"Il montanaro vive in altura, il montanaro è sano (fisicamente e psicologicamente), quindi chi vive in altura è sano". Una considerazione controversa, da cui è tuttavia nata l'attrazione per le terre alte

Com'è cambiato l'immaginario collettivo sui territori montani? Sotto le lenti dell'antropologia e della geografia, Marco Aime e Davide Papotti, ripercorrono l'evolversi della rappresentazione della montagna nei secoli. Da "paesaggio della paura", a luogo puro, non ancora contaminato dalla civiltà. Dalla salute al salutismo, fino alla contemporanea "domanda di tradizione"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"L'intero globo oggi è potenzialmente una destinazione turistica: nessun luogo della Terra è totalmente privo di qualche forma di turismo, mentre gli operatori più attenti verso il futuro stanno già organizzando le prime forme di turismo spaziale al di fuori del pianeta".
Con quest’immagine - piuttosto inquietante - si apre il terzo capitolo del fondamentale volume L’Altro e l’Altrove, di Marco Aime e Davide Papotti. Sotto le lenti dell’antropologia e della geografia, gli autori si inoltrano in un’analisi, condotta attraverso alcuni casi esemplari, dei meccanismi che portano alla costruzione di immaginari relativi a determinati luoghi, spazi e dimensioni di vita. In queste pagine, in particolare, la ricerca tocca il caso specifico della montagna (la catena delle Alpi), e l’evolversi della rappresentazione calata su di essa nei secoli da occhi che la guadavano da fuori.

"Per i non montanari la montagna ha spesso rappresentato - e in parte rappresenta ancora oggi - una sorta di esotico nostrano, un mondo altro. Un mondo la cui immagine oscilla tra una visione romantica e bucolica, nella quale emerge un sistema socioeconomico ancora legato alle tradizioni del passato, e un'immagine che potremmo definire più evoluzionista, in cui la stessa realtà è vista come arretrata, pre-moderna, se non addirittura anti-moderna".
La diversità morfologica e altimetrica del contesto montano, di immediata percezione, avrebbe costituito un ottimo sfondo materiale per il processo di costruzione di una diversità identitaria, la quale trova nell'immaginario turistico un canale di diffusione e di consolidamento di primaria importanza.
Agli occhi del turista, infatti, l’immagine della montagna si costruisce per contrasto a ciò che è noto, è "l’altro" a portata di mano: su di essa vengono proiettati i vuoti della società cittadina, vi ritroviamo ciò che abbiamo perduto e il suo sviluppo è strettamente vincolato a questo legame oppositivo di idealizzazione retrospettiva. La montagna è custode di una contemporanea "Età dell’oro" e pertanto tende a rimanere cristallizzata in questa logica, che pur muta le forme della sua rappresentazione.
Ma in che modo questa è mutata nei secoli? Quando è successo che ad essa si sovrapponesse la logica turistica dell’idealizzazione?
Nel corso della storia l’immagine delle Alpi è cambiata profondamente. Nell’antichità greco-romana esse erano percepite soprattutto come una barriera naturale o come un limite geografico. Più che un luogo da abitare o da visitare, rappresentavano uno spazio di frontiera e di transito, difficile da attraversare e spesso considerato marginale rispetto alle aree più densamente abitate. Questa concezione emerge chiaramente anche nella cartografia antica, in cui le montagne venivano raffigurate come una linea continua, quasi un muro naturale che segnava una discontinuità territoriale.
Nel Medioevo e nella prima età moderna questa percezione si rafforza ulteriormente. Le Alpi diventano nell’immaginario europeo un territorio ostile e pericoloso, caratterizzato da condizioni climatiche difficili, ghiacciai, precipizi e percorsi di viaggio rischiosi. Durante la cosiddetta piccola età glaciale, tra il XIV e il XVIII secolo, la montagna viene spesso rappresentata come un vero e proprio "paesaggio della paura": uno spazio abitato da creature fantastiche, mostri o figure mitologiche, utilizzate simbolicamente per esorcizzare l’ignoto e il pericolo. In questo periodo l’ambiente alpino suscita soprattutto repulsione e timore; viene percepito come uno spazio inutile o addirittura negativo, un luogo da attraversare il più rapidamente possibile piuttosto che da frequentare.
A segnare un primo momento di svolta e a riabilitare lo scenario alpino, secondo gli autori, fu l’opera intellettuale di Jean-Jacques Rousseau, che per primo identificò gli abitanti delle valli secondo lo stereotipo del "buon selvaggio". I montanari, da genti ignoranti e ostili, divennero progressivamente l’immagine dell’innocenza e della purezza, dell’"autenticità", l’uomo primigenio non ancora contaminato dalla civiltà. E, con essi, cambiò di valore anche il contesto alpino: non più nefasto e inospitale, ma "incontaminato" e "selvaggio", luogo di conquista: è il mito moderno della "wilderness".
"A partire dai primi decenni dell’Ottocento nasce l'alpinismo, una forma di turismo, estremo d'accordo, ma pur sempre turismo, in quanto praticato soprattutto da non locali. Si può dunque dire che l'avvento dell’alpinismo coincida, almeno in parte, con la scoperta turistica delle Alpi". Queste vengono così trasformate in quello che lo scrittore Leslie Stephen definì il "playground of Europe", cioè il campo da gioco dell’Europa, frequentato soprattutto da una borghesia disposta a cimentarsi in imprese sempre più ardite.
Contestualmente all’interesse alpinistico per le asperità geografiche, luoghi di avventura ed esplorazione, la montagna non perde però i suoi tratti bucolici e ameni. Nell’Ottocento si diffonde l’idea che l’ambiente alpino, grazie alla purezza dell’aria, alla qualità delle acque e al clima fresco, possieda proprietà terapeutiche. Comincia allora a svilupparsi un nuovo mercato: quello legato alla salute e alla rigenerazione fisica. "Il sorgere delle località termali è uno dei punti salienti per lo sviluppo del turismo alpino. Più o meno nella stessa epoca in cui si avvia la corsa alle cime, infatti, nasce un'altra forma di turismo, legata alle cure termali o al climatismo medico".
Il processo di rigenerazione che offre il contesto alpino, infatti, non è soltanto psicologico, ma anche fisico: "Il montanaro vive in altura, il montanaro è sano (fisicamente e psicologicamente), quindi chi vive in altura è sano".
Lo stesso fatto di trovarsi in alta quota - "di bere le acque che sgorgano dalle rocce, di respirare l'aria rarefatta delle altitudini" - diventa una ragione più che sufficiente per incentivare la frequentazione delle aree alpine. Località come Courmayeur, Pré-Saint-Didier, Davos, San Pellegrino - oggi apprezzate località turistiche - nascono come stazioni termali o di cura, frequentate da forestieri in cerca di aria pura, di temperature fresche, di acque cristalline, di vicinanza con la natura.
Nel corso del Novecento, con lo sviluppo dei trasporti e delle infrastrutture turistiche (strade, ferrovie, impianti a fune), l’accessibilità delle aree alpine aumenta considerevolmente. Allo stesso tempo cambia anche il significato dell’idea di salute associata alla montagna: se nell’Ottocento la rigenerazione derivava soprattutto dal contatto passivo con l’ambiente naturale, nel Novecento essa si mescola in qualche modo all’altro approccio di cui si diceva, quello alpinistico. Ecco allora che la montagna viene sempre più collegata alla pratica attiva dello sport, del fitness e del wellness.
"Dalla salute al salutismo" s’intitola il sottocapitolo dedicato a questo passaggio. Nei pascoli d’altura, a inizio Novecento, compaiono gli sciatori; i quali, dal secondo dopoguerra in avanti, siederanno su seggiovie, cabinovie e skilift, sospingendo un vertiginoso aumento del livello di accessibilità delle aree montuose e l’esplosione dell’industria turistica, ancora oggi in atto. L’immagine della montagna "salubre" e quella "salutista", ancora oggi, convivono senza difficoltà, sulla base del moderno modello di marketing "customer oriented", indirizzato verso le esigenze e inclinazioni del singolo turista.
"Da una parte l'alpinista, il canoista, cultore di parapendio, l'arrampicatore, lo scialpinista (e - aggiungeremmo noi - il trail runner), tutti i rappresentanti di turismi settoriali ma talvolta anche numericamente rilevanti che trovano nel mondo alpino privilegiato e soddisfacente in cui ambientare le proprie performance sportive, atletiche e psicologiche. Dall'altra parte si situa il villeggiante, l'amante delle passeggiate, l'occasionale cercatore di funghi o raccoglitore di frutti di bosco, l'emigrato di ritorno, l'anziano in fuga dal caldo estivo della pianura".
Il turista della montagna - continuano i due autori - sarà sempre una combinazione di queste varie tipologie. "In entrambi i casi, comunque, l'immagine della montagna è costruita attraverso un meccanismo di 'geografia oppositiva', fondata sulla elaborazione di immaginari spaziali che sono in totale antitesi con quelli della città".
.
Un altro dato interessante che emerge dalla ricerca de L’Altro e l’Altrove è che negli ultimi decenni si è inoltre affermata una crescente "domanda di tradizione": un’attenzione - spesso mal riposta - verso le culture e le tradizioni locali delle regioni alpine. Il turista si invaghisce sempre di più di esperienze che richiamano il passato, l’autenticità e le tradizioni culturali; tradizioni che, proprio sulla spinta di questa richiesta, cade nel paradosso di creare nuove tradizioni.
"Si mette in scena ciò che i forestieri vogliono vedere. Le forme, gli oggetti e i servizi che 'fanno antico' sono considerati di norma appetibili. Le insegne dei ristoranti che esplicitano l'anno di fondazione dell'esercizio ("Dal 19.."), le denominazioni che suggeriscono profondità temporale (antico, tradizionale, storico, sono aggettivi ricorrenti nel marketing, e non solo in quello turistico, ovviamente), gli arredi e le forme d'antan ci suggeriscono il valore che la promozione turistica conferisce oggi al mondo del passato".
Insomma, la montagna oggi è il risultato di una stratificazione di significazioni diverse, siano esse imposte dall’interno o dall’esterno. Di qui, la problematicità nel distinguere ciò che è autentico, da ciò che non lo è. Anche la rappresentazione - concludono Aime e Papotti - fa parte della realtà e non meno di un presunto retroscena. "Si può affermare che l'autenticità - nel senso letterale del termine, cioè il comportamento che gli individui tengono nella loro esistenza normale - sta anche nell' agire per i turisti, nella misura in cui questi ulti mi sono entrati a pieno titolo a far parte della quotidianità e rappresentano al contempo una non secondaria fonte di guadagno".
"Rappresentata o meno, la pratica di spettacolarizzazione e commercializzazione della propria tradizione è autentica in quanto esiste".













