Storia di un segreto protratto per decenni e dell’inconsapevolezza di un figlio nei confronti di sua madre: una tra le più forti alpiniste della prima parte del Novecento

"La protagonista di queste pagine è Ninì Pietrasanta, nata nel 1909 da una famiglia dell’alta borghesia milanese. Ninì è bella, energica, piena di vita e un po’ matta. Fin da giovane frequenta il Monte Bianco". In occasione dell'8 marzo, proponiamo la lettura per intero del racconto di Marco Albino Ferrari che ci accompagna nel solco biografico di Ninì Pietrasanta, tratto dal libro Nel Castello delle Storie (Hoepli editore)

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In occasione dell'8 marzo, proponiamo la lettura per intero del racconto di Marco Albino Ferrari che ci accompagna nel solco biografico di Ninì Pietrasanta, tratto dal libro Nel Castello delle Storie (Hoepli editore).
Dall’antifascismo
«Resto sola a fissare il lento scorrere delle corde»
In un celebre passaggio dell’Odissea, quando il destino è ancora ben al di là dal compiersi, Omero fa pronunciare a Telemaco una frase cruciale che ancor oggi ci porta a riflettere: «Nessuno da solo conosce la sua nascita». Vale a dire: noi non conosceremo i nostri genitori se non attraverso il loro racconto, e comunque saranno per noi sempre più misteriosi di quanto noi riusciremmo a esserlo ai loro occhi. Loro ci hanno visto nascere, ci hanno presentati al mondo. Noi, invece, abbiamo visto in quei due adulti un modello, da loro stessi sostenuto e promosso, al quale aderire. Chi sono dunque nostra madre e nostro padre? E, in particolare, chi sono stati prima che noi nascessimo?
L’amara ammissione di Telemaco risulta particolarmente calzante nella storia in cui stiamo per entrare. È la storia di un segreto protratto per decenni, e dell’inconsapevolezza da parte di un figlio nei confronti di sua madre. E che madre! Una tra le più forti alpiniste della prima parte del Novecento, al pari di Mary Varale e Paula Viesinger.
La protagonista di queste pagine è Ninì Pietrasanta, nata nel 1909 da una famiglia dell’alta borghesia milanese. Ninì è bella, energica, piena di vita e un po’ matta. Fin da giovane frequenta il Monte Bianco: come molte “famiglie bene” degli anni tra le due guerre, anche la sua vede nelle scalate e nella frequentazione dei rifugi alpini una forma di educazione al rigore, alla fatica, alla sobrietà… tutte esperienze che torneranno utili poi nella vita. Eppure – a proposito di quanto poco noi sappiamo a volte dei nostri genitori –, di tutto questo mondo di scalate e alte montagne suo figlio Lorenzo non saprà nulla per lunghi anni. Tutto tenuto segreto.
Oggi, grazie al ritrovamento dei suoi vecchi album, la possiamo rivedere negli anni felici in montagna grazie a un gran numero di fotografie in bianco e nero. Ninì si aggira sempre con una macchina fotografica al collo e, spesso, tira fuori dallo zaino persino una cinepresa in sedici millimetri, tra le prime ad essere portate in parete. Dunque, si sono ritrovati anche quei filmini muti, che ritraggono la sua figurina sgranata, o quella dei suoi compagni di alpinismo, nell’atto dinamico di arrampicare. In una particolare foto scattata in quegli anni, Ninì appare nella sua essenza. Sta passeggiando in Val Veny, di fronte alla seraccata della Brenva: è vestita da signorina borghese, un abito scuro le arriva fin sotto le ginocchia, e nella mano sinistra tiene un paio di scarponi con la suola chiodata: è la sintesi di ciò che esprime.
Il viso tondo e gli occhi grandi, qui socchiusi per la luce violenta. Quando non è la stagione dello sci e neppure quella delle scalate, Ninì si diverte a fare niente meno che sci nautico a Milano.
«Sono stata tra i primissimi a possedere un’automobile», racconterà ormai novantenne, «era la piccolissima Balilla a tre marce. Non ci permetteva di fare granché. Però, con lei abbiamo tenuto a battesimo lo sci d’acqua a Milano: lo facevamo lungo il Naviglio, attaccati con una corda alla Balilla che correva sulla strada accanto. Solo molti anni dopo mi sono resa conto di quanto straordinario fosse quel tipo di vita».
In effetti, Ninì vive un’esperienza «straordinaria» per sei anni accanto a Gabriele Boccalatte, anche lui tra i più forti alpinisti dell’epoca. Insieme, Gabriele e Ninì formano una cordata che apre numerose vie di estrema difficoltà sulle guglie del Bianco. Sulle carte 1:50.000, oggi appare una guglia sul versante francese che porta la traccia del loro passaggio, è scritto Point Ninì.
La loro è una di quelle storie di amore e morte, cariche di un romanticismo che li porta ad alternare gli agi dei salotti cittadini alle notti appesi in parete, con i piedi penzolanti nel vuoto, magari tremando sotto un temporale, in attesa di ripartire il giorno dopo verso l’alto. Sono disposti a rischiare la vita pur di non rinunciare a una “prima”. Vite nutrite di sogni, in un mondo a due dimensioni: le scalate e l’amore.
Diplomatosi al conservatorio di Torino, Boccalatte è avviato alla carriera concertistica, e quando qualcuno gli chiede se l’arrampicata su roccia non rappresenti una minaccia all’agilità delle dita, lui risponde che «no, la roccia non fa affatto male alle mani dei pianisti. Anzi! Molto peggio è afferrare la racchetta da tennis, o il remo, o le bocce», come ha riferito l’accademico del Cai e celebre critico musicale Massimo Mila. Figlio di pittori, e accudito dalla nonna, Boccalatte porta lunghi boccoli che gli cadono sulla fronte. È piccolo di statura, ma ben proporzionato, arrampica con grazia da ballerino e il suo terreno preferito è la roccia, soprattutto il granito del Bianco. Si diverte a incantare i curiosi mentre prova passaggi estremi sul masso erratico chiamato Sasso Preuss, dal nome del grande scalatore austriaco morto nel 1913 (fino a pochi anni fa quella grande roccia a forma di pera si ergeva al centro di prati de La Saxe, sopra Courmayeur, oggi purtroppo è stata inglobata in un orrendo condominio chiamato “Maison Prois”, omaggiando l’alpinista austriaco, ma storpiandone il nome).
Ad ogni estate, dopo mesi di attesa, Ninì e Gabriele giungono a Courmayeur dove alloggiano sempre nella solita pensione a conduzione famigliare, dai prezzi modici e frequentata da altri alpinisti pronti a partire con il tempo buono. Ma solo dopo un primo periodo di adattamento per abituare le gambe e “oliare le ginocchia” (così si diceva), viene aperta ufficialmente la così detta campagna estiva. Una vita nomade, sempre in alta quota, coprendo chilometri di sentieri: a volte dormono nei bivacchi incustoditi, minuscole costruzioni a semi botte, simili a stive di navi con le pareti interne di legno incise dal coltello dagli avventori. Le loro dimore preferite sono però i rifugi, luoghi sicuri dove trovare riparo e un pasto frugale. I gestori che governano l’ambiente con piglio deciso sono preziosi informatori sulle condizioni della montagna, su chi in quel momento si trova in parete, su chi è passato nei giorni precedenti e dove era diretto. Ed essendo veri e propri crocevia obbligati per chi è a caccia di prime salite, i rifugi diventano, a iniziare dagli anni Trenta, avamposti di un’umanità ristretta e internazionale, luoghi di incontro di nomi famosi. In quelle tane d’alta quota, tutti conoscono Ninì e Gabriele.
La loro storia d’amore inizia dalle parti del rifugio Leschaux, la piccola capanna di legno sotto la Nord delle Grandes Jorasses. Nel diario di Gabriele, alla data 17 luglio 1932, si legge: «Tempo brutto. Andiamo tutti sulle prime rocce della Pierre Joseph, per fare qualche passaggio di allenamento. Mentre sto superando un passaggio, si stacca un appiglio che avevo preso con una mano. Zanetti mi tiene. Dopo una lunga sosta ridiscendiamo al rifugio. Sono ferito al capo. Non essendoci il necessario per la disinfezione della ferita, scendo a Montenvers con Gervasutti, alla ricerca di un dottore. Sono leggermente stordito. Trovo invece la signorina Pietrasanta, infermiera, che subito mi fa salire in camera sua e mi disinfetta molto bene le ferite. Mi sento un po’ meglio ma mi corico subito».
«Quel giorno ero al Montenvers», ricorderà Ninì, «lui è arrivato e mi ha chiesto di medicarlo. Io gli fasciavo la testa, e intanto gli accarezzavo i capelli, perché mi piaceva, quel ragazzo. Dopo volle tornare al Leschaux. Lo accompagnai. Ricordo che ci siamo fermati sotto un grande masso, e lui mi parlava del suo pianoforte e io di casa mia. Poi abbiamo proseguito verso il rifugio, sempre raccontandocela».
Si sposeranno quattro anni dopo, ormai intrappolati in una vita tutta dedicata alle pareti più vertiginose, sulle quali innalzeranno la posta in gioco fino ai limiti estremi, come accadrà nell’agosto del 1935, quando rischieranno di non tornare mai più nel regno dei vivi.

La parete ovest dell’Aiguille Noire du Peutérey è un muro di roccia impressionante, alto 650 metri, che oppone passaggi di VI grado superiore. Negli anni Trenta quella difficoltà era considerata il limite delle possibilità umane. Tentare di forzare i passaggi e tracciare una via diretta lungo quella parete è l’obiettivo delle cordate più forti in circolazione, italiani, francesi, svizzeri, austriaci, tedeschi. E tra i candidati alla vittoria ci sono anche Ninì e Gabriele.
Li vediamo lasciare a piedi Courmayeur piegati sotto il peso dei loro zaini, salire sulla mulattiera della Val Veny e poi deviare a destra, verso la Capanna Gamba, minuscola casetta in legno gestita dal rifugista Aldo Ollier e da sua moglie Adelina. Arrivati sul fare della sera, Ninì e Gabriele si siedono sul prato che circonda la capanna e con i binocoli iniziano subito a passare la parete metro dopo metro.
«Non avevo mai visto di fronte la parete che andavamo a tentare» scrive Ninì in un articolo che pubblica sulla stampa del Cai. «Solo ora mi si delineava dinanzi, si ergeva, muta sfinge dai mille segreti, si offriva allo sguardo che la cercava in tutta la sua maestosa e rude nudità. Due sono i punti che maggiormente preoccupano: l’attacco e l’uscita sulla parte alta della parete; quello, levigato dal secolare lavorio del ghiacciaio; questa, ostile per i suoi gialli strapiombi».
L’indomani, l’obiettivo della giornata è “assaggiare” la roccia, spingersi più in alto possibile per perlustrare la parete e capirne i dettagli, prima di tentare l’attacco decisivo, in programma per i giorni successivi. Attraversato il Ghiaccio del Frêney, si tolgono i ramponi, i pesanti scarponi chiodati e si infilano le pedule per arrampicare: Gabriele ne ha di due tipi, con la suola manchon e quelle di para.
«Con in cuore la febbre di vedere, di provare, di predisporci all’attacco» partono decisi. Le difficoltà si confermano di VI grado, specie nel superamento del lungo “camino”, che li costringe ad infilarsi tra le pieghe della roccia. Strapiombi, placche, fessure, ancora camini. E giunge l’ora del pomeriggio che impone il ritorno al rifugio, calandosi lungo le corde lanciate nel vuoto.
Dopo un giorno di riposo, passato con gli occhi puntati sulla parete, all’una di notte del venticinque luglio i due innamorati sono già pronti per partire con le lanterne in mano. Arrivati alla base, attaccano la parete facilitati dalla perlustrazione di due giorni prima. Ora però, a gravare la salita ci sono i pesanti zaini con il materiale da bivacco, le provviste e tutto il necessario per resistere appesi per più giorni. Sono decisi, determinati, pronti a tutto. Ed è proprio la loro determinazione che li salverà dal dramma che stanno per vivere.
«Ogni tanto il mio compagno scompare al di sopra di qualche strapiombo, e io resto sola a fissare il lento scorrere delle corde e ad ascoltare il suono delle martellate sui chiodi, or sordo e cupo nella roccia infida, ora argentino e squillante» racconta Ninì. «Ad un tratto, mentre dopo una difficilissima paretina verticale, Gabriele sta forzando uno degli strapiombi che sbarrano la fessura, un precipitar di macigni mi fa sussultare. Ne chiedo con ansia la ragione: mentre il mio compagno mal sicuro nell’appoggio dei piedi s’affidava con le mani ad un magnifico appiglio, questo s’era improvvisamente staccato. Un attimo pauroso, ed egli s’era, in uno sforzo energico, ancorato con un gomito nel fondo della fessura».
Si può proseguire, stando attentissimi ad ogni movimento: la roccia non è particolarmente salda, e le cadute di sassi sono in agguato.
Intorno a mezzogiorno si trovano già alti sulla parete. Sanno di avere davanti a loro almeno sette ore di luce, possono permettersi una breve sosta e mangiare qualche cosa seduti su un terrazzino. Il vuoto sotto di loro è pauroso, il rifugio un puntino appena visibile oltre il ghiacciaio. Ed è in quel momento che, guardandosi intorno, notano dei nuvoloni addensarsi intorno alla cima del Bianco.
Brutto segno. Il tempo può guastarsi rapidamente, le nuvole inghiottirli nel giro di pochi minuti.
Gabriele riparte di slancio, su una sezione di arrampicata che pare difficile, ma non si può mai essere certi di cosa possa trovare lo scalatore sotto una roccia mai salita da nessuno.
Ninì fila la corda e osserva il suo compagno salire dal basso e diventare sempre più piccolo nella verticalità della parete. Ma «nello scorrere di pochi minuti, senza che ce ne rendiamo ragione, siamo investiti da una folata di vento violentissimo, seguito subito da un denso nevischio, che, picchiettando contro la roccia, aumenta continuamente d’intensità».
In breve si alza l’uragano. Grandine, neve ghiacciata, fulmini che accendono a intermittenza il cielo divenuto nero. È l’inferno. E non può esserci momento meno opportuno: Gabriele si trova in bilico sui piedi senza essere assicurato al chiodo. I due si sentono a malapena urlando nel vento. Ma devono resistere fin quando il vento inizia a calare. Gabriele estrae un chiodo dal moschettone, lo infila in una fessura e inizia a lavorare con il martello. Sente i colpi sempre più sordi e secchi, segno che il chiodo non vibra più ed è ormai conficcato fino in fondo. «Cordaaa» urla allora l’ordine alla sua compagna.
E Ninì, da sotto, gli fila un metro utile affinché il suo primo si assicuri facendo passare la corda nel moschettone.
Ora, finalmente, può attrezzare la calata e scendere da lei.
La parete è in condizioni pietose, carica di neve e molto cambiata da come l’avevano trovata in salita. «Dobbiamo resistere» urlano per farsi sentire nel vento e tra i fulmini che scoccano tutt’intorno.
Bisogna raggiungere un terrazzino calandosi lungo la corda irrigidita dal gelo, tra le nebbie che si addensano e si diradano impazzite tra le raffiche. Gabriele, al fondo di una calata, trova finalmente una piccola porzione orizzontale, un metro quadrato, niente più. Decidono di passare la notte lì, non c’è alternativa.
Ma non possono neppure appoggiare la schiena perché sono alla base di un diedro, da cui precipita una cascata di acqua. Hanno gli abiti fradici. E iniziano a impegnarsi a rimanere svegli. Tutte le energie per sopportare i brividi e non abbandonarsi alla morte bianca.
«Sono paralizzata dal terrore, col corpo in preda ai sussulti del freddo e del bagnato… La situazione si fa disperata, abbiamo l’impressione di non poterci salvare. Pure, richiamando tutte le energie necessarie e la calma che s’impone nelle ore del rischio... Momenti di angoscia che ricorderò a lungo».
Il giorno dopo, ai limiti della sopravvivenza, riusciranno a inanellare la serie di calate che li porterà alla base della parete e da lì troveranno le ultime forze necessarie ad attraversare il ghiacciaio fino al rifugio. Infine, caleranno a valle, contenti di essere ancora in vita.
Sarà nei giorni seguenti a Courmayeur che li raggiungono voci preoccupanti: pare si stiano muovendo alcuni pretendenti alla parete, forse tedeschi, forse austriaci. Non c’è tempo da perdere. Tutti i supplizi appena superati sono già dimenticati. Si riparte: Gabriele e Ninì salgono immediatamente alla Capanna Gamba, dove, sorpresa, scoprono che nel frattempo i due fantomatici e minacciosi austriaci sono morti precipitando sul Ghiacciaio del Frêney. Sì, morti!
«Ma ormai siamo in ballo» si dicono. Non resta che tentare di nuovo.
Il primo agosto ritroviamo Ninì e Gabriele alla base della parete, che di slancio salgono lungo la via che già conoscono. Tutto, questa volta, sembra andare per il meglio. E mentre passano nei luoghi dove pochi giorni prima avevano rischiato di andarsene nel vento, nelle loro menti c’è spazio solo per la salita: salire, rapidi, il più velocemente possibile, per evitare di essere colti ancora dalla bufera.
Si trovano ormai a buon punto quando, puntando lo sguardo su un quadratino di neve posto accanto alla Capanna Gamba, riescono a scorgere un puntino che si muove. È il custode Ollier. Li aveva avvertiti che si sarebbe messo in piedi sul nevaio, se li avesse visti con il binocolo. Sì, Ollier è laggiù. Gridano a squarcia gola. Si mettono le mani ai lati della bocca e ancora gridano insieme. L’eco delle loro voci rimbalza tra le rocce. Mentre mille metri più in basso, il puntino nero si agita camminando in cerchio sulla neve.
Arriveranno in cima seguiti da un piccolo pubblico che si è appostato nei pressi della capanna seguendoli con il binocolo. E la parete Ovest sarà loro.
Due anni dopo, Boccalatte e Ninì (che all’epoca era incinta all’ottavo mese) vengono premiati con la medaglia d’oro per la loro salita della Ovest dell’Aiguille Noire direttamente dalle mani del Duce. La cerimonia si svolge in Piazza di Siena, a Roma, sotto il sole di luglio, e davanti allo schieramento di gerarchi vestiti di nero. Ma dell’ambito riconoscimento la coppia non se ne fa nulla. Tornati a casa, la medaglia finisce dimenticata nel fondo di un cassetto.
All’epoca il regime tenta di sovrapporsi all’immagine dei sestogradisti, considerati portatori di valori di ardimento, sprezzo del pericolo, campioni di una razza superiore. Pochissimi ci cascano. L’alpinista è prima di tutto uno spirito libero, che non ama divise, gerarchie, culti del capo. La retorica patriottica della guerra è distantissima da chi si rifugia nei silenzi dell’alta quota, condividendo la stessa passione tra un gruppo ristretto di simili. La lotta è già vissuta in chiave tutta individuale per raggiungere una meta inutile, autodeterminata, fuori dal tempo e della storia. Come può un alpinista sentirsi a proprio agio marciando confuso tra altre mille facce anonime verso un destino che non si è scelto?
Così come molti loro amici alpinisti (Gervasutti, Castiglioni, Cassin), anche Ninì e Gabriele dicono apertamente ai loro amici fidati di non dare peso a quei tipi di premi: li accettano per potere continuare a scalare e non rischiare di finire al confino. È solo una messa in scena. «Ora ho anche la seccatura della medaglia che mi tocca accettare per non offendere chi me l’ha assegnata», scrivere per esempio Castiglioni, «credendo di farmi piacere e mi toccherà andare alla cerimonia in mio onore e pigliar le congratulazioni per le mie ascensioni». Al momento della scelta dopo l’otto settembre, quasi nessuno degli alpinisti premiati dal Regime vestirà la camicia nera della Repubblica sociale, e quasi tutti saliranno in montagna, nel loro ambiente, tra i partigiani.
La tragedia capiterà due estati dopo la salita dell’Aiguille Noire, il 24 agosto 1938.
Ninì è rimasta ad attendere il marito in valle accudendo il loro piccolo Lorenzo (“Pupettino”) nato da poco, mentre Gabriele tenta una prima sull’Aiguille de Triolet insieme all’amico Mario Piolti. Gabriele e Mario vengono travolti da una scarica di sassi e muoiono sul colpo (oggi a loro è dedicato il rifugio Boccalatte-Piolti sul versante meridionale delle Grandes Jorassess). La notizia arriva alla giovane madre come una frustata: è in piedi, sotto il sole di Courmayeur, con in braccio il figlioletto.
Da quel momento – e come darle torto? – la ragazza milanese decide di chiudere con la montagna. Ma, vincendo lo strazio, trova la forza di ricomporre e dare alle stampe i diari di suo marito. Escono con il titolo Piccole e grandi ore alpine e formano uno dei libri di alpinismo tra i più commoventi della storia di questo genere letterario. In quelle pagine intrise di luce romantica si parla di amore e di lunghe estati in quota. Poi, però, Ninì cambia atteggiamento nella gestione dell’ingombrante memoria che la insegue. Non vuole correre il rischio che anche il figlio, emulando una figura mitica, rimanga contagiato dall’alta montagna. Decide di tenere il più possibile celata ogni informazione che lo porti a quegli anni. Niente deve sapere il suo bambino.
Così, come Telemaco, Lorenzo Boccalatte non conosce chi è stato veramente suo padre se non in età adulta. È solo oltre mezzo secolo più tardi che fa la scoperta. Sua madre è morta novantenne, nel 2000, e tra i suoi oggetti più intimi il figlio trova un vecchio scatolone con dentro gli album di fotografie e i famosi filmini di sedici millimetri girati tanti anni prima. Consegna lo scatolone al regista Gigi Giustiniani, che costruisce un film di montaggio struggente. Lo intitola Ninì. E nel 2015, con Ninì, vince la sessantatreesima edizione del Trento Film Festival, il più importante concorso internazionale di cinema di montagna.












