Guida nepalese scala 31 volte l'Everest, ma da noi il primato passa inosservato. Il centro del mondo, per chi non se ne fosse accorto, non è più qui

Pensare che tutto rimanga uguale a se stesso – non solo in alpinismo, qui preso a mo’ di esempio – è rassicurante, continua a farci sentire importanti. Ma non ci porta a vedere chi siamo davvero

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Siamo sempre in rapporto con gli altri, come individui e come società. Questo insegna il relativismo culturale, invitando a mettere in relazione la nostra prospettiva con l'altrui modo di interpretare il mondo. Un esercizio importante, non solo per acquisire una maggiore sensibilità, ma anche per sviluppare un giudizio critico o addirittura autocritico.
Il relativismo culturale aiuta quindi a svincolarsi da un approccio etnocentrico ma, al contempo, fornisce gli strumenti per evitare una narrazione ideologica - e quindi banalizzante - delle altrui culture.
In un recente post, pubblicato sulla sua pagina Facebook, lo scrittore e consulente editoriale de L'Altramontagna Marco Albino Ferrari offre un esempio chiaro di approccio relativista, declinandolo in chiave alpinistica.
Il testo del post
Se nel corso di una vita uno scalatore occidentale fosse arrivato 31 volte sulla cima dell’Everest si sarebbe guadagnato, come ovvia conseguenza, la ribalta internazionale e un buon gruzzolo di euro o di dollari. Salotti televisivi se lo sarebbero conteso, aziende dei più svariati settori commerciali avrebbero fatto a gara per accaparrarselo come uomo-immagine. Ma se ad avere il primato di scalate al Tetto del Mondo (con, appunto, 31 successi fissati lo scorso 27 maggio, nonché 42 volte su un Ottomila) è Kami Rita Sherpa, piccola guida nepalese nato nel 1970, la cosa da noi passa quasi inosservata.
Questa è una delle prime riflessioni che vengono spontanee pensando alla vita nell’ombra delle "tigri delle nevi", come sono anche chiamati dagli occidentali i rappresentanti dell’etnia himalayana al servizio delle spedizioni commerciali. E non basta: al record di 31 salite dell’Everest se ne affiancano altri da parte di scalatori nepalesi, come quello di Nima Rinji che arriva su tutti i 14 Ottomila prima di aver compiuto 19 anni. Eppure chi sa di questo alpinista?
Tutto ciò, mentre da noi, con la nostra presunzione etnocentrica, miope e provinciale, abbiamo assistito alla stonata disputa tra campioni nostrani, super sponsorizzati e super seguiti manco ci trovassimo ancora negli anni di Buhl, Diemberger e Messner. "Sono arrivato su tutti i 14 Ottomila!". "No, non è vero. Sei un bugiardo, ho le prove!". E i giornali nazionali a far da megafono durante lo scorso luglio rilanciando la schermaglia (Confortola/Moro & C), come se la vera partita fosse quella.
Il centro del mondo, per chi non se ne fosse accorto, non è più qui. Si è spostato. Pensare che tutto rimanga uguale a se stesso – non solo in alpinismo, qui preso a mo’ di esempio – è rassicurante, continua a farci sentire importanti. Ma non ci porta a vedere chi siamo davvero.













