"Si stupivano del nostro desiderio di ripararci alla prima pioggia: loro sono abituati a lavorare per stagioni intere esposti alle intemperie". Dalle pendici dell'Etna una storia di cura del bosco e di integrazione

Vi raccontiamo la storia del Laboratorio di Selvicoltura organizzato dal Consorzio di cooperative sociali Il nodo al Bosco della Capinera, in provincia di Catania. Un'iniziativa che ha permesso di realizzare opere di ripristino forestale e antincendio formando al lavoro forestale alcuni giovani migranti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Pendici dell’Etna, provincia di Catania, Bosco della Capinera: un luogo legato indissolubilmente al nome del grande Giovanni Verga. Un’ex area agricola, oggi riconquistata dal bosco, da ripristinare e in cui realizzare urgenti opere antincendio. Un dottore forestale appassionato e un gruppo di ragazzi che hanno raggiunto l’Italia da altre aree del mondo, con l'idea di investire qui la loro vita. Così può iniziare questa storia, un racconto che ci fa comprendere come il lavoro in bosco, e più in generale nei territori rurali e montani, può rappresentare un’occasione di integrazione, di crescita e riscatto.
È la storia del “Laboratorio di Selvicoltura”, che ci è stata raccontata da uno dei suoi protagonisti: Salvatore Vinciguerra, tecnico forestale siciliano che da sempre lavora e lotta per la valorizzazione dei territori aggrappati alla Muntagna.

“Tutto ha avuto inizio due anni fa”, ci racconta Salvatore, “quando il Consorzio di Cooperative sociali Il Nodo, l’Associazione Chiaria APS e la Cooperativa Sustanza hanno ottenuto in concessione dal Parco dell’Etna il Punto Base per l’escursionismo n. 20, noto come Case della Capinera. L’area è legata a Storia di una capinera, romanzo epistolare di Giovanni Verga che ambienta proprio qui la vicenda, descrivendone luoghi e atmosfere. Una volta ricevuta la concessione, è stato naturale pensare innanzitutto al recupero dell’area boscata, che si trovava in uno stato di completo abbandono. Rovi e arbusti ne impedivano la fruizione e costituivano un grave rischio di innesco incendi. Ma per intervenire rapidamente, prima dell’inizio della stagione estiva, il solo volontariato non bastava”.
Così, grazie all’esperienza del Consorzio Il Nodo, già attivo in altri laboratori sociali, è stato scelto di promuovere la cura di questo bosco facendolo diventare, al tempo stesso, il cuore di un progetto di formazione dedicato a giovani migranti, di cui Salvatore è diventato “il maestro”.
“Condurre il Laboratorio di Selvicoltura è stata per me una sfida, ma anche l’occasione per dimostrare che gli interventi selvicolturali, troppo spesso erroneamente associati al disboscamento, sono in realtà strumenti fondamentali per recuperare aree degradate come quella del Bosco della Capinera. Allo stesso tempo, il Laboratorio mi ha messo di fronte a un’esperienza completamente nuova: il contatto con ragazzi minorenni di origine straniera, africana”.

Il Bosco della Capinera è un ceduo invecchiato, dominato da leccio e roverella. All'interno si trovano ampie terrazze con muretti a secco, testimonianza di antiche coltivazioni, in particolare di vigneti. Tra le prime attività, è stata realizzata una fascia parafuoco larga circa 25 metri lungo tutto il perimetro del bosco. In seguito si è lavorato a diradamenti, per indirizzare il bosco all'alto fusto, forma di governo adatta alla sua principale vocazione attuale, la didattica ambientale. Il prossimo progetto sarà l’impianto, nelle aree terrazzate, di un piccolo orto-frutteto montano, con l’obbiettivo di recuperare antiche varietà locali.
Tanto del lavoro, sotto la guida attenta di Salvatore, è stato svolto dai ragazzi partecipanti al Laboratorio, che hanno utilizzato questo progetto per la propria formazione, indirizzata all’accompagnamento verso il mondo del lavoro. Questo laboratorio, infatti, al pari di quelli dedicati all'agricoltura, alla manutenzione edile, alla pulizia industriale e alla ristorazione, rappresentano un modello di alfabetizzazione alla cultura del lavoro e sono pensati come anticamera formativa all'ingresso nel mondo del lavoro stesso.
“All’inizio per me erano semplicemente ragazzi stranieri”, spiega Salvatore, “col tempo però ho imparato conoscerne storie, provenienze, caratteri. Ogni persona porta con sé un mondo, anche se arriva dallo stesso Paese. Mi hanno colpito tante loro abilità. Sono forti, e hanno un sapere pratico forse interiorizzato fin da piccoli. Ci sono stati anche momenti di confronto culturale. Per esempio, non comprendevano attività come le pratiche di forest bathing. Molti di loro sono cresciuti in villaggi circondati da foreste, da cui si ritrae tutto il necessario per vivere. Ho dovuto spiegare loro il perché da noi il bosco è oggi anche uno spazio simbolico, terapeutico. Alcuni facevano fatica a capire perché non dovessero uccidere i serpenti, visti come pericolosi nel loro contesto. Oppure si stupivano del nostro desiderio di rientrare al riparo alla prima pioggia, mentre loro sono abituati a lavorare per stagioni intere esposti alle intemperie, nelle terre del caffè. Un’altra cosa che mi ha colpito è che pochissimi di loro sono abituati ad esplorare i boschi per piacere. In realtà, col tempo hanno imparato il benessere procurato dal bosco e tutte le volte che salendo da Catania arrivano fin qui, ora si sentono rigenerati. Tra loro ci sono menti brillanti, capaci di risolvere problemi con creatività. Sono ragazzi semplici, diretti e con un grande rispetto per gli adulti. Da ognuno ho imparato qualcosa”.

Il lavoro svolto finora è stato molto apprezzato, sia dalla comunità locale che da chi raggiunge il bosco da lontano. Sono arrivate anche numerose richieste per la gestione di terreni e aree boscate delle vicinanze, segno che le attività finora svolte sono state percepite come utili e funzionali allo sviluppo territoriale.
“Sebbene la Sicilia non sia tra le regioni più boscate, c’è molto da fare, sia in bosco che fuori”, spiega Salvatore, “intorno al Bosco della Capinera, ad esempio, esistono vaste aree abbandonate che necessitano di presidio e ri-coltivazione. Negli ultimi decenni non c’è stato ricambio generazionale all’interno dell’ex Azienda Foreste (oggi Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale della Regione Sicilia), che gestiste storicamente sia i boschi demaniali che, in parte, quelli comunali. Inoltre, mancano imprese specializzate nella gestione dei boschi privati. Se oggi non iniziamo a formare nuove maestranze, tra qualche anno non avremo più personale qualificato. Questo porterà ad un crescente abbandono, al degrado del paesaggio, all’accumulo di rifiuti e all’aumento del rischio incendi”.
Provando a rispondere a questa profonda e attualissima esigenza, il Laboratorio di Selvicoltura inaugurato sulle pendici dell’Etna vuole essere, come chiosa Salvatore: “Un piccolo seme per un futuro diverso: un futuro in cui la montagna torni a essere un cuore pulsante, capace di connettere paesaggi, comunità e identità. Un futuro in cui nuove mani e nuove storie potranno contribuire a prendersi cura del territorio”.
Le immagini sono tratte da questo video, in cui Salvatore Vinciguerra racconta la sua esperienza:













