Antichi ricoveri, scavati nella roccia, dove pastori (e a volte animali) trovavano riparo durante i periodi di lavoro nei pascoli o nei campi di montagna. Tra le "locce" del Gran Sasso

Siamo nella zona tra Santo Stefano di Sessanio, Barisciano e la Piana di Campo Imperatore. Quello che si apre di fronte a noi è un paesaggio dolce e ameno. Qui, feritoie lunghe oltre dieci metri si aprono nella roccia, protette da architravi di pietra all’ingresso, erano il rifugio estivo dei pastori e delle oltre duecento pecore del loro gregge. Su al Piano delle Locce ve n’è conservato il maggior numero, che lascia traccia di quello che doveva essere un vero e proprio villaggio agro-pastorale d’altura

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sulle pendici del Gran Sasso d’Italia, tra Santo Stefano di Sessanio, Barisciano e la Piana di Campo Imperatore, si estende un territorio segnato da secoli di pastorizia e vita rurale. A chi si dovesse trovare fortuitamente perduto in questi paesaggi, tuttavia, il pensiero andrebbe subito a terre mitiche, selvagge e mai ferite da mano umana. Serve un occhio attento per rendersi conto che è invece un mondo modellato in buona parte, e con sorprendente sottigliezza, proprio dal lavoro dell’uomo.
Nel silenzio di queste alture, antichi ricoveri scavati nella roccia segnano i versanti come una taciturna testimonianza dell’antica presenza dei pastori abruzzesi, e delle forme di convivenza tra essi, il loro bestiame e il paesaggio appenninico.
Il termine “locce” indica piccoli rifugi artificiali, scavati a mano nei versanti collinari o montuosi, spesso nel calcare tenero o nella marna. Si tratta di ambienti semi-interrati, con un corridoio d’accesso e una o più camere interne, rinforzate da muri in pietra a secco e protetti all’ingresso da un piccolo architrave di roccia. La loro origine si perde nei meandri della tradizione orale: si ipotizza che risalgano almeno al XVIII secolo, anche se è probabile che derivino da modelli di rifugio preesistenti, legati alla transumanza e all’agricoltura stagionale d’altura.
La funzione delle locce era principalmente pastorale e agricola. I pastori vi trovavano riparo durante i lunghi periodi di lavoro nei pascoli o nei campi di montagna. All’interno potevano riposare, conservare provviste e, in alcuni casi, offrire ricovero agli animali.
Durante la monticazione estiva, le greggi e le mandrie salivano ai pascoli in quota. I pastori che le accompagnavano utilizzavano il tempo per coltivare i campi d’altura a lenticchie, legumi, cereali e foraggi. Le locce erano utilizzate in più modi: nei periodi di lavoro più intenso si trasformavano in dimore notturne per gli uomini; fungevano da spazi coperti per le pecore e gli altri animali da pascolo; e potevano essere inoltre depositi di provviste e di attrezzi agricoli e pastorali.
L’area più nota, perché maggiormente interessata da queste architetture primitive, è il Piano delle Locce: un altopiano sospeso tra i 1.200 e i 1.400 metri di quota, che si apre tra Barisciano e Santo Stefano di Sessanio. Qui, le locce punteggiano i pendii erbosi, mimetizzandosi perfettamente con il paesaggio, e dando vita ad un autentico villaggio agro-pastorale d’altura. Ogni struttura è costruita con materiali locali e senza alcun legante: un’architettura spontanea, frutto di necessità, realizzata con estrema economia di mezzi.
Al Piano delle Locce si saliva tra aprile e maggio, e vi si restava per tutta l’estate. I pastori dormivano proprio all’interno di questi anfratti scavati nella roccia. Ogni grotta riusciva a contenere circa duecento pecore, e i pastori facevano i turni per il pascolo delle greggi di più proprietari diversi.
L’interno, lungo in media dieci-quindici metri, è spesso diviso in più ambienti, mentre l’ingresso stretto garantisce isolamento termico e protezione dal vento. Sopra la volta, veniva lasciata una piccola apertura per la ventilazione, un dettaglio che testimonia la sapienza costruttiva dei pastori. L’aspetto più sorprendente è la loro integrazione con il territorio: chi percorre oggi il Piano delle Locce o i pendii dei Monti del Sole quasi non le distingue dal terreno, tanto sono ben camuffate nella roccia e nella vegetazione.
Le locce, nella storia, non hanno interessato soltanto la tradizione agricola e pastorale, ma anche a quella monastica. Nel Medioevo, le grange dei monaci cistercensi (grandi aziende agricole e pastorali “ante litteram”) si estendevano fino a questi piani d’altura. È probabile che proprio la presenza dei monaci, esperti nella gestione del territorio e nell’uso della pietra, abbia contribuito alla diffusione o alla razionalizzazione di queste strutture e delle ancor più sofisticate “condole”. Quest’ultime erano edifici più strutturati, da cui i cistercensi dirigevano le attività sul posto. Costruiti a pianta rettangolare e soffitto a volta, avevano due piani: quello inferiore era interrato e probabilmente dedicato al bestiame, mentre il piano superiore era adibito ad abitazione.
Nei secoli successivi, quando la transumanza collegava l’Abruzzo alla Puglia attraverso il “Tratturo Magno”, il più lungo percorso di transumanza in Italia (244 chilometri), le locce divennero punti di appoggio per i pastori che restavano in quota durante la bella stagione. In quei mesi custodivano strumenti, formaggi, cibo, e spesso rappresentavano l’unico riparo possibile contro il freddo e le intemperie.
In anni molto recenti, grazie all’impegno del Cai dell’Aquila, di associazioni locali e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, alcune locce sono state mappate e inserite in percorsi escursionistici e didattici. Queste realtà propongono cammini che uniscono la rete di locce e condole, raccontando il paesaggio con la voce della storia e della memoria.
Da circa quindici anni, su alle Locce non vi sono più pastori, né le loro pecore, che hanno lasciato il posto agli escursionisti e a circa trecento capi di bovini allevati allo stato semi-brado. Si tratta di mucche allevate per la figliazione di vitelli da carne. Nei mesi invernali rimangono nelle stalle per il parto, mentre in quelli estivi sono portati su al pascolo, nella zona del “lago” di Barisciano e del lago di Passaneta. Dopo la falciatura, ad agosto, le mandrie vengono portate proprio al Piano delle Locce.













