"Quando guardo un albero vedo anche tutto ciò che lo abita. Gli insetti ad esempio, impegnati in una continua lotta tra loro per la sopravvivenza. Ed è così anche nella vita"

Il respiro internazionale della sua ricerca espressiva, l’originalità della sua poetica e la qualità della sua opera hanno scritto uno tra i capitoli più significativi della scultura italiana del Novecento: scopriamo la figura di Fausto Melotti, artista illustre al quale è dedicato l'Auditorium di Rovereto dove si terrà lo spettacolo di apertura del Festival de L'AltraMontagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Idealmente posto all’ingresso dell’Auditorium Fausto Melotti di Rovereto, il nastro di apertura del Festival de L’AltraMontagna verrà ufficialmente tagliato giovedì 12 giugno, alle ore 21:00, da Il canto del Principe, un trascinante monologo di Marco Albino Ferrari, con musiche di Giovanni Bonato, eseguite dal quartetto d’archi ANIMA. Da un’idea di Giovanni Costantini (ingresso gratuito su prenotazione, che può essere effettuata qui).
La sala scelta per lo spettacolo, con le file declinanti verso il palco, porta il nome di un artista illustre, Fausto Melotti, nato proprio a Rovereto l’8 giugno 1901 (morirà a Milano nel 1986). Il respiro internazionale della sua ricerca espressiva, l’originalità della sua poetica e la qualità della sua opera hanno scritto uno tra i capitoli più significativi della scultura italiana del Novecento.
Ottima occasione, dunque, per ricordarlo, anche perché una serie di corrispondenze collegano il nome di Melotti a questa rappresentazione. Infatti, anche se lasciò scritta una frase come questa “il mistero della creazione artistica è impenetrabile”, in molte altre occasioni egli ci ha fatto capire quanto determinante sia la rielaborazione critica per fornire all’emotività il suo giusto ruolo.
Marco Albino Ferrari racconterà la storia di un albero imponente: l’Avez del Prinzep, un abete bianco spuntato tra i boschi di Lavarone oltre duecentotrenta anni fa e schiantatosi nel novembre del 2017, a causa di una tempesta di vento, peraltro meno violenta di quella che l’anno successivo abbatterà milioni di piante, tristemente nota col nome di Vaia. In quell’occasione, non se ne è andato solo un albero, con lui è venuto a mancare anche un punto di riferimento, un appoggio visivo, un rassicurante faro.

D’altronde, le linee che vediamo attorno a noi non creano solo geometrie, ma prospettive. Quando a Fausto Melotti la casa editrice Adelphi chiese di raccogliere una selezione dei suoi aforismi, delle sue riflessioni e delle sue poesie, egli scelse come titolo “Linee”, sia per la prima raccolta del 1975, che per quella successiva del 1978. Quelle medesime linee si trasformeranno in fili, quando Melotti inizierà a scandire i ritmi delle sue sculture: “Uso il metallo perché col metallo posso disegnare nello spazio e delimitare spazi armonici”. Assieme ai fili, utilizzerà mobili catenelle, trasparenti reti, griglie, leggere strisce di stoffa dipinta quasi sempre con tonalità pastello, garze sospese, pronte a vibrare col mutare della luce. Legno, pietre brillanti e colorate, sottili lamine arricciate alle estremità. Una tavolozza fatta di materiali, inseriti da Melotti con la precisione di un direttore d’orchestra che stabilisce le pause e le urgenze di un racconto attuale e senza tempo.

Aver letto che col legno di quel tronco centenario, lungo più di cinquanta metri, sono stati costruiti gli strumenti ad arco che produrranno la musica all’interno dello spettacolo, aggiunge bellezza a questa riflessione di Melotti: “Quando guardo un albero vedo anche tutto ciò che lo abita. Gli insetti ad esempio, impegnati in una continua lotta tra loro per la sopravvivenza. Ed è così anche nella vita”.
Sappiamo che lo scultore (zio di Maurizio Pollini) si diplomò in pianoforte proprio negli anni in cui decise di dedicarsi completamente all’arte. La musica attraversa, infatti, tutta la sua scultura: “Lentamente la musica mi ha richiamato, disciplinando con le sue leggi, distrazioni e divagazioni, in un discorso equilibrato”.

Non a caso, al peso della materia, preferì la melodia che ogni forma riesce a evocare, offrendogli i ritmi e le partiture visive che andava cercando: tra primi e secondi piani, tra Oriente e Occidente, tra spazio e tempo, tra slancio emotivo e progettualità compositiva. Tra astratto e figurativo. Persino l’irregolarità (“la logica ha paura dell’arte, questa “dirottatrice") diviene un punto di osservazione, un metodo, una metrica per meglio affinare la propria elaborazione percettiva.
Cos’altro si può dire di una ricerca artistica sorretta dalle note di un irripetibile soffio poetico e non da muscolose esibizioni stilistiche?
Suoni interiori, i suoi, percepibili solo nel silenzio. E sì che l’ancor giovane Melotti, a Rovereto, ebbe modo di ascoltare i proclami focosi dell’inesauribile Depero, rimanendone, per sua stessa ammissione, fortemente affascinato. Chi, più di altri, forse ne influenzò il percorso fu Carlo Belli, lume critico dell’astrattismo italiano (i cui scritti, negli anni Trenta, furono considerati da Kandinskij “il vangelo dell’arte astratta”). Un rapporto molto stretto, quello con Belli, non solo perché i due erano cugini, ma perché Belli divenne un testimone attento della sua formazione culturale. Allo stesso tempo, stimolato dal “dubbio” e fedele alla propria identità, il “poliedrico” Melotti non rimase indifferente ai riverberi provenienti da altre direzioni. Molto lo interessò, ad esempio, l’aspetto mitologico presente nella pittura di De Chirico, tanto è vero che una sua raccolta di versi intitolata “Il triste Minotauro” venne pubblicata nel 1944 da Scheiwiller.
Inoltre, rielaborandole, fa sue alcune intuizioni di Arturo Martini. Questo lo si vede bene quando suddivide lo spazio in settori rievocanti il teatro della quotidianità. Di Martini coglie anche i toni malinconici. Infatti, quando dice: “Melanconia è l’anima stessa dell’opera d’arte, poiché testimonia melanconicamente la nostra perduta armonia”, non pensa a Dürer, vuol sottolineare quanto la sua scultura sia abituata a confrontarsi con la fragilità, trasformandola in valore assoluto. Quella che vediamo nelle sue opere è l’ossatura di un’idea, espressa attraverso vertiginosi e periclitanti equilibri, non dissimili a quelli che percepiamo nel sogno.

Incoraggiata da Gio Ponti, intensa fu sua attività come ceramista. “Visto che la scultura non mi dava pane e poi non mi piace fare debiti, mi sono messo a fare delle ceramiche. Ho inventato una specie di ceramica che è piaciuta molto e che mi ha dato dei soldi, per cui ho potuto vivere tranquillo. Avrei potuto diventare miliardario se avessi voluto, ma non mi interessavano i soldi, però ho potuto far vivere bene la mia famiglia. Dopo, ad un certo momento, si sono accorti che anche come scultore non ero male e ho piantato la ceramica”.
Successivamente e in più occasioni, egli rimprovererà alla ceramica la sua natura “anfibia”. In realtà, questo periodo, percepito dall’artista come costrittivo e limitante, si rivelerà fondamentale per disciplinarne la produzione nel momento in cui, grosso modo a partire dagli anni Settanta - nell’esplosione di una maturità contrassegnata da slanci giovanili - Melotti si sentirà libero di esprimersi, utilizzando non altro che la sua fantasia.
Quando l’alfabeto cambia, anche le sue immagini cambiano. Tuttavia, costellata da rimandi visivi - da Klee a certe ambientazioni di Giacometti, passando per Mirò e per la Metafisica - inviolabile e segreta rimane la fonte da cui le sue opere prendono vita. Emozione e pensiero analitico stabiliscono un dialogo diretto, completandosi reciprocamente. Colpito e affascinato da queste “rarefatte impalcature della felicità”, Italo Calvino, le riproiettò prima nella mente e poi tra le pagine de Le città Invisibili (edito nel 1972).
Un percorso originale e spiazzante sin dagli esordi: infatti, già allievo di Pietro Canonica, quando, nel 1928, Melotti iniziò a frequentare il corso tenuto a Brera da Adolfo Wildt (dove incontrerà Lucio Fontana), si presenterà con in tasca una laurea in Ingegneria, ottenuta quattro anni prima al Politecnico di Milano.













