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Sport | 19 settembre 2025 | 18:00

Gli organizzatori vennero definiti "assassini", ma il Tourmalet non fu la prima montagna del ciclismo. Storia epica e triste del Col du Ballon d’Alsace e di René Pottier

Normalmente si associa la mitica ascesa pirenaica al Col du Tourmalet del 1910 con il momento in cui le gare ciclistiche affrontarono per la prima volta una vera montagna. Ma non fu quello il teatro del “gran debutto”. La storia della prima montagna affrontata dal Tour de France inizia cinque anni prima, sui Vosgi, e ha come protagonista un campione misterioso, taciturno e introverso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

L’autobus si ferma sbuffando in mezzo a decine di altri autobus. Le porte cigolanti si aprono, sbattendoci addosso il fumo denso che fuoriesce da file allineate di tubi di scappamento. Appena scesi veniamo inghiottiti da una folla trafelata che trascina valige, in un disordinato via vai. Dopo dieci giorni in bicicletta tra le montagne, l’incontro con la metropoli è uno pugno nello stomaco. Cerchiamo allora un po’ d’aria fresca e la tranquillità di un caffè lontano dall’affollata stazione, dato che il tempo che abbiamo per la coincidenza ce lo permette.

 

Mentre camminiamo stanchi e spaesati tra i grigi palazzi di Parigi Bercy, un nome e un cognome mi appaiono all’improvviso, come in una visione: “Via Henri Desgrange”, recita la targa, “Giornalista e ideatore del Tour de France”. Avevo letto di questo personaggio qualche giorno prima, quando in previsione della salita al Col du Ballon d’Alsace ero intento a ricostruire la storia di quel lontano giorno in cui il ciclismo incontrò la montagna. Un giorno di luglio di esattamente centoventi anni fa, una storia poco raccontata, una trama epica dal finale amaro che l’improvvisa apparizione parigina di Sua Maestà Henri Desgrange mi obbliga a non tenere chiusa tra i ricordi e gli appunti di viaggio.

La salita al Ballon d’Alsace, morbido colle dei Vosgi circondato da un mare di boschi, non è di quelle che ogni ciclista sogna di percorrere almeno una volta nella vita. È lunga, questo sì, ma sempre ben pedalabile, senza pendenze da capogiro né muri che mettono alla prova gambe, testa e cuore. La strada, costruita all’epoca di Luigi XV, si snoda comoda e ampia, con inclinazione regolare. La vista panoramica, durante l’ascesa, è quasi sempre oscurata dalle fronde degli alberi e lo scollinamento, a 1.173 metri di quota, non è circondato da pareti a picco o ghiacciai, ma da un grande pratone rotondeggiante, un albergo, qualche bar e piccoli negozi di souvenir. Tuttavia, pedalare sulla groppa di questo gigante buono è piacevole, e poi… per chi ama il ciclismo significa compiere uno speciale pellegrinaggio, sulle tracce di una giornata che cambiò per sempre questo sport.

 

Lo sport, si sa, si alimenta di miti. E i miti hanno bisogno di gradi storie seducenti per prendere forma, per rivivere di bocca in bocca e gonfiarsi di penna in penna, passando così di generazione in generazione. È forse per questo che, a passare alla storia come “prima scalata del Tour de France”, è stata l’ascesa ai 2.115 metri del Col du Tourmalet, sui Pirenei, avvenuta il 21 luglio 1910. La sofferenza dei corridori all’ombra delle innevate vette pirenaiche, gli ultimi 500 metri dell’ascesa affrontati a piedi spingendo la bicicletta e soprattutto le parole del grande Octave Lapize, che dopo quella tappa infernale di ben 326 km definì gli organizzatori “assassini”, contribuirono crearne il mito, etichettando quella salita come l’esordio della montagna nel grande ciclismo. Uno sport che fino ad allora era stato di pianura e collina, affrontato con pesanti biciclette dai rapporti non certo agili. 

Ma non fu il Tourmalet il vero teatro del “gran debutto”. Il giorno in cui il ciclismo incontrò la montagna avvenne cinque anni addietro, l’11 luglio del 1905. Quella tappa storica non si svolse sui Pirenei ma sui Vosgi e fu il Ballon d’Alsace ad essere scelto da Henri Desgrange in persona come grande banco di prova. Voleva capire se le lunghe salite fossero in grado di aggiungere un po’ di pepe alla corsa; voleva creare maggiori distacchi in classifica tra i corridori; voleva soprattutto donare uno spettacolo più avvincente ai propri lettori e ammantare così il Tour de France, nato appena due anni prima con l’obiettivo di far vendere più copie al suo giornale in crisi, di una narrazione degna di un grande romanzo d’avventura. La montagna non deluse certo le aspettative, prova ne è che ancora oggi milioni di tifosi aspettano i passaggi sui rilievi di Francia, Italia e Spagna per godersi le tappe più avvincenti dei tre Grandi Giri, trasformando le strade dei passi in stretti e lunghissimi stadi effimeri, posti tra rocce, boschi e panorami.

 

“Henri Cornet si stacca dai compagni. Louis Trousselier, Émile Georget e Aucouturier si arrendono. Solo René Pottier tiene il ritmo, rispondendo colpo su colpo al giovane Cornet”, si legge sul sito specializzato Chronique du Vélo. È stato proprio René Pottier, ventisei anni d'età e sontuosi baffi a manubrio, a transitare davanti a tutti sul primo passo montano della storia del Tour: piegato in due sulla sua bicicletta, raccontano le cronache, e con il viso sofferente rivolto fisso al terreno. Da quel giorno il suo soprannome divenne “Re della montagna”: il primo di tutti, capostipite di una dinastia destinata a non esaurirsi mai.

Nato nel 1879 nei pressi di Parigi, approdò al mondo della bici grazie… al Canale di Suez. Suo padre, un mugnaio, investì con astuzia parte dei suoi risparmi nella costruzione dell’opera e così, oltre a mettere al sicuro il futuro della famiglia, poté donare ai figli qualcosa di meraviglioso, allora nelle disponibilità di pochissimi: una bicicletta.  

 

In sella René mostrò subito la stoffa del campione. Prima della consacrazione a “Re della Montagna” si era già classificato secondo alla Parigi-Roubaix e terzo alla Bordeaux-Parigi. Non riuscì a vincere il Tour in quello storico 1905, ma trionfò all’edizione successiva, quella del 1906, passando ancora una volta per primo in cima al Ballon d’Alsace.

 

Ma quella di René Pottier, un Re sportivo misterioso, taciturno e introverso, è però anche una storia triste. All’apice della carriera, qualcosa si ruppe in lui. Non a causa di un infortunio durante una gara o un allenamento, ma di una crepa nei profondi meandri dell’anima. La mattina del 27 gennaio 1907 andò a recuperare le chiavi del garage della sua squadra, la Peugeot, dove custodiva le biciclette. “Voglio sistemarle un po'”, disse a un amico. Invece, si impiccò a uno dei ganci dove i velocipedi venivano appesi. Non venne trovata alcuna lettera, nessun indizio che potesse spiegare quel gesto. Sposato da due anni e in attesa del primo figlio, nulla lasciava presagire un tale epilogo. Restarono soltanto ipotesi giornalistiche: un tradimento della moglie, un esaurimento nervoso dovuto al troppo allenamento. Più probabilmente, un malessere interiore profondo, che la gloria sportiva non era riuscita a cancellare.

Fu proprio Henri Desgrange, l’inventore del Tour, a decidere di porre una lapide a memoria del corridore. E il luogo prescelto fu il Col du Ballon d’Alsace, teatro di quel passaggio in quota che fece la storia.

 

Appena arrivato in bici sul colle ho cercato immediatamente il cippo. Non è stato così rapido trovarlo. È grigio, non troppo appariscente, posto in un’aiuola di fianco ad un parcheggio e di fronte ad un bar. Vedendomi intento ad osservare e a fotografare l’immagine del “Re della montagna”, un signore anziano si è avvicinato. “Devo farti una foto”, mi ha detto, “questo è un luogo storico, lo sai!?”.

 

Così gli ho passato il mio smartphone e lui ha scattato, sorridente e soddisfatto. Dietro di me, il viso baffuto e gli occhi tristi di René Pottier, sfortunato protagonista di quel giorno di centoventi anni fa in cui il ciclismo incontrò la montagna. 


Passerella finale del Tour de France 1906. Henri Desgrange è il primo soggetto a sinistra, René Pottier è il corridore a destra dell'immagine.

 

Foto: Luigi Torreggiani e Michielverbeek (Wikimedia Commons). Cartolina d'epoca tratta da sitodelciclismo.com; foto d'epoca da Wikimedia Commons

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