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Storie | 07 novembre 2025 | 08:31

"Quel bianco assoluto, vedere solo la punta degli sci e non riuscire nemmeno a comunicare": quattordici giorni attraverso il ghiacciaio più grande d'Europa

La rassegna del Muse "Dialoghi sul ghiaccio" si chiuderà domenica 9 novembre con la proiezione del docufilm "Ferdasky Glacier Expedition – La traversata del Vatnajökull". Presenti in sala due dei tre protagonisti di quest’impresa, che ha attraversato centosettanta chilometri di ghiaccio in Islanda. Abbiamo intervistato il leader ed ideatore della spedizione, l’esploratore Roberto Ragazzi, che ci ha raccontato le impressioni di due settimane nel colosso bianco in via d’estinzione e il valore anche umanitario del loro viaggio

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Abbiamo attraversato interamente il ghiacciaio dalla sua porzione più estrema, da un punto di vista di estensione, partendo da est e attraversandolo verso ovest nella sua intera lunghezza”.

 

Quattordici giorni e circa centosettanta chilometri attraverso il ghiacciaio più grande d’Europa. Sono i numeri dell’impresa di Roberto Ragazzi, Stefano Farronato e Roberto Fantoli nel Vatnajökull, in Islanda; compiuta tra l’8 e il 21 marzo 2024. La prossima domenica 9 novembre, gli spazi del Muse ospiteranno la proiezione del docufilm "Ferdasky Glacier Expedition - La traversata del Vatnajökull", che racconta proprio l’esperienza dei tre esploratori. L’appuntamento - al quale sarà presente in sala il leader e ideatore dell'impresa Roberto Ragazzi - chiuderà la rassegna autunnale Dialoghi sul ghiaccio

Il Vatnajökull è il primo ghiacciaio europeo per volume, nonché la terza distesa glaciale al mondo per dimensioni. Si estende su una superficie di circa 8.000 chilometri quadrati e misura quasi 1000 metri di spessore nel punto più profondo, con una media di 500 metri, e un volume totale del ghiaccio di 3300 chilometri cubi. Dalla coltre glaciale emergono inoltre una serie di grandi vulcani attivi, tra cui il Oraefajokull (2110 metri), il Bárðarbunga (2020 metri) e il Grimsvotn, che ha la più alta frequenza eruttiva di tutti i vulcani in Islanda.

 

Proprio l’eruzione di uno di questi ha causato delle turbolenze alla spedizione: “A un certo punto della traversata abbiamo ricevuto un warning dal Rescue islandese, per una scossa sismica a 40–50 chilometri da noi. Ci dissero di stare tranquilli, ma proprio in quei momenti il sistema satellitare andò in crash, e per parecchie ore non abbiamo potuto usare il GPS. Abbiamo dovuto tirare fuori la buona vecchia bussola e navigare all’azimut”.

 

Come anticipazione alla visione del documentario, l’esploratore Roberto Ragazzi, ci ha raccontato brevemente le emozioni e le difficoltà provate durante quei quattordici giorni, la solitudine, il rapporto con i compagni e con sé stessi in mezzo al biancore totale del ghiacciaio.

 

Lo scorso 4 novembre è stata diffusa la temuta notizia del ritrovamento dei corpi esanimi dei due alpinisti italiani dispersi dal 31 ottobre sul Panbari, in Nepal. Purtroppo, tra loro c'era anche uno dei tre membri del team di Ferdasky, Stefano Farronato (ne abbiamo parlato in questo articolo). La serata di domenica al Muse sarà senz'altro un'occasione per commemorare l'alpinista e compagno di spedizione appena scomparso.

Perché proprio il Vatnajökull?

 

Io mi definisco sempre un adulto sognatore, nel senso che io ho il mio cassetto dei sogni, e nei sogni c’era anche quello di attraversare questo gigante di ghiaccio. In una precedente esperienza in Islanda avevo sorvolato con l’aereo sopra questo immenso ghiacciaio, in una giornata particolarmente bella e limpida, e sono rimasto ammagliato da questa distesa di ghiaccio bellissima. Mi sono detto: “Un giorno vorrò attraversarlo e toccarlo con i miei piedi e la mia testa.” E quindi, l’anno scorso, si è presentata questa occasione di aprire il cassetto dei sogni e dire: “Quest’anno tentiamo l’attraversata del Vatnajökull”. È nata così, semplicemente come tutti i miei progetti, che nascono sempre dai sogni. Un altro motivo era anche il fatto che questo ghiacciaio, purtroppo, è in estrema sofferenza da un punto di vista climatico e sta perdendo la sua massa glaciale a una velocità estrema. Tant’è vero che la scienza ci dice che nell’arco di cent’anni potrebbe addirittura scomparire. La scomparsa del Vatnajökull, con la sua massa glaciale, significherebbe l’avvio di un cataclisma a livello europeo veramente inimmaginabile, da un punto di vista ecologico e ambientale. E quindi, di seconda battuta, mi sono detto: “Ho la possibilità di andare a vederlo, vado a vederlo prima che sparisca completamente”. Ci tenevo a sentirmi parte di qualcosa di tanto maestoso e allo stesso tempo così fragile.

Cosa significa il nome “Ferdasky”?

 

Ferdaski è un nome islandese che tradotto significa “nuvole viaggianti”.
Il nome vuole far riferimento al ciclo, incredibilmente complesso, della vita di queste nuvole, che nascono sul ghiacciaio, poi diventano acqua o neve, la neve e l’acqua cadono sul ghiacciaio, che da esse si riforma. Nella nostra spedizione, il discorso ambientale si lega anche ad una valenza umanitaria. Io collego sempre ogni spedizione a delle raccolte fondi da devolvere in beneficenza. Penso di essere una persona fortunata, che ha la possibilità di vedere il mondo e di fare queste esperienze; ma ci sono persone o parti del mondo in estrema sofferenza, e quindi mi sembra giusto e doveroso pensare anche a loro. Nello specifico, con questa spedizione al Vatnajökull, il progetto era quello di una raccolta fondi per creare un acquedotto in un piccolo villaggio del Burundi, in Africa, dove 1.700 persone ogni giorno, anziani, bambini, donne, fanno un chilometro e sette per andare a prendere l’acqua e ritornare al villaggio con taniche da 20-30 litri sulle spalle. Io faccio serate dove racconto le varie spedizioni e non chiedo soldi, ma invito chi partecipa a fare una piccola donazione. Tutto ciò che viene raccolto va devoluto al progetto. Oggi l’acquedotto è ormai finito: ora questo villaggio ha finalmente l’acqua.

Come dovremmo immaginarci un viaggio di due settimane attraverso un ghiacciaio?

 

L’ambiente del ghiacciaio è molto particolare, con condizioni ambientali difficili. Ogni ambiente ha le sue criticità. Nel Vatnajökull le criticità principali erano i crepacci e il vento. L’Islanda è un’isola circondata da mari e oceani, quindi soggetta a venti terribili. Noi l’abbiamo toccato con mano: abbiamo avuto condizioni meteo proibitive, e la spedizione è durata 14 giorni proprio a causa di grosse difficoltà meteorologiche che ci hanno rallentato. Abbiamo passato due giorni e mezzo completamente chiusi nella tenda, con vento a 120–130 chilometri orari, impossibile uscire o muoversi. Fortunatamente, la criticità dei crepacci non si è presentata, perché abbiamo avuto condizioni meteo anomale: ogni giorno cadevano da 40 a 60 centimetri di neve fresca, cosa non normale. Questo ha coperto i crepacci rendendo più sicuro il terreno, ma ci ha rallentato. Va considerato che dovevamo trainare la pulka, una slitta islandese nella quale avevamo tutto: cibo, tenda, sacco a pelo, fornello, carburante. La pulka pesava anche 45–55 chili, e trainarla nella neve fresca è stato massacrante. Alcuni giorni percorrevamo solo cinque-sei chilometri in dieci ore di cammino. In più, c’era una nebbia costante, un ‘white out’ totale: non abbiamo visto nulla per 14 giorni, se non il bianco accecante e fastidioso. Era come essere immersi in una bottiglia di latte per due settimane. Tutto il bello che dovevamo vedere, non siamo riusciti a vederlo.

Dal punto di vista mentale, come ci si prepara a giorni e giorni di totale biancore?

 

Mentalmente, è stato molto stressante; anche perché come team leader avevo la responsabilità degli altri due. Quel bianco assoluto, vedere solo la punta degli sci e nient’altro, è stato alienante. Io lo paragono a un’altalena: momenti in cui sei su, galvanizzato, e momenti in cui scendi giù nel baratro. Allora ti chiedi: “ma chi me l’ha fatto fare?”. È un continuo su e giù. Come ti prepari? Ti prepari lì, sul posto. Sono condizioni che non puoi ricreare in allenamento. Devi saper gestire la situazione e uscirne. Bisogna stare bene con sé stessi, perché lì fondamentalmente sei solo, anche se ci sono gli altri: con il vento, la neve, non riesci neanche a parlare, non comunichi affatto. Se hai un tuo equilibrio e ti conosci, ne vieni fuori. Se hai scheletri nell’armadio, può diventare davvero pesante. Ascolta il tuo corpo, ma non dimenticare la tua mente: quello che fa la differenza è la mente. Si molla di testa, non di fisico. È lì che bisogna lavorare. Io lo dicevo sempre al team nei momenti di difficoltà: “o dimezziamo l’obiettivo, o raddoppiamo l’impegno”. Punto. Non c’è altra possibilità. C’è un problema? Dobbiamo trovare soluzioni, non lamentarci.

Cosa resta da un’impresa simile, dopo quasi due anni? Ne sono nati nuovi progetti?

 

Io ho chiuso la spedizione del Vatnajökull definendola con tre aggettivi: incredibile, stimolante e tosta. È stata una bellissima esperienza, un sogno realizzato che ci ha messo alla prova. Lì ti rendi conto che la natura è estremamente leale: chi ha capacità e sa gestirsi, va avanti; altrimenti si ferma. La natura è severa ma giusta. Non importa essere belli, magri, allenati, o di una certa fede o colore politico: sulla linea di partenza siamo tutti uguali. Chi è capace, va avanti; altrimenti si ferma.

Quell’esperienza ha presto fatto maturare in me la volontà di ampliare il progetto: si chiama The Last Line, e ha l’obiettivo di attraversare gli altri due grandi ghiacciai islandesi, l’Hofsjökull e il Langjökull. L’obiettivo è portarli a termine tutti e tre: se ci riusciremo, sarei tra i primi italiani a completare quest’impresa. La spedizione è prevista per febbraio-marzo 2026.

 

La proiezione, così come gli altri appuntamenti della rassegna Dialoghi sul ghiaccio, è in programma nello spazio Agorà del Muse (Trento) alle ore 18, con ingresso gratuito e prenotazione su Ticketlandia. Sul sito del Muse sono disponibili tutte le informazioni e il link per prenotarsi. 

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