Pioniere della fotografia di montagna: pubblicavano con uno pseudonimo, altrimenti non le avrebbero prese in considerazione

Nella seconda metà del XIX secolo, per le donne non era semplice gestire un’attività commerciale, svolgere un mestiere artigianale o dedicarsi all’alpinismo. Anche la fotografia, forse per la “pericolosità” dei processi chimici e per il peso dell’attrezzatura, era ritenuta inadatta alle donne. È con questi presupposti che la mostra “Le pioniere della fotografia di montagna”, visibile al Lumen a Plan de Corones fino al 21 aprile 2025, intreccia storie di donne con quella della montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nella seconda metà del XIX secolo, per le donne non era semplice gestire un’attività commerciale, svolgere un mestiere artigianale o dedicarsi all’alpinismo. Anche la fotografia, forse per la “pericolosità” dei processi chimici e per il peso dell’attrezzatura, era ritenuta inadatta alle donne. È con questi presupposti che la mostra Le pioniere della fotografia di montagna, visibile al Lumen a Plan de Corones fino al 21 aprile 2025, intreccia storie di donne con quella della montagna, dando voce a destini sconosciuti, troppo spesso invisibili; vissuti che hanno tentato di sovvertire - nel loro piccolo - l’ordine delle cose in un mondo prettamente maschile, incapace di riconoscere le loro capacità.

La mostra temporanea è dedicata a quattro donne che hanno sfidato le convenzioni e i pregiudizi dell’epoca, per inseguire la passione per la fotografia di alta montagna e per l’alpinismo. Tra queste troviamo Elizabeth Whitshed Main - straordinaria fotografa, alpinista e “fondatrice” dell’alpinismo invernale in generale e del turismo invernale in Engadina, in Svizzera - insieme a Annie Smith Peck, Una May Cameron e Gertrude Bell.

Agli inizi della storia dell’alpinismo e della fotografia di montagna, le alpiniste e le fotografe erano soprattutto donne intraprendenti, economicamente indipendenti e provenienti da famiglie dell’alta borghesia o della nobiltà. Solo attraverso il proprio status e l’indipendenza economica acquisita di nascita avevano infatti la libertà di poter decidere per sé. Nonostante ciò, spesso pubblicavano le fotografie delle loro esperienze alpine utilizzando uno pseudonimo, come il nome del loro marito, dato che altrimenti non sarebbero nemmeno state prese in considerazione a causa di pregiudizi ancora fortemente radicati nella società. Molte fotografe lavoravano proprio nei laboratori fotografici dei loro mariti, come Martha Attinger a Neuchâtel, Svizzera, Hanni Berhard o Rose Marie Schudel-Ingold, lasciando poche tracce di sé, se non per qualche annuncio sulla loro attività pubblicato sui giornali locali.

La prima fotografa di montagna nota fu Franziska Möllinger (1817-1880) di Treviri, che nel 1836 si trasferì con la famiglia a Soletta. Già nel 1844 realizzò dagherrotipi dell’Oberland Bernese e li commercializzò come litografie. Una delle prime fotografe di montagna in grado di competere sia sul piano alpinistico che su quello artistico con Vittorio Sella, fu la Baronessa Giulia de Rolland (1842-1929) che nel 1893 si aggiudicò una medaglia di bronzo all’esposizione di fotografie di montagna a cui partecipò anche Vittorio Sella (medaglia d’oro) e che venne citata nelle pubblicazioni del CAI. Le sue fotografie sono purtroppo andate perdute. Molte delle prime alpiniste, tra cui Amelia Edwards (1873: “Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys”), Elizabeth Fox Tuckett (1871: “Zigzagging amongst Dolomites”) e Hermine Tauscher-Geduly (1843-1923) illustrarono i dettagliati resoconti dei loro tour alpinistici con fotografie che scattarono personalmente.
LE PIONIERE DELLA FOTOGRAFIA DI MONTAGNA
16/03/2025–21/04/2025
A cura di Richard Piock (TAP - Süd)
Mostra in cooperazione con Soroptimist Club Pustertal e TAP - Süd













