la musica, o scalando la tastiera tra le corde del violoncello. La Piccola Orchestra Lumière credo sia comunque una delle poche che si è cimentata anche con un’impresa alpinistica. Nel 2016 siamo saliti in cima all’Adamello, con Olmo Chittò, percussionista, compositore e istruttore CAI di Brescia. I musicisti di solito non fanno queste cose perché stanno molto attenti alle loro mani. Dopo questa impresa il contrabbassista Nicola Ziliani mi ha definito uno “scalatore immaginario”. La migliore definizione di me e del mio rapporto con la montagna.
Ha anche collaborato con l’artista americano Tim Linhart e ha costruito e suonato un violoncello di ghiaccio sull’igloo della Presena a 2700 metri di altitudine.
L’esperienza è stata unica e “agghiacciante”. Una prova di resistenza incredibile, pochi musicisti riuscivano a rimanere sereni con le mani ghiacciate suonando a -13 C° con le accordature che cambiavano continuamente anche dentro all’igloo, per effetto dell’ingresso del pubblico e gli strumenti che rischiavano di andare in frantumi alla minima svista. L’orchestra di ghiaccio è atto di poesia pura creato da Tim Linhart, e portato in Trentino da Corrado Bungaro. Una palestra meravigliosa: dopo quell’allenamento, un comune concerto diventa una passeggiata in discesa.
È a suo agio con generi diversi: la musica da camera, world music, la musica da cinema, il pop. Non vorrei dire la solita banalità sulle barriere fra i generi che sono cadute, ma in effetti mi sembrerebbe così.
Secondo me oggi la porosità fra i diversi generi musicali è un dato di fatto. Io in primis ho iniziato a scrivere musica spaziando in ambiti molto lontani l’uno dall’altro, classica, cantautorato, musica “etnica” tra ciò che è considerato “leggero”, e ciò che alcuni avvertono come “pesante”… L’urgenza di scrivere musica mi è nata dal desiderio di mettere insieme linguaggi distanti che amavo. Tutto nasce così: è la natura delle lingue, della geologia delle montagne, delle persone, delle nuvole, della musica. All’inizio un accostamento inedito può dare fastidio, come quando in una conversazione in italiano senti una nuova parola inglese che suona stonata, ma che nel giro di una generazione sarà assorbita dal vocabolario. La bellezza è unire mondi lontani.
Nella composizione ha qualche segreto, o qualche “rito”?
Un tempo avrei detto che avevo bisogno di solitudine assoluta, adesso ho 2 bambini piccoli, quindi, se la pensassi ancora così farei ben poco. In realtà le idee arrivano nelle situazioni più diverse, nei momenti più strani: dopo aver perduto un treno, dopo aver sollevato un pianoforte, o come un balsamo repentino per un dolore imprevedibile. Collaborando con il regista Marco Alotto di Torino ho la fortuna di passare periodicamente giornate o settimane intere a improvvisare accompagnando le azioni degli attori, e spesso così invento o, meglio, “incontro” molte melodie. Quando ne trovo una che funziona, che non mi esce dalla mente e sento ripetutamente fischiettare da chi l’ha udita dopo le prove, la metto da parte e la lascio stagionare. Spesso quel motivetto germoglia da solo, mette rami e radici, e, quando è maturo, cresciuto a dovere, magari dopo anni lo orchestro, e lo riplasmo in una colonna sonora, nel movimento di un concerto. In quel momento, cucio tanti pezzi di vita assieme. E prende forma l’opera completa.
Il programma completo di Superpark è al sito: https://www.pnab.it/superpark-visioni-dautore/












