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Idee | 04 giugno 2025 | 18:00

"La gestione degli alberi non può essere ridotta a un confronto emotivo tra chi vuole tagliare e chi vuole salvare": dopo il recente incidente di Venezia, un approfondimento sulla complessa gestione del verde urbano

Lunedì scorso a Venezia un albero è crollato all'improvviso ferendo 12 persone. Immediatamente, come spesso accade, si è cercato di individuare "il colpevole". Ma un esperto di Arboricoltura come il Professor Ferrini dell'Università di Firenze ci invita a passare dalla "cultura del colpevole" alla "cultura dell'errore". Lo abbiamo intervistato per riflettere sul difficile ma essenziale rapporto tra alberi ed esseri umani in contesti urbani

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Alcuni strani crepitii, mentre la gente si guarda attorno senza capire; poi il rumore di uno strappo netto e infine un tonfo, accompagnato da urla e pianti.

 

Lunedì scorso, il 2 giugno, a Venezia un albero di medie dimensioni è caduto all’improvviso in un luogo molto affollato di turisti, travolgendo 12 persone. 11 donne, di cui tre minori, e un uomo sono stati trasferiti in ospedale. Le più gravi sono due italiane: una che ha riportato un trauma toracico e una che invece è ricoverata in terapia intensiva all'ospedale all'Angelo di Mestre, dove è stata operata per un trauma addominale.

 

Alla mente è ritornato un fatto simile accaduto a Roma pochi mesi fa, a dicembre 2024, quando una donna è morta sotto al peso di un albero crollato a seguito di una raffica di vento.

 

Questi episodi drammatici ci colpiscono profondamente perché a provocare disagi e addirittura lutti è qualcosa che normalmente tutti consideriamo, a ragion veduta, come “simboli del bene”: gli alberi. Ma gli alberi, specialmente in città, sono un elemento tanto essenziale quando di difficile gestione. La loro presenza, fondamentale per rendere i centri urbani più vivibili, freschi, salubri e ricchi di biodiversità, deve sempre essere calibrata rispetto ai possibili rischi per le persone e le infrastrutture. Da qui la necessità di una manutenzione costante, che spesso genera incomprensioni e forti malumori tra cittadini e amministratori.


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

C’è chi chiede a gran voce che nessun albero sia mai toccato, in nome di una presunta necessità di naturalità che tuttavia stona con l’ambiente cittadino. C’è chi al contrario, per eccesso di paura o di zelo, vorrebbe “togliere di mezzo” anche alberi sani per evitare qualsiasi problema.

 

In questo contesto difficile, troppo spesso avvolto dal rumore di fondo della disinformazione e del complottismo, c’è un assoluto bisogno di voci autorevoli per aiutarci a navigare nella complessità. Una di queste è indubbiamente il Professor Francesco Ferrini, docente di Arboricoltura all’Università di Firenze e attivo divulgatore attraverso libri, interventi televisivi e la sua pagina social “Arboricoltura urbana”.

 

Lo abbiamo contattato per aiutarci a contestualizzare meglio quanto avvenuto a Venezia, cogliendo l’occasione di questo fatto drammatico per riflettere sul rapporto tra esseri umani e alberi in città.

I recenti casi di Venezia e Roma ci mostrano come la convivenza tra alberi ed esseri umani, specialmente in città, non sia mai priva di rischi. Dopo entrambi i fatti di cronaca lei ha sottolineato con forza come occorra passare da una "cultura del colpevole" a una "cultura dell'errore": cosa significa in concreto?

 

La convivenza tra alberi ed esseri umani, soprattutto in ambiente urbano, comporta inevitabilmente dei rischi, la cui gestione richiede, a mio modo di vedere, un cambio di paradigma.

 

Tuttavia, affrontare questi rischi con una cultura del colpevole significa reagire agli eventi critici - come la caduta di un albero - cercando immediatamente un responsabile da punire. Questo atteggiamento genera sfiducia, induce amministratori e tecnici ad assumere posizioni difensive e spesso porta a decisioni drastiche come l’abbattimento preventivo degli alberi, con gravi danni ambientali, paesaggistici e sociali. Passare a una cultura dell’errore significa invece riconoscere che gli incidenti, se analizzati in profondità, sono occasioni preziose per apprendere e migliorare.

 

L’errore non è più visto come colpa individuale, ma come sintomo di una fragilità sistemica che può essere corretta. In questo approccio, il rischio non viene negato o azzerato, ma gestito in modo consapevole, attraverso il monitoraggio, la gestione degli alberi mirata e un’attenta manutenzione del sito, la formazione continua del personale e la raccolta sistematica di dati sugli eventi. La cultura dell’errore implica trasparenza nella comunicazione con la cittadinanza, capacità di spiegare le scelte, e volontà di migliorare le pratiche operative sulla base dell’esperienza. Significa anche costruire contesti organizzativi in cui chi segnala un problema o un’incertezza non teme sanzioni, ma contribuisce a un sistema più resiliente e intelligente. In definitiva, questo cambio di paradigma permette di superare la logica emergenziale e favorisce una visione matura della gestione del verde, in cui la sicurezza non è in contrapposizione con la presenza degli alberi, ma è frutto di una coesistenza progettata, condivisa e continuamente migliorata.

Molti cittadini negli ultimi mesi e anni si sono mobilitati per protestare contro l'abbattimento di alberi in città. C'è effettivamente la tendenza, da parte delle amministrazioni, a tagliare anche più di quanto serva proprio per tentare di evitare eventuali problemi? O invece prevale l'aspetto emotivo e irrazionale da parte di chi protesta?

 

Negli ultimi anni si è assistito a un crescente attivismo da parte dei cittadini in difesa degli alberi urbani, spesso in risposta ad abbattimenti annunciati o già avviati da parte delle amministrazioni. Questo fenomeno non è solo espressione di una reazione emotiva non basata su solidi dati scientifici, ma riflette una maggiore consapevolezza collettiva del valore ecologico, climatico e sociale del verde urbano, in un contesto di crisi ambientale e riscaldamento globale. Tuttavia, se è pur vero che in molte città italiane si è diffusa una tendenza a gestire il rischio in modo fortemente conservativo, arrivando a tagli preventivi su larga scala, talvolta giustificati da valutazioni fitosanitarie poco trasparenti o da logiche di “rassicurazione” amministrativa, è altrettanto vero che alcune Amministrazioni, proprio per evitare la reazione dei cittadini-elettori, tendono a seguire troppo gli “umori della folla” e a mantenere alberi che, oltre a determinare un rischio, sono forte di disservizi ecosistemici con perdite anche economiche.

 

La vera criticità sta nell’assenza di un approccio condiviso e sistemico alla gestione del verde, che includa monitoraggi regolari, piani di sostituzione programmata e comunicazione pubblica delle scelte tecniche. In assenza di ciò, si crea un clima di sfiducia reciproca che alimenta il conflitto: da un lato amministrazioni timorose del “caso mediatico” e propense a tagliare per evitare problemi futuri, dall’altro cittadini che vivono ogni abbattimento come una perdita irreparabile e spesso non giustificata.

 

In sintesi, c’è bisogno di uscire dalla logica del sospetto reciproco e costruire un nuovo patto tra istituzioni e cittadinanza, in cui la tutela degli alberi non sia in opposizione alla sicurezza, ma parte di una strategia urbana più ampia, trasparente e partecipata.

Gestire il verde urbano è complesso, sia dal punto di vista tecnico che sociale. Quali sono i punti fermi che ogni amministrazione dovrebbe seguire?

 

Gestire il verde urbano significa affrontare una sfida complessa che coinvolge competenze tecniche, risorse economiche, dinamiche sociali e visione politica. Ogni amministrazione dovrebbe partire dal riconoscere il verde come infrastruttura strategica, al pari della rete idrica o dei trasporti: fondamentale per la salute pubblica, la mitigazione climatica, la biodiversità e il benessere collettivo. Serve una pianificazione a lungo termine, non guidata solo da emergenze o logiche di manutenzione straordinaria, ma basata su censimenti aggiornati, valutazioni del rischio trasparenti e interventi programmati.

 

Inoltre, è cruciale che la gestione del verde sia partecipata e comunicata: i cittadini devono essere informati non solo delle decisioni finali, ma anche dei criteri che le motivano, per evitare che ogni taglio sia percepito come arbitrario. Dal punto di vista tecnico, è necessario investire in formazione continua, tecnologie di monitoraggio e approcci interdisciplinari che tengano conto della complessità degli ecosistemi urbani. Infine, il principio guida dovrebbe essere la cura, non il controllo: un’amministrazione che coltiva, accompagna e rinnova il verde urbano trasmette una visione della città come organismo vivo, da abitare insieme, non da semplificare o sterilizzare per timore dell’imprevisto.

Serve anche accrescere una "cultura gestionale" nei cittadini, magari a partire dalle scuole? Su questo però una certa narrazione, oggi dilagante, che sacralizza gli alberi di certo non aiuta...

 

Accrescere una vera “cultura gestionale” del verde urbano tra i cittadini è oggi una necessità urgente. La gestione degli alberi, infatti, non può essere ridotta, come detto, a un confronto emotivo tra chi vuole tagliare e chi vuole salvare, ma richiede consapevolezza, conoscenze di base e strumenti per valutare le situazioni in modo critico. Le scuole rappresentano un punto di partenza essenziale: introdurre l’educazione al verde come parte di un’alfabetizzazione ecologica più ampia significa formare cittadini capaci di comprendere il valore degli alberi, ma anche le complessità legate alla loro gestione, come il rischio, la manutenzione delle aree dove essi sono presenti, il ciclo di vita e la sostituzione programmata. Il che non vuol dire che dopo un numero preciso di anni si decide di sostituire gli alberi, anche se non presentano problemi, ma significa avere ben chiaro le condizioni di certe alberate problematiche e pianificare la sostituzione in tempi medio-lunghi che vanno al di là di un singolo mandato.

 

Purtroppo, una certa narrazione oggi diffusa tende a sacralizzare l’albero come essere inviolabile, alimentando una visione rigida e spesso ostile verso ogni intervento di potatura o rimozione, anche quando necessario. Questo approccio, per quanto mosso da buone intenzioni, rischia di allontanare dal confronto con la realtà e di delegittimare il sapere tecnico-scientifico, favorendo conflitti e incomprensioni.

 

Promuovere una cultura del verde significa invece sostenere una cittadinanza attiva ma informata, in grado di distinguere tra abbattimenti arbitrari e interventi fondati, tra cattiva gestione e scelte difficili ma inevitabili. Solo così si può costruire una relazione matura e condivisa con il patrimonio arboreo urbano, fondata su responsabilità, trasparenza e cura.

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