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Storia | 01 dicembre 2025 | 18:00

La diga che crollò 40 anni prima della tragedia del Vajont portando con sé 365 persone. "Perché abbiamo parzialmente rimosso il dramma del Gleno?"

Il dramma si consumò il 1º dicembre 1923, ma nel caso del Gleno non fu la soprastante montagna a cedere, ma lo sbarramento ad archi multipli. Una riflessione sulla memoria

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Più che una strada, la SS 294 della Val di Scalve ricorda una cengia di alta montagna; piccola pausa orizzontale in un mondo che precipita. Fu scavata nella roccia viva di una forra; un taglio netto e preciso da cui ancora sgorgano, come un’emorragia mai tamponata, migliaia di rivoli d’acqua.

 

La statale fu realizzata nel XIX secolo, per unire l’alta valle (fino ad allora raggiungibile solo dal Passo della Presolana o dal passo del Vivione, con enormi scomodità durante la stagione invernale) alla Val Camonica, importantissima arteria socioeconomica delle Alpi.

 

Percorrere la SS294 è sicuramente un’esperienza funambolica che, tuttavia, non si risolve nella pura e semplice adrenalina: riesce infatti a proiettare i viaggiatori tra le pieghe della memoria; nel ricordo di chi perse la vita a causa del crollo della diga del Gleno.

 

Il dramma si consumò esattamente quarant’anni prima del Vajont, il 1º dicembre 1923, ma nel caso del Gleno non fu la soprastante montagna a cedere, ma lo sbarramento ad archi multipli.

Di quella vicenda aveva scritto - in occasione del centesimo anniversario - un interessante contributo Michele Argenta, sulla pagina Instagram Occhio del Gigiàt. Lo riportiamo qui di seguito:

 

100 anni fa, si consumava la tragedia della diga del Gleno.

 

Sono 40 anni esatti prima del Vajont, eppure del Gleno si sta perdendo la memoria, oggi custodita principalmente dalle vallate bergamasche limitrofe.

La storia della diga coincide con la storia industriale italiana. Finita la prima guerra mondiale, la necessità di sviluppare l'industria e di cercare energia elettrica dentro i confini nazionali, portò all'approvazione di numerosi progetti di invasi idrici sulle Alpi. La diga del Gleno era uno di questi. Costruita "a gravità" per la parte inferiore e "ad archi" per la parte superiore, crollò alle 7:15 di del 1° dicembre 1923.

 

Insieme alla diga, l'acqua portò con sé 365 persone (il numero di morti attuali resta incerto) e i paesi che si affacciavano sulla Val di Scalve, tra cui Bueggio e Dezzo.

 

Ma perché, dopo 100 anni, abbiamo rimosso questa tragedia? La storia è molto simile a quella del Vajont, eppure in questo caso non c'è stato nessun Marco Paolini che riportasse alla memoria le vittime di un'industrializzazione feroce delle Alpi. Non ci fu nessuna Tina Merlin a raccogliere le testimonianza di chi restò e dei montanari. Eppure anche in questo caso il processo che seguì la tragedia portò a condanne miti, quasi sussurrate, con poche conseguenze. L'Italia, almeno da 100 anni, ha scelto di sacrificare dei territori e delle popolazioni per non vedere ostacolati prima la propaganda del regime fascista e poi il grande "miracolo economico" italiano. La memoria è stata indebolita probabilmente perché, in un quadro più ampio, ambiente e persone passano in secondo piano rispetto al benessere economico del Paese.

 

Proprio in questi anni, in cui la politica si interessa sempre più ai risultati industriali che al benessere dei propri cittadini e del proprio territorio, ricordare è importante. Ricordare che anteporre gli interessi di pochi, a discapito dei molti, non ha mai portato ad un benessere generalizzato e che tragedie come il Gleno possono riaccadere se non presidiamo la memoria collettiva.

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