"Ridurre la montagna a luogo del pittoresco o dello sport significa schiacciarla in un ruolo ancillare alla città egemone". Esce in libreria 'La montagna che vogliamo': uno sguardo sul futuro delle terre alte

"Dobbiamo imboccare strade percorribili, coraggiose e davvero, davvero, radicali. Soprattutto concrete. E la montagna in questo può venirci incontro, perché è lì, nella cultura della misura e del risparmio, nella concretezza dell’esperienza diretta che c’è la via di uscita a questa distruzione del pianeta". Un confronto con Marco Albino Ferrari sul suo ultimo libro

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il nuovo libro di Marco Albino Ferrari ha un respiro collettivo. Non s’intitola, infatti, La montagna che voglio, bensì La montagna che vogliamo; e in quel “vogliamo” riverbera l’eco di una percezione che va progressivamente espandendosi fino a trasformarsi in un un’idea di montagna rinnovata e condivisa da un numero crescente di persone. Un’idea che mira a mettere in piena luce il carattere complesso che caratterizza Alpi e Appennini attraverso uno “sguardo morbido”, capace di adattarsi di situazione in situazione. È un libro privo di dogmi preconfezionati, dove le curiosità dell’autore vengono appagate in modo differente a seconda delle diverse peculiarità dei territori. Il risultato è un mosaico di micromondi permeabili: unici e allo stesso tempo connessi; naturali e insieme culturali.
La montagna che vogliamo evidenzia con chiarezza la necessità di concentrare la nostra attenzione sul rapporto uomo-ambiente per favorire una presenza antropica indispensabile, ma più equilibrata. La nostra chiacchierata con Marco Albino Ferrari inizia proprio da qui.

Da Assalto alle Alpi (la tua penultima "vela" Einaudi), a La montagna che vogliamo (la tua ultima "vela" Einaudi): a tuo parere le terre alte riflettono in modo più nitido il rapporto tra comunità e territorio, negativo o positivo che sia? E perché questo avviene?
Dopo la denuncia di “Assalto alle Alpi”, ho voluto provare a offrire uno sguardo costruttivo, offrendo spunti ed esempi su come, secondo me, dovrebbe essere la montagna del futuro. Sono partito dalla Magnifica Comunità della Val di Fiemme. Lì, la comunità è talmente viva da essere percepita non solo in senso orizzontale come relazione tra vicini, ma anche in senso verticale con chi c’era prima e con chi verrà. Farne parte vuol dire sentirsi debitore per l’eredità ricevuta dal passato; è da qui che nasce il senso di responsabilità nei confronti delle future generazioni. Però quella tensione comunitaria, retaggio addirittura di consuetudini medievali, non può rappresentare un modello a cui tendere. La tradizione non si improvvisa. Oggi dobbiamo guardare a una nuova forma ibrida e progressiva di comunità. E gli esempi che racconto sono numerosi. Comunità intesa come alternativa a una società di singoli, chiusi nella loro solitudine e nell’assenza di scopi comuni; “comunità di intenzione” il cui senso di appartenenza, il cui collante è dato da un obiettivo di scopo, dal fare, dalla creazione di interessi condivisi (anche e soprattutto materiali). Dunque basata sulla ragione più che sulla tradizione.
Perché opporsi a certe iniziative (parlo naturalmente di scelte politiche fondate su convinzioni ormai di scarsa efficacia) non significa frenare il progresso, ma al contrario favorirlo?
Proprio in un momento di transizione come quello che stiamo attraversando, ogni nuovo progetto dovrebbe rispondere alla domanda: ciò che stiamo facendo si potrà adattare al mutamento dei tempi? Ottanta, cento anni è più o meno la vita di un uomo, sono tre generazioni, e potrebbe diventare una sorta di unità di misura, di “metro temporale della sostenibilità” utile a distinguere ciò che è davvero sostenibile da ciò che non lo è. Per esempio, fra ottanta, cento anni servirà ancora il nuovo impianto a fune per lo sci? Esiste un piano per riconvertirlo a qualche altra funzione o resterà solo un relitto che sfregia il paesaggio? E ancora: fra ottanta, cento anni potremo apprezzare gli effetti dei teli geotessili che oggi usiamo per proteggere i ghiacciai dai raggi solari? O invece la loro posa si rivelerà sforzo utile solo a ritardare un’agonia inevitabile? Usare lo sguardo lungo significa pensare alle “generazioni future”, idea-bandiera al centro della definizione stessa di sostenibilità.
Quanto è importante il ruolo della narrazione al fine di creare un humus culturale capace favorire una frequentazione della montagna più consapevole? E cosa significa, oggi, raccontare e vivere la montagna in modo consapevole?
Impaurito dal riscaldamento del clima (eco ansia), afflitto dal senso di colpa per i danni inferti al pianeta, disorientato per la perdita della centralità della religione tradizionale, l’uomo contemporaneo può trovare nella “Natura” una sorta di nuova religione e negli alberi antropomorfizzati dei nuovi idoli. “Natura” contrapposta all’uomo. Questo atteggiamento viene alimentato da un certo ecopopulismo che semplifica, travisa, polarizza. Per esempio, non fa differenza tra una pianta ornamentale in città (importantissima anche per mitigare l’effetto isola di calore) e un albero in un bosco governato attraverso i dettami della selvicoltura naturalistica per dare legname da opera: per l’ecopopulismo le piante non si tagliano, punto e basta! Sembrano idee rivoluzionarie e radicali. Magari lo fossero. In realtà sono reazionarie perché talmente inattuabili e idealistiche che non possono che condurci alla continuazione dello status quo. Qui invece dobbiamo imboccare strade percorribili, coraggiose e davvero, davvero, radicali. Soprattutto concrete. E la montagna in questo può venirci incontro, perché è lì, nella cultura della misura e del risparmio, nella concretezza dell’esperienza diretta che c’è la via di uscita a questa distruzione del pianeta.
Se un tempo le città erano dei potenti inneschi culturali, è possibile azzardare che oggi lo siano i territori montani? Le montagne possono anche essere degli spazi di innovazione?
Non si possono osservare le montagne se non le si mette anche in relazione con ciò che per secoli è stato considerato il loro rovescio: la città. Ridurre la montagna a pura funzione ricreativa per il weekend, ridurre la montagna a luogo del pittoresco o dello sport significa schiacciarla in un ruolo ineluttabilmente ancillare alla città egemone. Tutto questo è una zavorra alle capacità di innovazione che vorremmo riconoscere nella montagna. La montagna può diventare un laboratorio di buone pratiche che potrebbero essere esportate in città. Bisogna capire che sotto la spinta dei cambiamenti economici, politici, e soprattutto climatici, l’apporto all’innovazione è destinato a fondersi in una complementarietà positiva tra montagna e città.
Ti invito a un esercizio di estrema sintesi: se con Assalto alle Alpi hai delineato “la montagna che non vogliamo”, ci spiegheresti, in poche battute, quali sono le principali caratteristiche di quella che vogliamo?
Nel libro racconto di storie che mi hanno affascinato. Ma qui voglio risponderti con alcune azioni concrete che dovremmo adottare. Subito. Le montagne che vogliamo si potranno concretizzare nel recupero degli immobili abbandonati con leggi che favoriscano, da una parte, le ricomposizioni fondiarie e, dall’altra, impediscano nuovo consumo di suolo. Nella rigenerazione forestale grazie a piani di selvicoltura naturalistica e nei processi di ritorno alla risorsa più antica e più ecosostenibile: il legno locale. Nella diffusione dei negozietti di paese multiservizi agevolati da incentivi e sgravi. E ancora in una più sparsa e capillare accoglienza turistica a misura famigliare. Nell’imposizione di un forte contributo ai giganti del web per dotare di connessioni adeguate anche le aree più remote. Nello spostamento dei sussidi europei destinati alle colture e agli allevamenti intensivi a sistemi alimentari agroecologici che mantengono in vita il paesaggio culturale. Nella consapevolezza che là dove più forte è stato lo spopolamento, là dove meno sono presenti infrastrutture turistiche pesanti sarà più forte l’innesto di nuove comunità basate sulla tutela ambientale.
Perché il verbo declinato alla prima persona plurale che compare nel titolo, “Le montagne che vogliamo”. A chi alludi?
Questo libro non è solo frutto di una mia personale e solitaria elaborazione. D’altronde mai niente è frutto di una sola persona. Determinante è stato il contributo di un numero cospicuo di voci: giornalisti, scienziati, studiosi, abitanti della montagna. Sono soprattutto i membri del Comitato Scientifico de L’AltraMontagna. È da lì che trae ragione la declinazione al plurale del titolo: la montagna che «vogliamo». Persone diventate a me care in questi anni. E ora posso dire che siamo sempre di più a guardare dalla stessa parte.
Prossimamente su L'AltraMontagna pubblicheremo alcune storie, ritratti di persone e considerazioni tratte dal libro La montagna che vogliamo.













