Prima chiedevano informazioni su attrezzature e luoghi, oggi vogliono sapere cosa c'è da mangiare in rifugio: le domande alle guide alpine sono cambiate e riflettono nuovi modi di frequentare la montagna

"Il rifugio dev’essere una struttura che si rispecchia nel nome rifugio. Quindi un posto che deve proteggerci dall’ambiente esterno che è duro, magari freddo, però non dev’essere il posto dove fare la vacanza gourmet-culinaria". Con Cristian Ferrari, presidente della Società degli alpinisti tridentini, nell'ultima puntata di "Le montagne" approfondiamo i problemi legati a questo tipo di turismo d’alta quota e quali misure deve adottare chi gestisce un rifugio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Come mi raccontava tempo fa un amico guida alpina – riporta Marco Albino Ferrari nell’ultima puntata di Le Montagne, programma radio nato in collaborazione tra Radio Popolare e L’Altramontagna (QUI tutte le puntate finora uscite) – fino a una decina di anni fa alle guide come lui venivano poste le solite domande di rito: “Dove si va? È un bel posto? Cosa devo portarmi?”
Nel tempo gli interrogativi sono diventati altri: “Com’è il rifugio? Come si mangia? C’è la doccia calda?”
Alcuni rifugi si sono adeguati alle richieste più esigenti, ma non tutti. In ogni caso molti rifugi non sono più punti d’appoggio per avvicinarsi agli attacchi delle vie o ripari d’emergenza. Per la maggior parte degli escursionisti sono diventati mete vere e proprie, e la notte in rifugio è diventata lo scopo del viaggio.
Questo fenomeno si è rafforzato dopo la pandemia, e sono aumentate le pretese di una clientela a volte improvvisata, che si aspetta un’accoglienza diversa.
Ma quali sono i problemi legati a questo tipo di turismo d’alta quota? Quali misure deve adottare chi gestisce un rifugio? Per una volta, parlando di rifugi, proviamo ad abbandonare la prospettiva del turista e metterci dalla parte dei gestori e dei proprietari di queste strutture così fragili ed esposte. Mettiamoci dalla parte di chi porta avanti la baracca.
Lo facciamo rivolgendoci a Cristian Ferrari, presidente della Società degli alpinisti tridentini, la Sat: gloriosa sezione del Club alpino italiano che presidia tutto il territorio montuoso del trentino con i suoi rifugi.
L’intervento di Cristian Ferrari
“La Società degli alpinisti tridentini è effettivamente proprietaria di più di trenta strutture all’interno della provincia di Trento. Alcune sono ad alta quota, con rifugi che superano i 3.000 metri, ma anche rifugi che si avvicinano alle città, a 600/700 metri di altitudine”.
“Chiaramente le problematiche di gestione di queste strutture sono diverse partendo ad esempio anche dal gruppo montuoso di appartenenza. Quindi la differenza geologica. Solitamente quelli che sono su gruppi dolomitici, come sulle Dolomiti di Brenta o sulle Pale di San Martino, hanno principalmente il problema dell’acqua. L’acqua, la poca che arriva, per vie carsiche va infatti a sparire molto velocemente. Quindi, in questo tipo di rifugi, facciamo anche fatica a installare centrali idroelettriche e, soprattutto, ad accumulare l’acqua. Mentre abbiamo altre strutture, per esempio nel gruppo Adamello-Presanella o nel Parco dello Stelvio, dove invece, anche grazie alla presenza di montagne più alte e di ghiacciai, abbiamo la possibilità di avere acqua e questo ci consente di avere ad esempio energia di tipo idroelettrico. Sempre più in questi anni ci rendiamo conto quanto l’acqua sia un bene essenziale all’interno dei rifugi: per anni non lo abbiamo mai considerato come un elemento limitante, invece oggi lo dobbiamo considerare come tale”.
“Naturalmente questo cambia anche il tipo di approccio al rifugio, quindi la sobrietà che si va a offrire alle persone che lo frequentano. Chiaramente dove non c’è acqua difficilmente daremmo la possibilità di fare la doccia. Molti gestori fanno anche difficoltà a spiegare il motivo per cui la doccia non è presente, o perché è limitata a pochi minuiti, oppure perché il massimo è di una doccia a persona. Ovviamente questo fa preferire quel tipo di rifugio ad alcuni tipi di turisti/alpinisti/escursionisti rispetto ad altri”.
“Un’altra cosa che differenzia le strutture che abbiamo è la distanza dal punto di partenza: alcuni rifugi sono raggiungibili con gli impianti di risalita e dislivelli praticamente trascurabili, altri invece richiedono impegno per superare dislivelli molto alti. Questo fa una selezione direi molto naturale delle persone che li frequentano, senza comunque fermare anche i meno preparati nel provare a raggiungere i rifugi d’alta quota e questo crea un problema non indifferente, perché poi il soccorso alpino o il gestore spesso devono andare a recuperare queste persone”.
“Sicuramente i rifugi più accessibili sono quelli vicini agli impianti sciistici o a strade in quota, e lì devo dire vediamo come queste strutture siano sì molto appetibili però vadano spesso in difficoltà perché l’ecosistema-rifugio è un ecosistema limitato e quindi non è in grado fisicamente di accettare un carico antropico troppo elevato. Questo, nel lungo periodo, può creare un disagio sia a chi ci lavora, ma anche a chi arriva. Il nostro compito, come proprietari di queste strutture, è quello di provare nel modo più giusto possibile a dare modo ai gestori di lavorare, ma anche limitare l’accesso a queste strutture. Cerchiamo di farlo anche nella progettazione e quindi evitando di aumentare in maniera sconsiderata i posti letto e i posti pranzo. Solitamente manteniamo un equilibrio tra posti letto e posti pranzo e nelle ultime ristrutturazioni fatte non li abbiamo mai aumentati. Abbiamo cercato semmai di aumentare gli spazi nelle aree comuni per evitare di avere un ammassamento delle persone. La parte bella di un rifugio, che è quella di mangiare spalla a spalla, a volte diventa infattibile per troppa affluenza. Questo ci richiede dunque di progettare questi rifugi oltre che gestirli per cercare di capire come andare incontro alle esigenze di un turismo che dal covid in poi ha visto arrivare in montagna una quantità di persone decisamente variegata. Non più gli alpinisti di prima, che hanno anche delle richieste sobrie, ma delle persone che arrivano in quota e pretendono di avere il wi-fi, il frigo, il vino particolare, il prodotto di un certo tipo, ma anche per andare incontro a mutate esigenze come allergie alimentari. Questo complica notevolmente tutto, perché gran parte degli alimenti e delle materie che servono a produrre energia spesso arrivano in quota attraverso teleferiche. Il loro costo, la loro disponibilità, la loro qualità è comunque legata alla possibilità di conservazione e stoccaggio degli alimenti: di conseguenza, difficilmente nei nostri rifugi si trova ad esempio il pesce fresco. Anzi, lo escludo completamente”.
“È una nostra linea di pensiero, che poi è anche quella del Club alpino italiano di cui facciamo parte, e cerchiamo di fare in modo che l’offerta sia sempre sobria. Il rifugio dev’essere una struttura che si rispecchia nel nome rifugio. Quindi un posto che deve proteggerci dall’ambiente esterno che è duro, magari freddo, però non dev’essere il posto dove fare la vacanza gourmet-culinaria. Mangiare bene sì, ma non superare un certo limite”.
Le montagne
Le montagne è la nuova trasmissione sulle terre alte italiane di Radio Popolare, curata da Marco Albino Ferrari con L’Altramontagna e con la regia di Claudio Agostoni. Otto puntate, ognuna dedicata a un tema di grande attualità. Il ritorno del selvatico, i nuovi montanari, i rifugi alpini, cosa lascia il ritiro dei ghiacciai… Insieme a esperti e a profondi conoscitori dei luoghi, proveremo a definire le basi per una forma accettabile di integrazione tra uomo e ambienti naturali. E ci accorgeremo che ciò che riguarda le montagne, infondo, riguarda tutti noi. Anche chi vive in città.
Per ascoltare le prime puntate: QUI.













