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Storia | 29 dicembre 2025 | 06:00

Il muro crollò come se la roccia si fosse scollata dalla montagna: le vittime accertate furono tra le 110 e le 115. Il "piccolo Vajont" che non ricordiamo più

Alle 13:15 del 13 agosto 1935, dopo ore di pioggia torrenziale sull'Appennino ligure-piemontese, la diga secondaria del lago di Ortiglieto cedette all'improvviso. Nel giro di pochi istanti tra 20 e 25 milioni di metri cubi di acqua e fango scesero nella valle dell'Orba. Case sventrate, frazioni cancellate, campi coperti di detriti: la geografia della valle cambiò di colpo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Alle 13:15 del 13 agosto 1935, dopo ore di pioggia torrenziale sull’Appennino ligure-piemontese, la diga secondaria del lago di Ortiglieto cedette all’improvviso: il muro crollò insieme a una fetta di versante, come se la roccia fosse stata scollata dalla montagna a cui era aggrappata. Nel giro di pochi istanti tra 20 e 25 milioni di metri cubi d’acqua e fango scesero nella valle dell’Orba.

 

La piena investì tutto ciò che incontrava: un ostello, la centrale elettrica evacuata per un soffio, ponti ferroviari e stradali, cascine, animali, linee telefoniche. In venti minuti era già a Ovada, con una forza impossibile da contenere. Le vittime accertate furono tra 110 e 115, molte mai ritrovate, trascinate per chilometri. Case sventrate, frazioni cancellate, campi coperti di detriti: la geografia della valle cambiò di colpo.

 

Per capire come si arrivò a quel pomeriggio bisogna tornare al 1926, quando venne ultimata la Diga Principale. Poco dopo si decise di aumentarne la capacità: il coronamento fu alzato di 13 metri per raccogliere più acqua e produrre più energia. Era la logica del tempo: espandere l’invaso e ampliare i margini economici.

 

Quel rialzo, però, creò un punto debole. A poche centinaia di metri, due crinali formavano una conca naturale: la Sella Zerbino. A quella nuova quota il lago sarebbe tracimato proprio lì. La soluzione fu costruire un secondo sbarramento, 110 metri di lunghezza e 14 di altezza, in calcestruzzo, con una certa fretta e con l’idea, poi rivelatasi del tutto sbagliata, che sotto ci fosse "solida roccia".

Le verifiche geologiche furono praticamente assenti. Il terreno sotto la diga era costituito da rocce fratturate, permeabili, incapaci di sostenere una spinta idraulica crescente. Mancavano stazioni pluviometriche, uno degli scaricatori venne limitato perché provocava troppe vibrazioni, le lamentele dei residenti su livelli anomali del torrente finirono nel vuoto ma alla fine si scelse l’efficienza produttiva, non la cautela territoriale.

 

L’estate del 1935 fu siccitosa, il bacino rimase pieno, gli scarichi vennero ridotti. Poi arrivò un nubifragio con oltre 40 centimetri di pioggia in otto ore. La diga principale resse. La secondaria, fondata su un terreno friabile mai studiato davvero, cedette.

 

Il processo non indicò responsabilità. Tutti assolti, l’enorme quantità di pioggia caduta fu definita "evento eccezionale" e non prevedibile. I risarcimenti furono minimi, la memoria si assottigliò. Nel giro di pochi anni Molare venne trattato come un disastro locale, da provincia e finì nel dimenticatoio.

 

Molare non fu un semplice incidente idraulico, e leggerlo così significa smarrirne il senso. Quella tragedia nasce da un’epoca che identificava progresso e redditività, in un’Italia che , allora come oggi, elevava le grandi infrastrutture a simbolo di modernità, quasi un marchio di efficienza nazionale. Come era già accaduto per il Gleno, anche quel 13 agosto racconta un meccanismo riconoscibile: le geologie non ascoltate, i progetti modificati in corsa, le proteste locali ignorate, i numeri adattati per far tornare i conti.

 

Letti insieme, Molare e il Gleno non sono due incidenti distinti ma due pannelli dello stesso dittico: mostrano il modo in cui si costruiva nel Paese, le priorità di chi doveva decidere, l’idea che un territorio possa essere corretto con la matita dell’ingegneria. È in quella cultura, quasi una sceneggiatura già pronta, che si intravedono le premesse del Vajont e di molte altre tragedie ambientali italiane del dopoguerra e oltre.

 

Le fotografie inserite nell'articolo sono di Massimo Maggiolo

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