Contenuto sponsorizzato
Attualità | 26 ottobre 2025 | 06:00

"Gli sprovveduti c'erano anche negli anni Ottanta: un tempo arrivavano in scarpette, oggi ci chiedono se abbiamo il garage", Luca Mazzoleni e i suoi 40 anni da rifugista sul Gran Sasso

Non basterebbe un libro intero per raccontare i 40 anni di Luca Mazzoleni sul Gran Sasso, lungo tempo trascorso a gestire rifugi che ora costituiscono punto di riferimento per centinaia di escursionisti: "Nel 1982 mi affidarono una struttura a quota 2.400 senza acqua né luce, in cui ci pioveva dentro. Oggi il mondo e la montagna sono cambiati sotto tanti punti di vista"

scritto da Sara De Pascale
Festival AltraMontagna

Dedicare la propria vita alla montagna non è cosa da tutti. Per Luca Mazzoleni farlo è stata una scelta naturale e conseguente ad un grande amore, quello per le terre alte. Per l'uomo, infatti, il passaggio da escursionista in quota con lo zio e il papà (e con i gruppi Cai) a rifugista è stato rapidissimo: "Avevo 18 anni quando presi in mano il timone del Rifugio Duca degli Abruzzi - esordisce, intervistato da L'Altramontagna -. La struttura allora era una 'catapecchia': non c'erano né l'acqua né l'elettricità, né tantomeno la cucina. Me lo affidarono probabilmente perché in fondo non avevano molto da perdere", ironizza. 

 

Quella al Duca degli Abruzzi fu la prima vera esperienza lavorativa in un rifugio per Mazzoleni: "Avevo lavorato una settimana al Franchetti, di cui mi ero innamorato, ma di rifugi non ne sapevo molto in quanto a gestione: in fondo ero molto giovane". Organizzatosi con la fidanzata di allora, il rifugista approdò così nel 1982 al Duca con quello spirito di adattamento tipico di chi è giovane (e, soprattutto, di chi la montagna la ama davvero ndr)". 

 

"Non avendo l'acqua ci organizzammo con taniche da 25 litri portate in rifugio rigorosamente a spalla, cosa che facevamo anche con i viveri e tutto il resto - prosegue nel racconto -. All'epoca l'idea di approvvigionarsi con l'elicottero non era neanche minimamente concepibile. Quello che ci si riusciva a portare nello zaino lo si aveva: di ciò che non c'era, invece, si faceva a meno". 

 

Il Duca degli Abruzzi negli anni '80 esisteva in quanto struttura fisica ma, essendo stato abbandonato da anni, andava riavviato (e risistemato) in tutto e per tutto: "Non c'erano molti escursionisti in zona allora - fa sapere Mazzoleni -. Fare ripartire il rifugio non fu quindi facile. Recuperato un fornelletto da campeggio e delle bombole, io e la mia ragazza ci organizzammo per cucinare qualche piatto semplice e, sempre a spalla, portammo in quota anche dei mobili per riarredare il Duca, che nel tempo tornò così ad essere un punto di riferimento per chi approdava sul territorio".

 

"Oggi - ammette - è tutta un'altra storia: dopo i lavori di ristrutturazione del Cai, è più che un gioiellino. Quella struttura da me gestita 40 anni fa, in cui ci pioveva dentro, non esiste più". 

 

Una struttura a quota 2.388 metri gestita con grandissima passione per sei anni, fino al 1987, quando per Luca si presentò la possibilità di gestire il suo rifugio dei sogni, il Franchetti: "La mia prima esperienza in quanto rifugista al Duca degli Abruzzi fu tanto bella (e dura) quanto formativa, una palestra di vita non da poco, che tutt'oggi porto nel cuore. A volte mi stupisco di come tutti questi anni siano passati così rapidamente: è incredibile". 

 

"A volte, guardandomi indietro - confessa - cerco di pensare a come facevamo: non c'erano cellulari né telefono fisso. Nemmeno ricordo come ci organizzavamo con le prenotazioni: era davvero un altro mondo". 

 

Un mondo "meno tecnologico", nel quale le montagne erano di certo meno affollate, ma sulle quali, comunque, non mancavano sprovveduti: "Per la mia esperienza, non posso dire che allora non ci fosse gente poco attrezzata: ho fatto parte del Soccorso alpino per anni e gli incidenti c'erano anche allora. Un tempo in montagna c'era meno gente e di conseguenza meno incidenti: oggi le terre alte sono molto più prese d'assalto, anche per via dei social, e questo comporta un maggior numero di interventi dei soccorsi. Anche negli anni Ottanta c'erano escursionisti che in quota si approcciavano con scarpette di tutti i tipi". 

 

Oggi Mazzoleni gestisce il Rifugio Carlo Franchetti, che sorge a 2.433 metri di altitudine, da quasi 40 anni, trascorsi davvero rapidamente: "Pensare che sono qui da così tanto tempo mi fa sentire vecchio - ironizza -. Allo stesso tempo mi sento fortunato a poter avere ancora la possibilità di prendermi cura di questo luogo meraviglioso, incastonato fra pareti d'arrampicata mozzafiato che sono il cuore del Gran Sasso". 

Ma, se è pur vero che di anni ne sono trascorsi diversi, è altrettanto veritiero che alcune cose sono rimaste immutate. Come la volontà di essere autentici e genuini nelle proprie proposte pur cercando, nei limiti del possibile, di accogliere e accontentare tutti: "Al Franchetti io e Paolo (braccio destro di Mazzoleni) proponiamo due primi e due secondi: minestre e zuppe di legumi e cereali, o ancora carne, spezzatino, funghi e polenta. Insomma, piatti veloci che parlano di montagna". 

 

I posti letto in totale sono 24 mentre i tavoli per mangiare soltanto 4 o 5 (a seconda della stagione e del meteo): "Questo significa che non possiamo accogliere centinaia di persone anche se, essendo noi veloci nella gestione dei pasti, riusciamo bene o male a fare sedere tutti e a non lasciare nessuno a pancia vuota - sottolinea -. Questo per dire che sì, sicuramente oggi sul Gran Sasso c'è molta più gente di un tempo ma che, fortunatamente, gli spazi ridotti evitano la possibilità d'essere presi d'assalto".

 

L'aumento di turisti ed escursionisti in zona ha comportato anche il via a diverse richieste assurde: "Ci chiamano non soltanto per chiederci se abbiamo il bagno in camera ma anche per sapere se c'è il garage - fa sapere il rifugista -. L'esperienza mi ha però insegnato a fare il terzo grado a chiunque telefona per capire quanto sono preparati e che consigli dare. Poi, ovviamente, qualche recupero di escursionisti bloccati al buio a mezz'ora dal rifugio ogni tanto tocca farlo". 

 

E prosegue: "Parliamo di persone che affrontano i sentieri del Gran Sasso in estate: in inverno apriamo il Carlo Franchetti soltanto su prenotazione per gruppi esperti o alpinisti - conclude -. Sono grato per quanto è stato: guardando al futuro mi vedo ancora qui, a gestire una struttura che tutt'oggi amo con tutto me stesso". 

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Attualità
| 11 maggio | 19:00
La Procura di Aosta contestava la realizzazione senza autorizzazione di uno scavo trasversale alla lingua del [...]
Storie
| 11 maggio | 19:00
Sant'Anna di Stazzema e Monte Sole sono stati teatri di vicende drammatiche, due stragi con oltre 1300 vittime civili [...]
Storie
| 11 maggio | 18:00
A pochi chilometri dal traffico di Genova, tra il mare e l'Appennino, esiste una montagna che per generazioni di [...]
Contenuto sponsorizzato