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Cultura | 26 ottobre 2025 | 12:00

Sopperiva alle ristrettezze economiche riciclando le tele che i suoi compagni di accademia scartavano: Lawrence Carroll, un artista che proteggeva le immagini

"Uno dei momenti più magici per me è quando sto uscendo dallo studio. Normalmente non è un problema, ma ci sono giorni in cui mi fermo sulla porta a guardare, poi riaccendo la luce per dare un ultimo sguardo. Sono attimi di intimità, bellissimi, forse i più belli che vivo nel mio studio". L'anniversario della nascita dell'artista (nato a Melbourne il 26 ottobre 1954) invita a ripercorrere alcuni episodi della sua biografia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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A tre anni dalla morte, nel 2022 il Museo d’Arte Contemporanea di Napoli pensò di dedicare a Lawrence Carroll una grande antologica. Al centro di una delle sale il curatore, Gianfranco Maraniello, collocò un’opera senza titolo, ma di grande impatto visivo, perfetta per entrare nel suo universo poetico: in una teca, sorretta da un piedistallo chiaro, l’artista aveva trasformato in opera un paio di scarponi, logorati dall’uso, appartenuti in precedenza a Robert Rauschenberg, una delle voci più autorevoli di quell’espressionismo astratto che, a partire dagli anni Sessanta, ha cercato di stabilire un rapporto diretto e non solo funzionale tra oggetto e rappresentazione artistica.

Una sorta di passaggio di consegne, dunque. All’interno di quella teca, un dispositivo di refrigerazione, collocato per mantenere la temperatura stabilizzata verso il basso, evitando la fusione del ghiaccio che parzialmente li copriva. In tal modo, Carroll, stabilendo una continuità con il passato, andava a produrre anche l’effetto opposto. Quel ghiaccio, infatti, così come in altre occasioni la nebbia, la neve o l’epidermide monocroma e porosa della sua pittura, creava una parziale sepoltura visiva del soggetto, riassegnando all’arte la sua funzione evocativa.

 

Dirà: “Non è in gioco la sopravvivenza dei materiali, ma quella dei loro significati”.

Statunitense di origine australiana, nato a Melbourne il 26 ottobre 1954, Lawrence ha solo quattro anni quando si trasferisce con la famiglia a Santa Monica in California. Quindi Los Angeles, nel 1960, città nella quale avrà modo di maturare la propria personalità artistica, sin tanto che, conquistata stima e notorietà, negli anni Ottanta il grande passo in direzione New York. Ben presto, anche Roma o Venezia, dove, a partire dal 2004, inizierà a trascorrere otto mesi all’anno, diverranno capitoli biografici importanti. In Italia, infatti, oltre a rafforzare la direzione espressiva, scoprirà serbatoi naturali di una luce differente. 

 

Dell'intera esistenza, riguardata nel suo insieme, a Carroll interessano gli strappi e le successive ricuciture disseminate nel percorso. Metro dopo metro, anno dopo anno. Segni provocati dall'erpice che il tempo porta con sé: tra bagliori e ombre, tra illusioni e gioie, tra paure e speranze.

 

Quella che egli va componendo è un’enorme e irregolare mappa, contenente essenziali punti di riferimento. Sono le “fonti emotive” del suo universo artistico, le uniche in grado di fornire una sostanza visiva a stati d’animo altrimenti inesprimibili.

 

Ecco allora l'ombra sfidare la luce. Ecco la polvere depositarsi dentro agli oggetti, come ad esempio avviene nei quadri di Morandi, artista a lui tanto uguale e tanto differente, ma di sicuro molto amato e osservato. Ecco il velo di cui si parlava, steso sopra il visibile, trasformarsi in benda, per proteggere una vita non completamente vissuta e che ancora respira.

Un lungo racconto autobiografico, il suo, dove il prima e il dopo si intersecano, in continuità di dialogo. Non a caso, senza rispettare l’ordine cronologico che quasi ogni mostra stabilisce, in alcune occasioni (al Museo Correr di Venezia nel 2008, ad esempio) egli amava formare all’interno del percorso una serie di nuclei, convergenti nella poetica espressiva.

 

Grandi quadri, apparentemente monocromi, spesso tridimensionali, “fasciati” da strati e strati di colore, un colore-non-colore dai toni ambrati, tendente al bianco. Accanto ad essi opere più piccole, come predelle staccate dalla pala principale, anch’esse cerose e chiare. Pagine sovrapposte però forti di una loro autonomia, chiamate a scandire lo spazio e il tempo (“Calendar painting”) o per comporre musicali geometrie (“Stacked pointings”). Spesso, aggettanti dalla parete, come balconi o cassetti dimenticati aperti, dentro ai quali egli vuole si scorgano forme, tracce e “impronte” del suo mondo interiore.

Proprio in occasione della mostra al Correr, Laura Mattioli Rossi, nella prefazione al catalogo ribaltava la convinzione diffusa di un Lawrence Carroll impegnato a perlustrare depositi e discariche a caccia di vecchie tavole o materiali abbandonati, trasformandoli in reperti di una memoria transitante. “Uno degli errori di interpretazione che più lo infastidiscono” scriveva “è quello di ritenere che trovi le sue forme raccogliendo materiali usati, abbandonati per strada, assemblandoli poi nel suo studio”. In ogni caso, nello sviluppo dei piani prospettici, vi è una vena lirica, velatamente romantica: un ramo d'edera incollato sulla superficie, un paio di scarpe consumate, un morandiano mazzetto di fiori appeso là dove deve andare, con accortezza compositiva.

Se la sua storia personale fornisce un ulteriore elemento, raccontandoci che da giovane Carroll sopperiva alle ristrettezze economiche riciclando le tele che i suoi compagni di accademia scartavano, è proprio Laura Mattioli Rossi a ricordarci come egli fosse “abituato a vedere il padre riciclare e aggiustare ogni cosa e non buttar mai via nulla”.

 

Immagini, dunque, non cancellate ma protette. Placente, sipari solo momentaneamente abbassati. Scrive Lawrence Carroll: “Uno dei momenti più magici per me è quando sto uscendo dallo studio. Normalmente non è un problema, ma ci sono giorni in cui mi fermo sulla porta a guardare, poi riaccendo la luce per dare un ultimo sguardo. Sono attimi di intimità, bellissimi, forse i più belli che vivo nel mio studio. Semplicemente non ho più voglia di andare via. Quando spengo la luce vedo i miei quadri ritornare nell'ombra, nell'oscurità”. Parole che meglio di qualsiasi altre spiegano il senso della sua arte.

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