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Storia | 27 gennaio 2026 | 12:00

Si buttò addosso a due militari per permettere ai coniugi Modigliani di superare il confine ed entrare in Svizzera. Così Joyce Salvadori venne arrestata, soddisfatta

Nel marzo 1943 Joyce Salvadori organizzò l'espatrio della coppia attraverso le montagne dell'Alta Savoia. Un episodio straordinario raccontato da lei stessa in 'Fronti e frontiere' e da Vera Funaro Modigliani in 'Esilio'

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Lione, inverno 1942-43. Emilio Lussu e Joyce Salvadori vivono in clandestinità, braccati dall’Ovra e dalla polizia del regime collaborazionista di Vichy. Lussu non vede l’Italia da tredici anni, da quando, nel luglio 1929, è evaso da Lipari assieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti. Ma è passato tanto tempo da allora: Rosselli è stato assassinato dai fascisti nel 1937, Nitti è recluso in un carcere francese. E col nazifascismo che controlla l’Europa la lotta appare sempre più difficile.

 

Fra i tanti italiani in esilio in terra francese, una coppia corre un grave pericolo: si tratta dell’avvocato Emanuele Modigliani e della moglie Vera Funaro. Classe 1872, socialista di antico corso e deputato per nove legislature, Modigliani è un antifascista integerrimo che ha subito diverse aggressioni per mano fascista. Nel processo per l’omicidio di Matteotti ha rappresentato la parte civile. Vive in esilio in Francia dal 1926. Lui e la moglie sono ebrei. Già una volta Emilio e Joyce hanno tentato di organizzare una fuga in Svizzera, fallita per la repulsione dell’avvocato verso i mezzi illegali necessari per realizzarla. Ma ora non c’è altra scelta per evitare la Gestapo.


Joyce Salvadori Lussu

Joyce, preparati i documenti falsi, va a prelevare i coniugi Modigliani nel villaggio della Garonna in cui si sono rifugiati, ospiti di socialisti francesi. È il 16 marzo 1943. Tutti e tre viaggeranno con identità false: l’avvocato diventa un ex professore di belle arti di nome Denis, Vera diventa Monique e Joyce la loro nipote, una maestra di nome Marie-Thérèse Chevalley, residente a Sallanches, in Alta Savoia. La loro meta è Annemasse, un villaggio poco distante.

 

Il gruppo supera i controlli ferroviari e arriva senza intoppi ad Annemasse. Qui però iniziano le difficoltà. Il piano originario prevede che i coniugi Modigliani passino il confine con la complicità di un doganiere, ma una serie di contrattempi costringe Joyce ad abbandonare questa ipotesi. Si passa allora al piano di riserva: c’è un convento il cui giardino entra in territorio svizzero. Lì alcuni religiosi hanno già fatto espatriare con successo altri fuggiaschi.

 

Tuttavia la sorte sembra accanirsi sui Modigliani: proprio da quella mattina agenti della Guardia di Finanza presidiano il giardino per impedire altre fughe. Anche questa via è dunque preclusa. Il padre superiore dà a questo punto un consiglio a Joyce: possono provare a passare a circa un chilometro dal convento, dove altri hanno da poco tagliato la recinzione.

 

Il gruppo si avvia ma non riesce ad avvicinarsi al varco a causa delle pattuglie italiane e francesi. Joyce decide allora di rientrare ad Annemasse, ma quando sono ormai in paese i tre vengono fermati da due gendarmi francesi. Non è un controllo superficiale e Joyce tenta il tutto e per tutto: spinge i Modigliani verso la casa dove alloggiano e si trattiene coi poliziotti. Rimasta con loro, rivela che sta facendo fuggire i suoi zii ebrei, fa appello al patriottismo, offre del denaro. L’avvocato Modigliani però interviene stroncando il tentativo e rivelando le proprie vere generalità. Sembra il disastro totale, ma alla fine il sangue freddo e l’intraprendenza di Joyce hanno la meglio. Incredibilmente i tre vengono rilasciati


Giuseppe Emanuele Modigliani

L’indomani, dopo un ulteriore scampato pericolo durante un trasferimento notturno, quando vengono fermati da una pattuglia italiana, riprovano: è il 24 marzo 1943. Joyce sa che è l’ultima possibilità di far passare il confine ai Modigliani: hanno attirato troppa attenzione da parte di tutti ormai ad Annemasse. Stavolta devono farcela. Si recano in taxi in un paese distante una decina di chilometri, dove li accoglie il parroco, che li ragguaglia sulle possibilità. C’è un tratto di confine non ancora bloccato dal filo spinato. Basta percorrere mezzo chilometro, attraversare la strada e si è al sicuro, in Svizzera.

 

Joyce e i Modigliani si avviano, ma altri imprevisti incombono: due compagni che dovrebbero precederli per avvisare se la via è libera non arrivano e quando ormai il trio si trovano a circa trenta metri dal confine sulla strada spuntano due soldati italiani. Joyce gioca il tutto per tutto. Prende sotto braccio i Modigliani e scatta in avanti. Poco dopo si stacca dai due e corre verso i soldati, per trattenerli. Quando pensa che la coppia sia ormai al sicuro vede con sgomento che stanno sbagliando strada. "A sinistra! A sinistra!" grida allora in francese prima di buttarsi addosso al primo dei militari.

 

Sono attimi concitatissimi: Joyce afferra uno dei soldati, che si mette a urlare e bestemmiare. Pensa di essere stato aggredito da una pazza. L’altro, accorso, rivela che i due fuggiaschi sono ormai in Svizzera. Joyce è in arresto, colta in flagrante nell’atto di favorire un espatrio clandestino, ma esulta. I Modigliani sono finalmente in salvo.

 

La storia non finisce qui. Come racconta Joyce stessa in Fronti e frontiere, straordinario resoconto della lotta antifascista sostenuta dal 1940 al 1944, da cui è tratto questo episodio, all’arresto seguono per lei dieci giorni di detenzione nelle mani degli italiani. Trasferita a Grenoble assieme ad altre tre donne catturate, viene infine consegnata ai gendarmi francesi. Quando ormai teme che la sua falsa identità venga scoperta, Joyce è rilasciata: il prefetto ha creduto alla sua versione di nipote caritatevole e non ha ordinato ulteriori controlli.

 

I Modigliani rientrarono in Italia nell'ottobre 1944, dopo diciotto anni di esilio. Giuseppe Emanuele, nonostante i problemi di salute, fu membro della Consulta nazionale e quindi deputato all’Assemblea Costituente prima di spegnersi il 5 ottobre 1947. Vera, inseparabile compagna di vita e di lotta, nel 1949 promosse la costituzione dell’Ente per la Storia del Socialismo e del Movimento Operaio Italiano, che oggi è una fondazione intitolata a lei e al marito.

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