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Idee | 07 agosto 2025 | 06:00

Si può essere al tempo stesso cacciatori e ambientalisti: non è una contraddizione. Lo dichiara il vicepresidente di Wilderness Italia: "Anche i grandi pionieri della conservazione lo erano"

Giuliano Milana riflette sulla diffusa opinione che caccia e tutela della natura siano dinamiche inconciliabili: "È una semplificazione figlia dell’urbanizzazione e della rimozione della responsabilità alimentare"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il dibattito sul rapporto tra caccia ed ecologia sconta il pregiudizio di essere considerato necessariamente conflittuale. Questo pregiudica spesso ogni considerazione in merito, sia essa di natura pragmatica o etica, scadendo nell’ideologia e impedendo una valutazione razionale. Eppure, non è stato sempre così, c’è stato un tempo in cui il discorso ‘culturalmente alto’ ha trovato riconciliazione tra queste due sfere.

 

Le chiavi per uscire dalla netta separazione tra l’ecologia e pratiche come allevamento e caccia, sono sempre state due: l’esperienza diretta e la ricerca scientifica. A fare scuola, in questo senso, furono i capostipiti del pensiero ecologico contemporaneo, come Henry David Thoreau e Aldo Leopold; ma anche scrittori dalla spiccata sensibilità naturalistica, come Mario Rigoni Stern, il cui interesse per la caccia non ha mancato di procurargli qualche accusa di contraddizione.

 

La stessa sorte tocca oggi ad associazioni ambientaliste, come Wilderness Italia (AIW), che scelgono di non schierarsi a priori contro la caccia. AIW, in particolare, prende le mosse proprio dalla teorizzazione di Aldo Leopold, dal cui impulso è nata la prima Area Wilderness al mondo. Mario Rigoni Stern è stato tra i soci dell’associazione.

 

Proprio l’accusa di contrasto tra l’etichetta ambientalista e l’adesione alla pratica venatoria ha spinto Wilderness Italia a pubblicare un post Facebook in cui il neoeletto vicepresidente, Giuliano Milana, argomentava la non contraddittorietà tra la sua passione per la caccia e il suo lavoro nell’associazione.

 

Wilderness Italia è sempre stata un’associazione non contraria all'attività venatoria. Molti soci sono cacciatori. Lo stesso vicepresidente, ovvero io, sono un cacciatore. Come dicevano i fondatori americani di questa filosofia, in queste aree wilderness, dove non si può costruire, non si possono fare nuove strade, la natura dev’essere lasciata a sé stessa, la caccia, la pesca e le attività rurali possono esserci. L'uomo è parte di quel tipo di ambiente, ovviamente a patto di svolgere queste attività in maniera oculata”.

 

Giuliano Milana è laureato in Scienze Naturali e ha conseguito un dottorato in Biologia Animale, agrotecnico laureato, oggi riveste il ruolo di vicepresidente dell’associazione Wilderness Italia. Considerate le ragioni che avevano mosso quella dichiarazione, L’AltraMontagna ha scelto di contattarlo per contestualizzare maggiormente la sua posizione e indagare le ragioni del clamore che ha sollevato.

 

 

Perché ha sentito il bisogno di scrivere quella lettera?

 

Sono zoologo, ho un dottorato di ricerca in biologia animale e mi sono sempre occupato di animali per lavoro. Ho sentito l'esigenza di dare questa spiegazione perché molte volte le persone si sono chieste come facessi, io che sono zoologo, ad andare a caccia. A chi non conosce la caccia sembra un controsenso, c'è un immaginario che relega la caccia a qualcosa di distruttivo, associandolo a una contraddizione semantica, ovvero al bracconaggio. Nel tempo, ahimè, anche noi cacciatori abbiamo fatto passare un messaggio sbagliato. In realtà, dal punto di vista scientifico, la caccia altro non è che lo sfruttamento sostenibile di una risorsa rinnovabile, cioè la fauna. Affinché lo sia davvero, è necessario tutto il supporto tecnico scientifico possibile, che a me è dato dal percorso di studi. L'unico futuro possibile per l'attività venatoria è proprio quello di basarla sulla sostenibilità e sulla gestione faunistica; che è quello che diceva Franco Perco e che dicono tanti che mi hanno preceduto come zoologi e cacciatori.  Questo è parte della filosofia di Wilderness. Quest’associazione si basa su quelle che erano le idee dei grandi pionieri della conservazione nordamericana, che erano dei cacciatori, passami il termine, ‘ambientalisti’. Con un ambientalismo meno ideologico, rispetto a quello odierno, e più sostanziale.

 

 

In che modo i cacciatori hanno contribuito a trasmettere un messaggio sbagliato?

 

Per molto tempo la caccia è stata appannaggio di pochi. Dopo il boom economico, però, siamo arrivati ad avere oltre due milioni di cacciatori in Italia; e inevitabilmente l'attitudine di molti di questi era in linea coi tempi, con un approccio all'attività venatoria fortemente consumistico. Prendere più di quello che ti serve (i famosi ‘sparatutto’), i ripopolamenti ‘pronta caccia’, non mangiare quello che uccidi eccetera. Questo ha contribuito a far passare un messaggio e una visione del cacciatore alterata, ma di certo non priva di fondamento. I famosi ripopolamenti ‘pronta caccia’ sono forse l’esempio più lampante di un atteggiamento consumistico: si inserisce un certo numero di esemplari in ambiente solo per ucciderli di lì a un mese; e così si ripete ogni anno. Il ripopolamento ha senso quando vuole essere definitivo per rendere una certa popolazione stabile; liberare solo i capi a cui poi devo sparare è un grandissimo controsenso, e chiunque si definisca ‘cacciatore’ non può essere a favore di queste pratiche. Purtroppo, però, per molto tempo è stata la prassi. 

 

 

Perché l’essere cacciatore e ambientalista viene vissuta come una contraddizione in termini?

 

Acquistando alimenti dal supermercato, non si conosce tutto il percorso, e quindi ci si sente eticamente puliti, come non fosse stato ucciso alcun animale. In realtà, anche dei pomodori si sono lasciati dietro una scia di sangue animale: qualsiasi tipo di agricoltura, anche biologica, fa la lotta ai parassiti e agli opportunisti, come insetti o roditori. Il cacciatore o l’allevatore sono invisi all'opinione pubblica perché si assumono la responsabilità del prelievo, del sacrificio, che poi diventa cibo, spesso molto più sano e sostenibile. Le carni di selvaggina sono ottime dal punto di vista organolettico, non contengono antibiotici, non producono CO₂ e non consumano acqua. Chi critica l’allevatore che uccide l’agnello ignora che, senza farlo, non esisterebbe il latte o il formaggio. La crescente urbanizzazione ha allontanato la popolazione dalla ruralità, e molti non sanno più cosa significhi coltivare un orto o allevare animali. Il problema è la distanza tra l’assunzione di responsabilità per il prelievo e il delegare a terzi le proprie morti, che sono inevitabili. Ogni nostra azione ha un impatto, e nel tempo abbiamo avvantaggiato o svantaggiato alcune specie. Siamo sì causa di molti disastri, ma anche l’unica soluzione. Pensare che la natura faccia da sé, nel 2025, è utopico: dobbiamo intervenire con gli strumenti culturali e scientifici che abbiamo. Abbandonare la montagna non farà tornare, né aumentare, i galliformi come il Gallo Forcello o il Cedrone. Io devo essere lì, devo aprire le radure affinché quegli animali abbiano i loro spazi, altrimenti potrei non vederli più.

 

 

Cosa pensa dell’attuale interesse di salvaguardia per i grandi carnivori? Di recente lo status di tutela del lupo è stato ridimensionato, è d’accordo con questa scelta?

 

Che il lupo sia stato declassato è giustissimo. Se una specie torna ad avere dei contingenti numerici importanti non può rimanere protetta in eterno, non ha senso. Se c'è stato questo successo conservazionistico, benissimo; ora si guarda oltre. A questo punto si può cominciare a parlare di gestione, che non vuol dire, assolutamente, aprire la caccia o eliminare i grandi carnivori, significa gestirli. Perché come è importante che ci siano l’orso e il lupo, è importante che ci siano malghe, gli allevamenti in montagna che mantengano i prati-pascolo o i boschi: lasciando i boschi all’abbandono stai favorendo soltanto alcune specie. Infatti, in Italia, ma anche in tutta Europa, sono aumentati gli ungulati dappertutto. Tu non puoi pensare di conservare soltanto gli ungulati, altrimenti, ad esempio, senza radure, tutti quanti i galliformi che vivono in zone aperte vanno incontro alla rarefazione fino a rischiare di scomparire. Però se io non posso pascolare, perché rischio che mi venga sbranato il gregge, allora lascio che i pascoli ritornino bosco. Ecco, ci vuole un compromesso, questo intendo quando parlo di gestione: non vuol dire perseguitare una certa specie, ma favorire la convivenza con essa. È giusto che ci siano delle strategie da parte dei pastori per difendersi, ma anche che, quando necessario, si possa uccidere un orso o un lupo. Non è nulla di diverso dallo schiacciare una zanzara o un ragno: gli animali sono tutti uguali, sono delle tessere ecologiche, ognuna delle quali ha un suo ruolo.

 

 

Esistono esempi più virtuosi di regolamentazione della pratica venatoria?

 

Nei Balcani e nell’Est Europa abbiamo esempi di caccia e gestione faunistica istituzionalmente ben più calibrata della nostra. Ne fanno anche reddito, che non è una cosa sbagliata. Un aspetto cruciale è che, in Italia, la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato, diventa proprietà del cacciatore nel momento in cui gli si spara. In altri paesi, in genere, la fauna è proprietà del proprietario del fondo, che quindi concede questi abbattimenti e tutela gli animali. Conservare è nel suo interesse; è una gestione molto più oculata e intelligente, per cui nessuno si farebbe uccidere tutti gli animali, perché non ci guadagnerebbe. Può sembrare un atteggiamento molto cinico, ma in realtà per la conservazione è fruttuoso, e l'Africa ce lo insegna. Si guardi ai safari: tutti gli stati africani che hanno bandito i safari hanno meno elefanti, hanno meno leoni. Questo accade perché l'americano che va lì per cacciare porta un surplus economico enorme, e questo fa in modo che le società e i locali ne ricevano beneficio, parte del quale andrà alla conservazione delle specie stesse, anche di altre meno carismatiche. Gli animali non vengono ammazzati più del necessario, perché si devono mantenere affinché l'anno prossimo ne possano vendere altri; è una gestione oculata e finalizzata alla conservazione. Il fine ultimo della conservazione della natura non guarda il singolo individuo, ma la specie: questa è la prima cosa che insegnano a un corso di scienze naturali.

 

 

Qual è lo stato della questione tra le associazioni ambientaliste?

 

Le associazioni ‘ambientaliste’ si pongono a riguardo in modo talvolta contraddittorio. È interessante che molte di queste, che sono anche internazionali, a livello nazionale hanno degli approcci differenti rispetto alle loro sezioni estere.  È così per il WWF: il WWF internazionale non è dichiaratamente anticaccia, quello italiano sì. E (inutile dirlo) l’associazione è stata fondata da dei cacciatori, anche in Italia, e alcune oasi del WWF sono ex riserve di caccia. La stessa Unione Internazionale per la Conservazione della Natura non è contro la caccia. Poi certo c’è caccia e caccia. Dev’essere fatta in termini di sostenibilità, in modo che il prelevo venga calibrato in base alle consistenze. Noi oggi abbiamo gli strumenti tecnici per fare in modo che una popolazione animale possa rimanere stabile, crescere o diminuire; la nostra può essere una voce di bilancio. Inoltre, penso a tanti parchi nazionali che hanno i conti in rosso: la caccia di selezione, il controllo, potrebbero portare introito ai loro bilanci, se li permettessero all'interno dei parchi, e garantirebbero una forma di gestione diretta, ad esempio diminuendo i danni ad opera dei cinghiali. Questi impattano sulla vegetazione e su altre specie animali, come gli anfibi o gli uccelli nidificanti a terra. Da zoologo conservazionista, io non posso ignorare queste cose: io tengo alla conservazione del cinghiale, ma anche a quella del piccolo anfibio che sta soltanto in quel luogo d'Italia. L'approccio deve essere olistico e guardare nel complesso la realtà. La caccia del futuro sarà quella che si assumerà la responsabilità etica, scientifica e alimentare.

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