Gli alberi che hanno viaggiato sulla frana del Vajont, galleggiando sui detriti come velieri (VIDEO). "Mostri vegetali" ancora vivi che invitano a riflettere

Piante dallo sviluppo orizzontale, quasi parallelo al terreno, dal cui fusto partono in direzione del cielo altre piante. Sembra di trovarsi di fronte a un enorme vascello in secca. Un vascello con tanti alberi maestri che aiuta a riflettere sulle politiche, disinteressate alle esigenze del territorio, che hanno provocato la tragedia del 9 ottobre 1963

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Inoltrandosi tra gli alberi nati tra i frantumi del monte Toc si ha la percezione che il bosco sia cresciuto per coprire le cicatrici lasciate da una politica poco lungimirante, ingorda, disinteressata alle esigenze del territorio e di chi lo abita.
Ma quel bosco custodisce anche dei veri e propri monumenti vegetali alla memoria.
Piante dallo sviluppo orizzontale, quasi parallelo al terreno, dal cui fusto partono in direzione del cielo altre piante. Sembra di trovarsi di fronte a un enorme vascello in secca. Un vascello con tanti alberi maestri.
Si tratta della forza della dominanza apicale. L'amico e collega Luigi Torreggiani, con cui sono andato a visitare i "vascelli", mi ha spiegato che si tratta di "un fenomeno fisiologico tipico degli alberi e particolarmente evidente nelle conifere. In pratica, l'apice vegetativo, attraverso dei meccanismi chimico-fisici, inibisce e controlla le gemme laterali delle piante, determinando così quella forma tipica che tutti conosciamo, con una sola punta protesa verso l'alto".
"Queste piante – ha aggiunto – hanno letteralmente viaggiato lungo la frana del monte Toc, in quella maledetta notte, galleggiando sulla frana stessa. Qualche radice è rimasta ancorata al terreno, ma gli alberi erano praticamente coricati, distesi rasoterra. Di conseguenza, a prendere il sopravvento grazie alla dominanza apicale sono stati tutti i rami posti lungo il fusto, che sono diventati simili a dei veri e propri alberi. Questi mostri vegetali così strani, atterrati e rinati da sé stessi, sono oggi dei veri e propri simboli, che ci spingono a riflettere".
Riflettere e al contempo ricordare. Ma perché parlare ancora di Vajont a più di sessant’anni dalla tragedia? Perché continuare a ricordare? La speranza che il ricordo si riveli d'aiuto quando ci troveremo di fronte a scelte che avranno un'influenza sulla comunità, ma anche sui singoli individui.
Ricordare, e nel ricordare provare a capire, crea spessore alla propria coscienza.
Ricordare è il primo passo per non inciampare, maldestramente, su errori già compiuti, come spesso purtroppo accade.
Ricordare è necessario per guardare avanti, per guardare al futuro dei territori, perché, come ha sottolineato Marco Paolini, oggi gli alberi sulla frana crescono dritti.













