Terribile la volontà di restaurare un'ideologia sulla "montagna vera", separata da una presunta "montagna falsa": significa rinchiudere lo spazio montano in una sorta di riserva indiana

Si sente riproporre quella divisione e contrapposizione tra montagna e altri spazi che è un'invenzione del Novecento. Ristabilire un confine netto, basato per lo più sull'altimetria, in barba a qualunque ragionamento sulla natura relazionale dei sistemi territoriali, significa rinchiudere nuovamente lo spazio montano in una sorta di riserva indiana, il cui unico destino può essere solo quello di una montagna assistita, destinata a fondale paesaggistico e a parco divertimenti per il turismo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Anche Antonio De Rossi, architetto, docente universitario al Politecnico di Torino e membro del comitato scientifico de L’Altramontagna ha sviluppato alcune riflessioni sulla nuova Legge sulla Montagna. Le riportiamo qui di seguito.
L'ideologia della "montagna vera" e della "montagna falsa"
Al di là del fatto che contesti nelle medesime situazioni geografiche e morfologiche possono trovarsi ad altitudini molto diverse (prendiamo ad esempio due insediamenti posti all'entrata di valli alpine: Borgo San Dalmazzo in Piemonte, 645 metri; Bassano del Grappa in Veneto, 129 metri; e la ragione di tale differenza è del tutto evidente), e fermo rimanendo che specie in Appennino esistono luoghi a quote modeste che sono montagna estrema molto di più di quella alpina, quello che io trovo terribile nel portato di questa "nuova" legge sulla montagna è la volontà di restaurare una sorta di ideologia sulla "montagna vera", separata da una presunta "montagna falsa", assolutizzando pochissimi parametri fisici che non solo fanno piazza pulita di tutti gli avanzamenti compiuti negli ultimi anni circa la considerazione delle caratteristiche sociali e economiche dei luoghi, ma che ripropongono quella divisione e contrapposizione tra montagna e altri spazi che è un'invenzione del Novecento, e che non è mai esistita nella storia del funzionamento del territorio italiano, il quale è sempre stato metromontano (senza ovviamente nulla togliere alle differenze e specificità della montagna).
Ristabilire un confine netto, basato per lo più sull'altimetria, in barba a qualunque ragionamento sulla natura relazionale dei sistemi territoriali, significa rinchiudere nuovamente lo spazio montano in una sorta di riserva indiana, il cui unico destino può essere solo quello di una montagna assistita, destinata a fondale paesaggistico e a parco divertimenti per il turismo. Niente reti lunghe e alleanze, niente progettualità territoriali e di sistema, nessuna possibile innovazione. Come diceva anni fa un antropologo come Bernard Crettaz, la montagna deve rimanere "la vecchia e vera montagna di sempre", quella inventata dai cittadini e dai Rousseau nel Settecento. Chi si illude che il piatto di lenticchie possa crescere eliminando l'altra montagna non solo si sbaglia, ma non capisce che si tratta di un boccone avvelenato. Epistemologicamente, è un ritorno agli anni Cinquanta e a un atteggiamento paternalistico, lontano mille anni luce dalle logiche della contemporaneità, e dai mille sforzi progettuali che sono stati fatti per riportare la montagna dentro il mondo delle cose, tirandola fuori da quella sacca separata e isolata in cui era stata messa. Perché il tema non riguarda solo i finanziamenti o cose simili, ma la costruzione di immaginari e (auto)rappresentazioni, che poi hanno una ricaduta fortissima sui modi di pensare i percorsi di sviluppo territoriale.













