Malattie rare tra le tribù primitive, palchi di cervo come picconi e cinghiale arrostito come pasto funebre. La Grotta della Monaca racconta la nostra specie prima della Storia

Siamo in Calabria settentrionale, in un corridoio naturale tra il Mar Tirreno e lo Ionio: l'alta valle dell’Esaro. In questa valle, due grotte, uniche nel loro genere, conservano traccia delle abitudini di vita dei nostri antenati più lontani, dalla salute all'arte e dalle fatiche alle pratiche religiose. Il Centro di ricerca speleo-archeologica "Enzo dei Medici" continua tutt'oggi a dimostrarne l'eccezionale importanza scientifica

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nel cuore della Calabria settentrionale, vicino al paese di Sant’Agata di Esaro, a pochi chilometri dalle acque tirreniche, si apre una valle che sembra dimenticata dall’uomo da millenni, attraverso cui si sente spirare la eco di cose antiche: l’alta valle del fiume Esaro. Tutt’attorno le montagne superano i mille metri di quota, la Catena Costiera a sud e il massiccio dell’Orsomarso a nord, rendendo la valle è un vero corridoio naturale tra i due mari, il Tirreno e lo Ionio. Proprio questa posizione strategica, unita a una geologia particolarmente ricca, sembra aver attratto l’uomo fin dalla preistoria.
Sui due versanti opposti della valle, affacciate l’una di fronte all’altra, si aprono due grandi cavità naturali: Grotta della Monaca e Grotta del Tesauro, tra i 500 e i 600 metri sul livello del mare. Queste grotte non sono semplici luoghi di riparo naturali, ma scrigni di cultura che raccontano una storia più antica della Storia stessa - dal lavoro minerario all’arte, dalle condizioni di vita alle pratiche sepolcrali -, che raccoglie gli ultimi 20.000 anni della nostra giovane specie umana.
Durante tutto il secolo scorso si sono succedute diverse campagne esplorative che hanno evidenziato l’importanza archeologica di queste cavità. Prima fu il pioniere della speleologia calabrese Enzo dei Medici ad interessarsene, e, successivamente, gli speleologi svizzeri del "Club Spéléologues du Triangle Rouge" segnalarono la presenza di resti ossei e di manufatti antichi. Attualmente, il Centro di ricerca speleo-archeologica "Enzo dei Medici" ha in corso attività di studio e ricerca volte ad indagare le due cavità seguendo un approccio multidisciplinare che ne continua a svelare l’eccezionale importanza scientifica.

L’alta valle dell’Esaro è un’area geologicamente complessa, segnata da faglie, rocce di natura diversa e intensi fenomeni carsici. Questo ha favorito la formazione di numerose grotte e, soprattutto, la concentrazione di minerali preziosi per le comunità antiche, come gli idrossidi di ferro (usati per ricavare ocra) e i minerali di rame, come la malachite e l’azzurrite. Proprio questa disponibilità di risorse sembra aver spinto, decine di migliaia di anni fa, interi gruppi di esseri umani a frequentare le grotte della valle. Le tracce più antiche risalgono al Paleolitico, quando l’ocra veniva probabilmente utilizzata per scopi simbolici, rituali o artistici.
La svolta determinante di interesse archeologico, però, si colloca tra la fine del Neolitico e l’inizio dell’età del Rame, circa 6.000 anni fa, quando la Grotta della Monaca - una cavità lunga circa mezzo chilometro - diventa un luogo davvero unico nel suo genere. In questo periodo, tra gli scavi prende le forme di una vera miniera preistorica, una delle più antiche e meglio conservate d’Europa.
Nei settori più in profondità e difficili da raggiungere della grotta, gli archeologi hanno trovato evidenze eccezionali delle attività estrattive: cunicoli scavati seguendo i filoni di minerale, strumenti d’osso e di pietra, perfino le impronte lasciate dai colpi degli attrezzi sulle pareti ancora morbide di goethite. Queste tracce sono la testimonianza di un lavoro duro e altamente specializzato.

I minatori preistorici utilizzavano strumenti d'osso e pietra: picconi ricavati da palchi di cervo, palette ottenute da scapole animali e piccoli punteruoli in osso per staccare i frammenti di malachite con una tecnica chiamata "scalfittura". In alcuni punti, lasciarono appositamente pilastri di minerale intatti per evitare il crollo della volta: una dimostrazione di grande conoscenza dell’ambiente sotterraneo.
All’ingresso della grotta, dove arrivava la luce naturale, il minerale veniva poi frantumato e macinato su grandi lastre di arenaria prima di essere trasportato all’esterno.
L’importanza di simili siti è resa eccezionale in particolar modo dalla capacità di mostrarci in un solo luogo il sovrapporsi di periodi storici e abitudini di vita completamente diversi, magari anche lontani tra loro di centinaia di anni. L'utilizzo a fini minerali è documentato dal Paleolitico superiore (circa 20.000 anni fa), fino al Medioevo, ma con un'interruzione significativa durante l'Età del Bronzo. Anche in questa fase, la Grotta della Monaca non perse la sua importanza. Al contrario, gli spazi più profondi e silenziosi della cavità vennero trasformati, durante la media età del Bronzo (II millennio a.C.), in un vasto sepolcreto ipogeo.

Decine di individui furono deposti in piccole camerette naturali ricavate lungo le pareti della grotta. Le sepolture erano collettive e utilizzate per generazioni: gli scheletri si accumulavano nel tempo, accompagnati da vasi con offerte di cibo e bevande, fuseruole legate alla filatura, conchiglie e oggetti di particolare valore simbolico.
Un ritrovamento particolarmente suggestivo è quello dei resti di un cinghiale arrostito, rinvenuti insieme a grandi recipienti: la testimonianza di un pasto rituale celebrato all’interno della grotta in onore dei defunti.
Tra i resti umani, le analisi antropologiche hanno identificato almeno 24 individui, uomini e donne in numero simile. Colpisce l’elevata presenza di bambini, soprattutto neonati e piccoli sotto i tre anni, segno di un’elevata mortalità infantile. Molti infanti mostrano segni di anemia, stress fisico e malnutrizione, probabilmente legati a condizioni di vita dure e a momenti delicati come lo svezzamento. Tuttavia, chi superava l’infanzia raggiungeva generalmente una statura nella norma, segno che le difficoltà non compromettevano sempre la crescita a lungo termine.

Particolarmente interessanti sono poi alcune patologie rare, come possibili tumori e anomalie congenite condivise da più individui, che suggeriscono legami familiari e una comunità strettamente imparentata. Di recente è stato scoperto un caso di incesto, un'unione tra padre e figlia che ha portato alla nascita di una progenie. È il primo caso simile conosciuto nella preistoria e protostoria italiana: interessante non solo dal punto di vista scientifico, ma soprattutto dal punto di vista culturale. Noi oggi diamo un valore negativo all'incesto, ma probabilmente nell'antichità non doveva essere così: gli egizi, ad esempio, lo praticavano per mantenere le discendenze di regalità all'interno di determinati rapporti familiari.
Nei secoli successivi, le grotte dell’Esaro tornarono a essere sfruttate per l’estrazione dei minerali ferrosi. A Grotta della Monaca queste attività più recenti, nei settori più vicini all’ingresso, danneggiarono in parte i depositi archeologici più antichi, tanto che l’attività di sbancamento ha seriamente compromesso la stratigrafia del deposito archeologico. Nella Grotta del Tesauro, al contrario, pur essendo le evidenze archeo-minerarie post-medievali più eclatanti e presentando segni di picconate metalliche su quasi tutte le pareti della grotta, non sembrano aver intaccato il deposito archeologico più antico, consentendo di ottenere preziose informazioni sulle epoche precedenti.
Materiale fotografico da: Centro Regionale di Speleologia "Enzo Dei Medici"













