"Ho fatto solo il mio lavoro: per molti anni, ma come tanti". Al rifugista Luca Mazzoleni il titolo di "Cavaliere della Repubblica". Dal 1982, è un baluardo umano sul Gran Sasso d'Italia

Nato a Roma, Luca Mazzoleni ha iniziato la sua carriera a diciott’anni, quando ha preso in gestione il Duca degli Abruzzi sul Gran Sasso. Dopo cinque anni si è trasferito al rifugio Franchetti, a 2433 metri sulle pendici del Corno Grande, del quale si innamorò a tal punto che non lo lasciò più. Oggi, sono quasi quarant’anni che si prende cura del rifugio insieme ai suoi collaboratori. L'onorificenza riconosce il suo ruolo di testimone del legame tra uomo e montagna in questo ambiente angusto e meraviglioso

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quando è arrivata la notizia dell’onorificenza, lui per primo non ci credeva molto. "Ho accolto la notizia con molta sorpresa sinceramente. Anche quando ho ricevuto l’invito in Prefettura, ancora non avevo capito". Certo non è cosa da tutti i giorni essere insigniti di un titolo tanto prestigioso: Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Un po’ di incredulità è comprensibile.
Ad ogni modo, Luca Mazzoleni, rifugista da ben quarant’anni, non sembra tipo da montarsi la testa. "Io sono sempre lo stesso. Fa piacere, certo, anche perché poi tante persone mi hanno scritto, si sono complimentate. Ma io ho fatto solo il mio lavoro: l’ho fatto per molti anni, per carità, ma come tanti. Diciamo che evidentemente mi sono fatto voler bene, ecco!".
Nato a Roma e attualmente residente a Pietracamela, Luca Mazzoleni ha iniziato la sua carriera da rifugista nel 1982, a diciott’anni, quando ha preso in gestione il Duca degli Abruzzi sul Gran Sasso. Lo raccontava lui stesso a L’Altramontagna:
"La struttura allora era una 'catapecchia': non c'erano né l'acqua né l'elettricità, né tantomeno la cucina. Me lo affidarono probabilmente perché in fondo non avevano molto da perdere".
Dopo cinque anni al Duca degli Abruzzi, però, Mazzoleni dovette lasciarlo. Fortunatamente, dopo una settimana di lavoro nel vicino rifugio Franchetti, a 2433 metri sulle pendici del Corno Grande, ne rimase stregato; tanto da decidere di prenderlo in gestione l’anno dopo, nell’1988. Se ne innamorò a tal punto che non lo lasciò più. Oggi, sono quasi quarant’anni che si prende cura del rifugio insieme ai suoi collaboratori.
Della sua vita da rifugista ne avevamo parlato in un recente articolo della rubrica ‘Storie dai rifugi’. Oggi, racconta come è cambiato l’andar per monti in tutti questi anni. Ci parla della sua passione giovanile e il progressivo distacco dall’alpinismo, che pure vive indirettamente grazie ai suoi ospiti.
La montagna lo ha accompagnato tutta la vita, non solo dal punto di vista dell’accoglienza, ma in tutti i suoi aspetti. Da profondo amante delle terre alte, le ha vissute in ogni sfaccettatura. "Ho fatto soccorso, ho scalato, ho vissuto sempre in mezzo agli alpinisti". Uno sguardo dall’interno e dall’esterno che si direbbe in qualche modo privilegiato: un occhio quotidiano e disincantato, perché privo di quell’urgenza dell’impresa che caratterizza spesso chi sale in montagna.
Certo, i primi anni, lui stesso era stato affascinato da certe imprese e dal brivido che si trascinavano dietro; forse per questo, ora riesce a capirle in modo così attento. Gli anni Ottanta e Novanta "erano anni in cui si cercava la ‘prima’, la via nuova, la sofferenza. Eravamo molto competitivi, e si faceva anche per la vanità di vedere il proprio nome sulla guida del Touring Club. Ma era anche una bella molla: ti spingeva a fare cose più difficili degli altri". Era un alpinismo costruito sull’avventura, sull’ignoto, sul rischio come componente naturale del gioco.
Oggi, il suo punto di vista è mutato con l’esperienza. "Ho vissuto esperienze personali, ho visto amici morire. Quindi non sopporto molto l’esaltazione del rischio. Non leggo più quasi nulla delle cronache alpinistiche recenti, d’altronde forse non mi sono mai interessate veramente".
L’alpinismo di oggi, sul Gran Sasso e non solo, è comunque un mondo molto diverso. "Prima era un alpinismo più elaborato, c'erano meno mezzi, meno informazioni, meno clamore, per questo era anche molto più duro. Ora invece si va più sulle vie comode, vicino al rifugio, possibilmente attrezzate. L’inverno quasi non esiste più: nessuno va più a farsi le invernali, le grandi vie storiche. Sono sparite". A cambiare le cose è stata anche la sicurezza e le tecnologie a disposizione: "Il telefono, l’elicottero… hanno rivoluzionato tutto. Prima non era solo rischio, era ricerca dell’ignoto, oggi è un po’ tutto più a portata di mano".
Senza dover salire in vetta, certi cambiamenti si notano anche guardando la gente che passa in rifugio. "L’estate c’è chi mi chiede delle informazioni per un quinto grado, ma normalmente scala il terzo: ci sono molti escursionisti più o meno improvvisati. Poi dipende sempre da chi ti trovi di fronte: come rifugista puoi cercare di informare, di consigliare, ma se gli dici di non tagliare il sentiero e ti mandano a quel paese, beh, li ci puoi fare poco".
Il titolo di Cavaliere della Repubblica, si legge, è destinato a destinato a "ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari".
Si può dire, a questo proposito, che Luca ha un’importante responsabilità sociale, come ricettacolo di memorie, come presidio storico, come testimone, negli anni, del rapporto tra uomo e montagna in questo ambiente angusto e meraviglioso.
Con questo proposito, Luca Mazzoleni è impegnato anche dal punto di vista divulgativo. Nel 2024 ha pubblicato il libro Chi apre serra. Una vita da rifugista al Gran Sasso.
"È una banalissima autobiografia, ma anche un libro sulla montagna. È il racconto di un ragazzo che ha cominciato quella vita un po’ per caso e non se n’è più allontanato, legandola per sempre ai rifugi, allo scialpinismo e a quelle rocce".
Lo fa soprattutto per passione, ci spiega: "Mi dà molta soddisfazione far conoscere le mie montagne, il mio lavoro e quello che facciamo anche noi qui in Abruzzo; e poi negli anni ho raccolto molte storie: alcune anche molto divertenti".













