Il segreto del larice autunnale è nascosto tra le crepe che si aprono nelle pareti di alta montagna: è lì che bisogna guardare. Lo aveva compreso Mario Rigoni Stern

"Ma i larici che personalmente ammiro e fors'anche venero, sono quelli che nascono e vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo", così scrisse l'autore altopianese (di cui oggi, primo novembre, ricorre l'anniversario della nascita), invitando a osservare le vene di terra che si aprono nel guscio di roccia delle alte quote. Bisogna imparare a leggere gli interstizi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"La pietra è una spalla per portare il tempo / con alberi di lacrime e nastri di pianeti".
È sempre affascinante quando la sensibilità di un poeta, in questo caso Garcia Lorca nel poemetto Corpo presente, viene accolta e amplificata nell'opera di un altro interprete letterario del proprio tempo.
Così l'autore che meglio ha interpretato le nostre montagne, Mario Rigoni Stern (di cui oggi, primo novembre, ricorre l'anniversario della nascita), per esprimere la sua "ammirata" meraviglia per certi larici, in Arboreto salvatico si è ricordato le parole di Lorca:
"Ma i larici che personalmente ammiro e fors'anche venero, sono quelli che nascono e vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo: sono lì nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre, i rami spezzati, ma sempre, a ogni primavera, quando il merlo dal collare ritorna a nidificare tra i mughi, si rivestono di luce verde e i loro fiori risvegliano gli amori degli urogalli. E all'autunno, quando la montagna ritorna silenziosa, illuminano d'oro le pareti".
In questo caso, se la roccia – come evidenza Mario Porro sulla rivista Doppiozero – sembra farsi "emblema di una durata imperitura", i larici, disperatamente aggrappati alle vene di terra che si aprono nel guscio di roccia delle alte quote, evocano la tenacia con cui siamo in cerca della vita: quando riusciamo ad afferrarla, stringiamo forte la presa, anche se gli elementi infuriano attorno a noi, provando a spazzarci via per togliere la patina di vecchio dalle superfici del mondo.
È l'atavico gioco di equilibri che accompagna la vita già dalla sua prima alba: negli interstizi di questo spietato processo, tuttavia, possono svilupparsi manifestazioni di grande poesia. È la poesia dorata del larice in autunno; è la poesia di esistenze che hanno saputo inserirsi nel mondo con onesta curiosità.
Oggi, per godere di quella poesia, bisogna imparare a leggere gli interstizi; bisogna muoversi tra le crepe che ancora riescono ad aprirsi nello scudo compatto di una società sempre più sterile.












