Durante un'escursione, tra il ghiaccio e l'acqua di fusione videro spuntare il corpo di una persona. Quello che sembrava un alpinista o un soldato della Grande Guerra si rivelò un reperto di oltre 5000 anni

Trentaquattro anni fa veniva scoperto Ötzi, la mummia del Similaun. Ripercorriamo le vicende che portarono a questo ritrovamento eccezionale, tra coincidenze fortuite, grandi personaggi dell'alpinismo e antiche vicende di confine

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Era il 19 settembre di 34 anni fa quando Erica ed Helmut Simon si imbatterono in uno strano ritrovamento. Parliamo della scoperta di Ötzi, uno dei reperti archeologici più importanti mai rinvenuti e probabilmente il singolo corpo umano più studiato di sempre. La sua scoperta è stata fondamentale per tante discipline: dall’antropologia alla glaciologia, passando attraverso la storia, lo studio dell’evoluzione della nostra specie e la climatologia. Prima di approfondire l’importanza scientifica di questa irripetibile scoperta, ripercorriamo gli eventi e i protagonisti che portarono alla scoperta di Ötzi.
Quel giorno di settembre del 1991 Helmut ed Erica stavano compiendo una lunga escursione seguendo i sentieri che si snodano tra il confine italiano e austriaco intorno al massiccio del Similaun. A poca distanza dal Tisenjoch (Giogo di Tisa, 3210 metri s.l.m., tra Val Senales e Ötztal) i due si imbatterono in una conca rocciosa profonda un paio di metri. A prima vista niente di insolito, quel terreno d’alta quota sembrava sempre uguale a sé stesso. Rocce accatastate e taglienti disseminate su un fondo irregolare, chiazze di neve e brandelli residui di ghiaccio, a testimonianza del ritiro del ghiacciaio che fino a poco tempo prima occupava il luogo. Eppure sul fondo della conca sembrava spuntare qualcosa. Avvicinandosi rimasero stupefatti nel constatare che si trattasse del corpo di una persona. Il fondo della conca era colmo di ghiaccio e acqua di fusione e proprio dal mezzo di questa massa gelata emergevano il capo, le spalle e parte del torso.

I due tedeschi, avvezzi montanari, subito pensarono che quello che avevano di fronte fosse il corpo di un alpinista finito in un crepaccio tanti anni prima e ora riemerso a causa del forte ritiro del ghiacciaio. Quante storie simili si erano già sentite? Informarono il gestore del vicino Rifugio del Similaun e proseguirono nella loro escursione.
Il custode, trovandosi la capanna in territorio italiano, contattò i carabinieri e condivise la storia raccontata dai coniugi Simon. Aggiunse un particolare precisato dai due: il corpo si trovava oltre confine, in Austria.
Chissà, forse fu un po’ per pigrizia o confidando nella proverbiale precisione teutonica, i carabinieri non approfondirono più di tanto la vicenda. Si fidarono delle poche informazioni disponibili: quelli erano i resti di un alpinista o di un soldato della prima guerra mondiale e si trovavano in territorio austriaco. La faccenda per loro era chiusa, sarebbe stata la gendarmeria d'oltralpe a occuparsene.

Il giorno dopo il ritrovamento, 20 settembre 1991, il maltempo bloccò qualsiasi sviluppo della vicenda. Solo il giorno successivo due montanari passarono per caso dal Tisenjoch. Chiacchierando con il rifugista appresero del ritrovamento e vollero vedere il cadavere con i propri occhi. Il custode, Markus Pirpamer, li accompagnò. Sapeva esattamente dove individuare i resti perché quella mattina li aveva coperti con un telo di plastica.
Uno dei due montanari osservò con estrema attenzione quel corpo ingiallito e lavorato dal tempo. Si soffermò su ogni dettaglio: i brandelli di veste attaccati alla pelle e i contenitori mezzi sepolti nel ghiaccio che affioravano subito accanto alla salma. Qualcosa non tornava. Non sembrava un corpo moderno, bensì qualcosa di molto più antico. Il montanaro espresse i suoi dubbi a Pirpamer, il quale si ricordò di un altro particolare. Accanto al cadavere aveva trovato una strana ascia che mostrò a questa persona tanto interessata. Rheinold Messner, perché è di lui che stiamo parlando, non ebbe più dubbi: il corpo risaliva a un lontano passato. E così Messner e il suo compagno, un altro gigante dell'alpinismo -Hans Kammerlander- furono i primi a intuire che sul fondo della conca rocciosa stava prendendo forma una scoperta importante.

Finalmente il 23 settembre fu possibile liberare il cadavere dal ghiaccio. Il rifugista iniziò a lavorare con il martello pneumatico. Non intuendo la fragilità e il valore di quei resti umani, Pirpamer danneggiò il corpo ma fortunatamente non in modo irreparabile. La salma, rigida e secca come uno stoccafisso, fu sistemata in un sacco e portata prima a Vent e poi a Innsbruck. Nel capoluogo tirolese Rainer Henn, patologo forense, venne incaricato di ispezionare i resti prima di consegnarli alle pompe funebri, che nel frattempo erano già state allertate. La storia sembrava volgere all’epilogo, ma Henn esaminando i resti fece le stesse considerazioni di Messner. Quello non era il corpo di un alpinista morto pochi decenni prima.
Venne così coinvolta l’università di Innsbruck e iniziarono le analisi scientifiche. All’archeologo Konrad Spindler bastò un’occhiata per capire che il reperto aveva diverse migliaia di anni. A confermarlo definitivamente furono i risultati delle datazioni al radiocarbonio, che indicarono un'età superiore ai 5000 anni. Un ritrovamento del genere non si era mai visto prima. Scoppiò il caso mediatico e tanti giornalisti, curiosi e appassionati raggiunsero il Tisenjoch per osservare con i propri occhi il luogo del ritrovamento. Chissà, forse alcuni covavano la segreta speranza di fare scoperte simili a poca distanza.
La storia -per come si sviluppò fino a questo punto- avrebbe dovuto concludersi con la conservazione, lo studio e l’esposizione di Ötzi - il nomignolo dato al corpo (da Ötztal)- in un museo austriaco, magari proprio a Innsbruck. Invece la mummia del Similaun è conservata a Bolzano da tanti anni. Per comprendere il perché di questo finale dobbiamo introdurre un altro protagonista di quei giorni: Silvano Dal Ben.
Dal Ben era un finanziere che conosceva i luoghi della scoperta come le sue tasche. Come membro della Guardia di Finanza, la gestione dei confini era tra le sue mansioni. Inoltre era il comandante di una stazione del soccorso alpino proprio in val Senales. Un dubbio lo colse mentre osservava i vari servizi che andavano in onda su Ötzi: il punto del ritrovamento si trovava davvero in Austria? Per fugare l’incertezza si precipitò al Tisenjoch, individuò il punto preciso e cercò i cippi confinari più vicini. Ne trovò tre. Armato di bindella iniziò a tirare le linee che dovevano definire il confine tra Austria e Italia in quell'area. Il risultato pareva inattaccabile: la mummia era stata trovata in Italia.
Il finanziere informò i superiori. La notizia risalì in poche ore le catene di comando fino ad arrivare ai membri del governo. Iniziarono le trattative con l’Austria: se il corpo era davvero stato rinvenuto in Italia, allora era in Italia che avrebbe dovuto essere conservato e studiato. Per dirimere la questione nel modo più trasparente possibile, i due governi mandarono al Tisenjoch due squadre incaricate di determinare dove passasse il confine rispetto a quella che intanto era diventata la conca rocciosa più celebre delle Alpi. Per via del maltempo la squadra italiana -formata dal personale dell’Istituto Geografico Militare- non riuscì a raggiungere il passo il giorno concordato. Il lavoro venne svolto dalla sola squadra austriaca il 2 ottobre 1991. Gli esperti -lavorando in mo leale e collaborativo- decretarono quanto già Silvano Del Ben aveva osservato: Ötzi era senza ombra di dubbio stato trovato in Italia, a 92 metri e 60 cm dal confine. Ci volle del tempo, ma alla fine la mummia del Similaun tornò in Italia dove da tanti anni è studiata e analizzata in ogni più piccolo dettaglio al Museo Archeologico dell'Alto Adige, a Bolzano.
Non fu soltanto la fretta a causare la confusione iniziale sulla giurisdizione della zona del ritrovamento. C’è un motivo storico per cui il confine nella regione del Tisenjoch segue un andamento di non immediata interpretazione. Dopo la prima guerra mondiale venne stabilito che il confine tra Regno d’Italia e Austria dovesse correre lungo lo spartiacque, la linea naturale che divide il bacino del Po da quello del Danubio. In presenza di creste e dorsali individuare lo spartiacque è immediato. Dove le pendenze sono minime -come nel caso del Tisenjoch- non è invece affatto facile farlo. Minimi errori nelle misurazioni possono portare a spostare il confine di decine di metri. Inoltre, quando nei primi anni 1920 i topografi rilevarono il Tisenjoch per tracciare ufficialmente il confine, il passo era coperto da una spessa coltre di neve che impediva di rilevare l'esatta topografia del luogo. Al netto delle difficoltà, un confine andava comunque individuato. I tecnici ne tracciarono uno non esattamente fedele allo spartiacque. Una manciata di ettari furono quindi assegnati all'Italia sebbene appartenessero al bacino idrografico del Danubio. Se i topografi non avessero trovato tanta neve, Ötzi sarebbe stato con buona probabilità austriaco.













