Dai kebab agli hotel: ancora oggi sulle insegne di molte attività si legge il nome della montagna che unì l'Italia dopo il trauma della guerra

In molti oggetti d’uso comune è scritta la storia della spedizione italiana al K2 del 1954. Il suo successo andò molto oltre l'impresa alpinistica e si trasformò in un vero e proprio evento nazionale, capace di generare un clamore mediatico e simbolico senza precedenti nell’Italia del dopoguerra. Con una curiosa preponderanza nella riviera adriatica, tantissime attività portano tutt’ora il nome "K2": una prima forma di brandizzazione nata in tributo a quel traguardo epocale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Non era passato ancora un decennio dalla fine del secondo conflitto globale, da cui l'Italia era uscita sconfitta ed estremamente provata. Era ancora un paese preso dalle difficoltà post-belliche, molto povero, dove buona parte della popolazione viveva sotto la soglia della povertà. Alcune imprese, che avevano saputo inserirsi in mercati favoriti dalla guerra, si erano arricchite, ma la maggior parte erano ancora molto indietro rispetto ai mercati esteri. Il boom economico, che sarebbe iniziato di lì a poco, non aveva ancora iniziato a manifestare il suo potenziale propulsivo per l’economia.
Il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli raggiunsero la vetta del K2, la seconda montagna più alta della Terra e considerata allora – e in parte ancora oggi – una delle più difficili e pericolose da salire. Era la prima volta che una spedizione italiana, e una spedizione in assoluto, conquistava quella cima. Dal punto di vista alpinistico si trattava di un risultato enorme: il K2 era rimasto inviolato nonostante numerosi tentativi falliti, spesso drammatici, da parte di spedizioni internazionali. Era stata un’impresa di portata enorme, iniziata nel marzo ’54, dopo una lunghissima progettazione da parte di Ardito Desio, che ne era al comando. Egli aveva selezionato gli alpinisti e operatori più valenti da ogni parte d’Italia, che fossero capaci di fare squadra in vista dell’unico obiettivo: la conquista italiana della seconda montagna della Terra.

Il clamore enorme che ne seguì sul suolo nazionale (e non solo), però, non si può spiegare con la sola impresa sportiva. Erano anni in cui la conflittualità e la competizione tra le nazioni del mondo si erano spostate dalla prospettiva bellica alla dimensione verticale. Rimanevano da conquistare le cime più alte del mondo e sarà lì che, fino alla metà degli anni 60, si concentrerà la competizione internazionale. Prima fu l’Annapurna, conquistato da due francesi nel 1950. Quindi L'Everest e il Nanga Parbat nel ‘53, rispettivamente dalla bandiera britannica di Hillary e quella austriaca di Hermann Buhl.
Il K2 fu il quarto, ma anche il più difficile. Allora si capì davvero che ogni vetta sarebbe stata raggiungibile dall’uomo. A metà degli anni 60 gli Ottomila erano tutti conquistati e così la sfida si sposterà nella rincorsa allo spazio e al raggiungimento di altri pianeti.
In questo contesto, la vittoria sul K2 venne percepita come una sorta di riscatto collettivo, un momento in cui l’Italia tornava improvvisamente a sentirsi protagonista sulla scena internazionale. È il segno di una febbre nazionale, paragonabile, per intensità emotiva, a una grande vittoria sportiva. Paradossalmente, nello stesso anno l’Italia era stata eliminata dai Mondiali di calcio senza superare le qualificazioni: il K2 colmò quel vuoto simbolico.
Ci aiuta a ricostruire i tratti di questa epopea il giornalista Leonardo Bizzaro. Grandissimo appassionato di montagna, Bizzaro è stato responsabile delle pagine di cultura e spettacolo di Repubblica e collaboratore di Rivista della Montagna e Alp. Per molti anni ha fatto parte del direttivo del Trento Film Festival e ha pubbicato diversi libri sul mondo dell’alpinismo.
In realtà, spiega Leonardo Bizzaro, l’impresa fu piuttosto trascurata dalle istituzioni del nostro paese. "A livello ufficiale, la salita su K2 venne tenuta abbastanza in sordina, a causa soprattutto delle numerose polemiche, tra le quali quella di Bonatti è solo una delle tante, non la più importante".
Un aneddoto curioso, utile a dare un’idea di questo disinteresse politico, ci è offerto da un oggetto d’uso comune. "Si pensi che in Italia, non fu stampato nemmeno un francobollo dopo la conquista della vetta. Questo perché i bozzetti dei francobolli che erano stati realizzati da Poste Italiane non erano piaciuti ad Ardito Desio, quindi furono bocciati e non ne sono mai stati fatti fino al 2004. Nel frattempo tante altre nazioni, compreso il Togo, hanno prodotto francobolli sulla salita italiana del 1954, l'Italia no".
Secondo la ricostruzione dello storico, questo è abbastanza significativo del fatto che - a parte la soddisfazione in Parlamento di De Gasperi, che aveva seguito personalmente tutta la vicenda a partire dalla richiesta dei permessi per la spedizione - il vero successo si giocò sul piano popolare. La salita del K2 divenne un simbolo condiviso, qualcosa che parlava a tutti, anche a chi non aveva alcun interesse per l’alpinismo.

"Ricordo la storia di queste due sorelle proprietarie della pensione Pineta di Igea Marittima, che stavano ristrutturando la pensione per farlo diventare un alberghetto un po' più grande. Sentendo alla radio la notizia della salita del K2, le sorelle decidono all'impronta di chiamare ‘Hotel K2’ il loro albergo, che tutt’oggi porta quel nome".
Come questa storia ce ne sono mille altre, spiega Bizzaro, che nella sua ricerca di attività registrate a quel nome ne ha contate oltre trecento. "Nella periferia di Cremona c’è un bar K2 di proprietà di cinesi, il che, essendoci un versante cinese del K2, può quasi avere un senso [ride ndr]. Ma ci sono autolavaggi, lavanderie, gelaterie, [perfino kebab aggiungiamo noi n.d.r.] e poi tantissimi alberghi e ristoranti con lo stesso nome. Se ne trovano (e non si capisce il perché) soprattutto sulla riviera Adriatica: ci saranno almeno 50 tra alberghi e ristoranti K2".
Quella che ci racconta Bizzaro è stata una vera e propria ubriacatura nazionale, che per certi versi continua tutt’oggi. Questo è ancor più sorprendente se si considera che, sul piano istituzionale e mediatico della neonata Repubblica, dopo la vetta le voci rimangono delle più timide. Il 3 gennaio del 1954, con le prime trasmissioni regolari della Rai, era nata la televisione in Italia. A volerlo, ci sarebbe stato tutto il tempo per maturare e avere dei servizi dal Pakistan per raccontare la spedizione partita nel marzo, e invece niente, in tv nemmeno un appello all’impresa.

Il rapporto con i media, spiega lo storico, fu particolare. "Nonostante ci fosse teoricamente il tempo per seguire l’impresa, non venne realizzato alcun programma televisivo dedicato. Le immagini erano infatti sottoposte a embargo: un accordo esclusivo legava il materiale fotografico e cinematografico al Corriere della Sera e alla rivista Epoca. Le riprese, prodotte sul campo da Mario Fantin, erano destinate a un film ufficiale e non potevano essere utilizzate dalla Rai".
A raccontare davvero il K2 furono quindi soprattutto la stampa e i cinegiornali. La Settimana Incom, il notiziario cinematografico proiettato nelle sale prima dei film, seguì la spedizione fin dalla partenza, con servizi settimanali che accompagnarono il pubblico per mesi. Epoca dedicò ben sette copertine al K2, contribuendo a creare un immaginario visivo potentissimo: i volti degli alpinisti, i portatori, l’ambiente himalayano, tutto appariva nuovo, esotico e affascinante agli occhi degli italiani.
Dopo la vetta, i grandi inviati dei quotidiani italiani - da Dino Buzzati a Paolo Monelli - riversarono sulla spedizione una quantità enorme di retorica, ma anche di entusiasmo sincero. Il K2 diventò il racconto di un’Italia che, per la prima volta dopo la guerra, si sentiva "in prima pagina" nel mondo. Non più solo un Paese sconfitto o assistito (erano gli anni del cosiddetto Piano Marshall), ma capace di organizzazione, competenza tecnica, coraggio e visione.

Questo successo ebbe anche una dimensione industriale e tecnologica spesso dimenticata. Molte aziende italiane fornirono materiali all’avanguardia in tempi rapidissimi: dalle bombole di ossigeno alle suole Vibram, che vennero utilizzate per la prima volta in una spedizione himalayana con risultati nettamente superiori a quelli visti sull’Everest solo l’anno prima. La spedizione mostrò che l’industria italiana era in grado di produrre innovazione di altissimo livello, anticipando quello che sarebbe stato il miracolo economico. E forse, in qualche modo, anche il moderno marketing dei "brand".
Più su parlavamo di francobolli: ecco, l’oggettistica di allora e degli anni a venire può raccontare la Storia da un’angolatura collaterale e talvolta inedita. Ne abbiamo parlato con Daniela Berta, direttrice del Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi. Oltre alla mostra permanente, il Museo nel 2024 ha aperto, in occasione dei settant'anni della spedizione, una mostra temporanea: "abbiamo esposto tutta una serie di materiali che hanno dato forma alla spedizione nell’immaginario degli italiani".
"Oltre ai materiali a servizio della spedizione, come appunto le tute, gli scarponi e le bombole, ci furono anche una serie di oggetti prodotti a seguito della conquista della cima, venduti nella grande distribuzione: giochi da tavolo, riviste a fumetti, figurine e altro".



Si dimentica talvolta il ruolo di questi "reperti minori", che pure hanno contribuito attivamente a trasmettere trasversalmente l'importanza di questa impresa, a tutti gli effetti nazionale, tra tutti gli strati della popolazione. Sono quegli oggetti - precisa Daniela Berta - che dal punto di vista archivistico e museale si chiamano "effemera". "Oggetti come lamette da barba, fiammiferi o adesivi, che non erano immaginati per avere una vita lunga, e che però sono arrivate fino a noi, e ci raccontano davvero diversi aspetti anche sorprendenti di questa grande storia".
In tempi di mancate qualificazioni ai Mondiali e di Olimpiadi che aspirano a sostituirli come elemento di coesione nazionale, il K2 rimane nel nostro immaginario talvolta anche come substrato, come un nome che sente come familiare anche chi è nato molti anni più tardi, senza conoscerne la storia. "La montagna degli italiani" la chiamò qualcuno.
Nonostante tutto questo, col tempo la spedizione del 1954 è stata in parte destituita del suo ruolo fondativo. Con piglio riflessivo, Bizzaro fa notare che nessuno studio sociologico si è mai speso a ricostruirne il ruolo nella ripresa italiana degli anni che lo succedettero. "Nei saggi sul miracolo economico italiano viene raramente citato, eppure fu uno dei primi momenti in cui l’Italia rialzò la testa, sentendosi di nuovo un Paese unito, capace di guardare oltre i propri confini e di raccontarsi una storia positiva".













