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Cultura | 02 luglio 2025 | 19:00

Scalò circa 40 volte il Monte Bianco per dipingerne i ghiacciai: Gabriel Loppé, il pittore diventato famoso grazie alla fotografia di tre fulmini caduti sulla Tour Eiffel

A duecento anni esatti dalla nascita - 2 luglio 1825 - ricordiamo Gabriel Loppé: artista, alpinista, ma anche fotografo. Scalò con Leslie Stephen e fu amico di Edward Whymper

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Consultata all’occorrenza, il più delle volte si maneggia una biografia come fosse una mappa, all’interno della quale poter ritrovare, sinteticamente delineato, il volto di un autore, sino a quel momento ammirato solo attraverso le sue opere.

 

A differenza delle mappe, però, le biografie non si limitano ad indicare un nord e un sud, ma segnalano anche un prima e un dopo, cerchiando in modo differente ogni avvenimento, a seconda della sua rilevanza.

 

Con l’andare degli anni, nomi, date, passaggi cruciali, episodi che a prima vista potrebbero apparire meno rilevanti si incrociano tra loro, motivando una decisione giudicata successivamente straordinaria e geniale. Ogni volta sorprende scoprire come molte cose siano accadute grazie o per colpa di un destino che, se avesse deciso di intervenire in modo diverso, avrebbe cambiato il corso degli avvenimenti.


Le biografie, dunque, nel momento in cui raccontano l’avvincente trama di una storia, ci indicano una possibile direzione, così da stabilire una continuità. Una lunghissima premessa, per ricordare, a duecento anni esatti dalla nascita, Gabriel Loppé, nato a Monpellier il 2 luglio 1825 (morirà a Parigi nel 1913): pittore, ma anche fotografo, ma anche alpinista, incontrato proprio leggendo una breve biografia: non la sua però, bensì quella di Leslie Stephen (1832-1904), critico letterario, filosofo e a sua volta alpinista, oltre che padre di Virginia Woolf. Primo a raggiungere la vetta di cime molto importanti, Stephen in molte occasioni ha compiuto le sue imprese in compagnia della guida svizzera Melchior Anderegg. Così accadde anche il 4 settembre 1871, quando raggiunsero la vetta del Mont Mallet, situata non lontano dal Monte Bianco. Nella relazione una breve nota aggiunge che in loro compagnia vi era G. Loppe, con la sola lettera iniziale del nome e il cognome senza accento.

 

Che sia lui mi son detto? Sono andato a guardare, trovando conferma: Gabriel Loppé. Seguendo questa traccia non ho potuto fare a meno di inoltrarmi in una biografia che molti, forse, conosceranno. Ricordavo di aver letto il suo nome in alcune recensioni pubblicate in occasione di una mostra ospitata un paio di anni fa nelle sale espositive del Forte di Bart: corredati da immagini, quegli articoli riproducevano alcune suoi dipinti, dal formato enorme. Soggetti dettagliatissimi raffiguranti montagne, non colte dal basso o da media altezza, come quasi sempre avviene, ma dall’alto. Subito ero andato a leggere di lui, rimanendo, oltre che stupito, intrappolato in quel primo scampolo di biografia.


Ora, dopo aver riempito pagine e pagine di appunti, la sensazione di essere rimasto intrappolato nella sua biografia si è ingigantita. Difficile osservare solo le opere: per oltre sessant’anni, dal 1849 al 1912, ogni estate ha soggiornato a Chamonix, portando con sé tele e pennelli. Non è una novità questa, anche Dürer, quattro secoli prima dipingeva durante i suoi spostamenti, anche Turner, dopo di lui Segantini e quanti altri ancora. Quello che distingue Loppé è il fatto che andasse proprio in cima alle montagne, non solo per ritrarle dall’alto nella loro maestosità e bellezza, senza sfruttare al massimo livello, come avrebbe benissimo potuto fare, il sentiero emotivo già aperto dai pittori romantici: no, egli saliva anche e, forse, soprattutto, per documentare. I tramonti infuocati erano lì a disposizione, bastava ritrarli, evitando i filtri del sublime. Nessun effetto panico, era sufficiente restituire con grande fedeltà l’incanto provocato da quei luoghi.

 

Crepacci, speroni di roccia tagliente, gole profonde e inghiottenti, alternate a distese luminose di ghiaccio. Dipingeva il ghiaccio che vedeva, non quello che ricordava di aver visto. D’altronde, se immergersi in quei panorami era “Il sogno più bello di tutti i sogni”, sognare non era necessario. Prima nel piccolo formato, dipingendo il motivo in presa diretta, poi, una volta rientrato nello studio-chalet costruito nel 1869 a Chamonix, in grande.

 

Detta così, sembra semplice. Aggiungiamo qualche dato allora: pare che il Monte Bianco l’abbia scalato, a partire dal 1861 una quarantina di volte e in almeno tre occasioni vi ha piazzato il cavalletto sulla cima. Anche con Edward Whymper - celebre per aver organizzato la prima, tragica salita al Cervino - Gabriel Loppé strinse amicizia. Proprio da Zermat in più occasioni dipinse Le Cervin.


Trasferitosi prima ad Annecy e poi a Parigi, viaggiò molto, Francia, Inghilterra, Scozia, tuttavia, la sua vera casa rimase per sempre il ghiacciaio del monte Bianco, fermandosi a dipingere al Col du Géant o alla Cabane des Grand Mulet, a 3050 metri di altitudine.

 

Dal 1880 egli fu anche fotografo di grande qualità: soggetti familiari quali i nipoti, gli amici o le sue montagne. Molti scatti li dedicò al progresso legato all’arrivo della luce elettrica o dei treni a vapore. Popolarità e fama, dopo anni di faticose camminate, dopo decine e decine di quadri, trasportati da un luogo all’altro ed eseguiti con scrupolosa attenzione, gli arrivò grazie ad un immagine fotografica. Era riuscito a catturare una vetta, una cima iconica, una punta issata nel 1889 nel cuore di Parigi: dalla sua casa in Avenue du Troncadero, vedendo avvicinarsi un buio temporale, si mise alla finestra cogliendo tre fulmini scaricarsi sulla sommità della Tour Eiffel: erano le 21:20 del 3 giugno 1902.


Gabriel Loppé decise di scrivere a Gustave Eiffel: “Per il momento non ho ancora le stampe dello scatto della Torre colpita dai fulmini... Ho deciso di eseguire lo stesso le operazioni di stampa (...). Le prime stampe saranno per lei, illustre signore, che ha ideato il monumento più originale, più moderno, l’unico in grado di trasmettermi la sensazione di immensità, di varietà, di finezza della luminosità del cielo parigino, di questa atmosfera che il fumo delle fabbriche non è riuscito a rovinare e avvolge il paesaggio parigino di un’armonia e di un fascino artistico”.

 

Giudizio diametralmente opposto lo espressero molti influenti intellettuali del tempo, Guy de Maupassant, ad esempio affermò: “Questa piramide allampanata e stecchita di scale di ferro, questo scheletro gigantesco e sgraziato, la cui base sembra esser fatta per sostenere un colossale monumento di Ciclopi e poi finisce con il profilo scarno e ridicolo della ciminiera di una fabbrica”. Ma qui si entra in un’altra biografia.

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