"Mi sono stufata di dover esser qualcosa: alpinista, scialpinista, questo o quell’altro. Adesso sono solo io, Tamara". Lunger ospite al Festival de L'AltraMontagna per raccontarsi oltre le scalate e i record

"Ho capito che la gente mi vedeva solo come alpinista, che per loro non ero altro che questo. Allora mi sono rimproverata molto, mi sono resa conto che così avevo trascurato di darmi valore come persona". Venerdì 13 giugno (ore 19:00, Cortile Urbano di Via Roma, evento gratuito) al Festival de L’AltraMontagna - che si terrà a Rovereto - sarà con noi Tamara Lunger. Sarà l’occasione per raccontare la parte di sé ai più rimasta nascosta

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La montagna come via per la libertà e la conoscenza di sé, la montagna come trappola; gli obiettivi sportivi e quelli personali. Ci sono anche questi tra i temi che saliranno sul palco del Cortile Urbano di Via Roma, a Rovereto. Alle 19:00 di venerdì 13 giugno, al Festival de L’AltraMontagna, sarà con noi Tamara Lunger per raccontarci la sua nuova vita oltre l’alpinismo; per parlare di ciò che rimane nascosto dietro alle performance e ai record. In vista di quella data abbiamo fatto due chiacchiere con Tamara, che ci ha concesso qualche anticipazione e confidenza.

Ad oggi, cos’è stata per te la montagna?
La montagna è stata senz’altro una delle maestre più grandi della mia vita, nel bene e nel male. Era un luogo dove giocare, sperimentare, esprimermi, era ed è ancora il massimo per me. Almeno fino al K2 su questo non ho avuto dubbi, ho sempre guardato alla montagna con amore e dedizione, ogni giorno in cui non ero in montagna era un giorno perso. Poi ho capito che la gente mi vedeva solo come alpinista, che per loro non ero altro che questo. Allora mi sono rimproverata molto, mi sono resa conto che così avevo trascurato di darmi valore come persona. Così ho deciso di ripartire da zero, di prendermi cura di me e di valorizzare la mia personalità. In quel momento l’alpinismo l’ho sentito un po’ come una trappola. Ecco perché ora l’alpinismo si è un po’ allontanato da me, o io mi sono allontanata da lui. Perché non volevo essere solo quello, io penso di essere molto altro. In primis una persona con molte passioni. Poi, io tendo sempre a far emergere la mia parte infantile, spesso ho bisogno di sentirmi un po’ una bambina; allora facendo qualcosa di nuovo, come il parapendio, mi si è aperto un mondo, sono tornata ad essere la bambina che, piuttosto che dimostrare, doveva imparare.
Pensando a una vita come la tua, viene in mente un sogno fatto di esplorazione e libertà. Ma nella realtà, quanta parte ha nella vita di un'alpinista la performance e quanta ne ha la scoperta?
Dipende sempre dalla persona che si è. Io fin da bambina avevo la tendenza a spingere i limiti verso l’alto, il bisogno continuo di eccellere. Chiedevo moltissimo a me stessa, la prestazione era molto, molto importante, volevo sempre il massimo. Non era una vita facile perché è come se ogni giorno mi dovessi sempre reinventare la ruota. Spesso mi sono ritrovata a pensare a come sarebbe stato bello avere una vita normale, felice con quello che c’è, e a non dover ogni giorno dare qualcosa di più. Questa sensazione costante di non bastare aveva un peso, e ho sentito di doverci lavorare. Non volevo più andare avanti a non bastarmi. Volevo continuare a dare il massimo, ma con felicità, con la consapevolezza di aver dato il massimo e che va bene così.
Cosa c’è oltre l’alpinismo? Chi è oggi Tamara Lunger?
Io non voglio essere più niente, mi sono stufata di dover esser qualcosa: alpinista, scialpinista, questo o quell’altro. Adesso sono solo io, Tamara, non voglio mettermi in un cassettino. Voglio la libertà di essere tutto o anche niente, a seconda della mia giornata, di come mi sento. La parola che forse mi rappresenta di più ora è soul mountaineer. C’è una parte di anima e una di montagna, che non si escludono, ma coesistono. Ora sento il bisogno di trovare un equilibrio tra il mio polo femminile, l’anima e la profondità, e quello maschile, la fisicità e la potenza. Fino ad ora sono stata sempre ossessionata da questo secondo aspetto della mia personalità, che mi faceva spingere fino allo stremo e annullare quell’altra parte; nel tempo questa forma di repressione mi ha causato sempre più dolore, facendomi stare ogni giorno peggio. Ora mi pongo l’obiettivo di trovare un compromesso tra questi estremi. Poi certo, io amo l’intensità, mi piace essere molto felice e molto triste, ci sto male nell’acqua piatta, quindi ok alle emozioni forti, ma devo trovare loro un equilibrio.
Hai progetti in questo periodo?
Al momento sono impegnata in molte cose. Partecipo a produzioni cinematografiche e mi sto preparando per le gare di hike and fly. Sto anche lavorando a un progetto che sarà per me un nuovo inizio, che non andrà più verso l’alto ma in un’altra direzione. Non vedo l’ora, sicuramente dovrò uscire parecchio dalla mia comfort zone. Per me è tutto molto nuovo, e questo basta a rendermi molto felice.
Tamara Lunger, classe 1986, è cresciuta a San Martino in Campo. Ha ereditato dal padre, alpinista e scalatore, la passione per la montagna che la porterà a soli 23 anni in cima al Lhotse, il suo primo ottomila: è la donna più giovane a raggiungerne la vetta. Da lì in poi abbandonerà l’uso dell’ossigeno nelle scalate. Nel frattempo, dal 2002, aveva intrapreso la strada dello scialpinismo, che le varrà due titoli di campionessa italiana, nel 2006 e 2008. Nel 2014 raggiunge la cima del K2, seconda italiana dopo Nives Meroi. Il tentativo di ascesa sul Nanga Parbat, insieme a Simone Moro, si chiude con la sua rinuncia a 70 metri dalla vetta. Tra 2017 e 2018 apre le porte a progetti di maggiore respiro esplorativo; dal parapendio in Himalaya al trekking in Mongolia. Dopo la tragica spedizione nel K2 del 2021, in cui sono morti cinque alpinisti, Tamara ha attraversato una forte crisi, che l’ha portata a reindirizzare la propria vita verso progetti come Climbing For a Reason, in cui insegna ad arrampicare a bambini e bambine in Pakistan.













