"Un turismo che viaggia a 3 chilometri all’ora": da itinerario dimenticato a uno dei cammini più amati d’Italia, la rinascita della Via Vandelli

Giulio Ferrari è l’uomo che, come il filologo con i testi antichi, ha riportato alla luce la storica "Via Vandelli", restituendole dignità e visibilità e rendendola nuovamente protagonista del territorio che attraversa. In questa intervista abbiamo raccolto alcune riflessioni e – perché no – uno stimolo al dibattito sul ruolo delle aree interne della nostra Penisola

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Dopo circa tre secoli di oblio, la via Vandelli, la madre di tutte le strade moderne, è tornata a essere una celebrità. Che la certificazione di “cammino a valenza interregionale” (ne abbiamo parlato in QUESTO ARTICOLO) sia prima di tutto – absit iniuria verbis – una bella operazione di marketing territoriale, non c’è alcun dubbio. Le terre alte hanno bisogno di essere conosciute e valorizzate. E noi per primi crediamo lo si debba fare in un modo nuovo, più consapevole e sostenibile rispetto al passato.
Giulio Ferrari è l’uomo che, come il filologo con i testi antichi, l’ha riportata alla luce restituendole dignità e visibilità e rendendola nuovamente protagonista del territorio che attraversa. Dalla sua vivavoce alcune riflessioni molto interessanti e – perché no – uno stimolo al dibattito sul ruolo delle aree interne della nostra Penisola tornate d’attualità e prepotentemente al centro del dibattito politico nazionale. Lo abbiamo intervistato.

Giulio Ferrari, la via Vandelli entra nel Circuito regionale dei Cammini e delle Vie di pellegrinaggio dell’Emilia-Romagna. E adesso?
La Vandelli è uno dei cammini più camminati e amati d’Italia. È importante questo riconoscimento perché permette agli operatori del territorio di accedere a tutti i benefici che spettano a chi ha attività su cammini ufficiali. È fondamentale anche per la nostra associazione Via Vandelli Aps, che vede riconosciuto il suo ruolo nella gestione e promozione del cammino: potremo infatti partecipare agli appuntamenti fieristici a fianco degli altri percorsi dell’Emilia-Romagna e concorrere ai fondi destinati a questo tipo di turismo. Ci auguriamo che presto si attivi una convenzione tra i Comuni, le Province e la nostra associazione per la manutenzione dell’infrastruttura.
Com’è nata la “Guida alla via Vandelli” e cosa ti ha spinto ad iniziarne la scrittura?
Ben prima della guida pubblicata per Terre di mezzo, la sua riscoperta è partita come un desiderio personale. Nel 2016, al compimento dei miei 40 anni, volevo fare qualcosa di speciale, che per me era camminare tutta la strada che da Modena arriva a Massa, fino al mare. Sono nato a Montale, in provincia di Modena, proprio sulla via Vandelli. Dopo un anno di ricerche di archivio e sopralluoghi sul campo, ho rimesso insieme tutti i pezzi di questa straordinaria arteria settecentesca. E così, nel 2017, ho realizzato il mio sogno: camminare per la prima volta dopo secoli questa meravigliosa strada, dall'inizio alla fine. Nel 2018 è uscito il mio diario di quel viaggio 'La Via Vandelli. Antica strada, nuovo cammino’ e nel 2021 la prima edizione della ‘Guida alla Via Vandelli’ che ha portato migliaia di viandanti sul suo meraviglioso percorso.
Hai incontrato ostacoli nel lavoro di ricerca e valorizzazione del cammino?
Il lavoro di ricerca è stato spinto dalla pura passione, gli ostacoli sono diventati sfide entusiasmanti. Da bravo fisico, mi sono fatto guidare dallo spirito scientifico, un po' come Domenico Vandelli, matematico e ingegnere che ha la paternità progettuale della strada. La promozione è andata benissimo fin da subito. Nei primi anni mi hanno chiamato a fare decine e decine di conferenze di presentazione e sono sempre state tutte partecipatissime. Le difficoltà sono iniziate quando ho cominciato un discorso di sistema con gli enti pubblici: alcune volte sono stati ricettivi, altre volte hanno frapposto impedimenti dal mio punto di vista poco comprensibili, ingessati forse dalla troppa burocrazia. Per fortuna durante questa avventura ho incontrato il presidente del Fai di Modena che si è dedicato, con un’energia pari alla mia, a promuovere la via Vandelli come un bene culturale.

Che ruolo hanno giocato le comunità montane nell’accoglienza di questo progetto? Può la via Vandelli contribuire alla rinascita culturale ed economica delle terre alte?
Le comunità montane hanno goduto grandemente del beneficio portato da questo cammino. Paesi che negli anni Ottanta e Novanta vivevano di turismo, oggi scomparso, hanno potuto sopravvivere grazie ai novelli pellegrini. Alberghi e pensioni hanno continuato a lavorare invertendo un destino di chiusura già scritto, nuovi B&B hanno aperto, tanti giovani hanno cominciato a creare lungo il percorso negozi di alimentari e generi di prima necessità. È un circuito positivo e virtuoso e la risposta delle comunità è stata ottima, anche se ci sono ancora molti margini di miglioramento. Il viandante ha bisogno di servizi particolari per cui servirebbero un po’ di formazione per chi lavora su questa via e l'elasticità, per esempio, di allungare i periodi di apertura degli esercizi anche in periodi tradizionalmente scarichi. Non dimentichiamo che la via Vandelli, tra gli altri benefici, sta portando alla destagionalizzazione del turismo.
Come evitare che l’appeal turistico comprometta l’equilibrio ecologico e sociale delle terre alte?
Il turismo dei cammini porta una categoria un po’ speciale di turisti: i viandanti. Per definizione non si tratta di un turismo mordi e fuggi, ma di persone che per giorni stanno in un territorio, disposte a portarsi sulle spalle uno zaino pesante, su e giù per gli Appennini, partendo presto la mattina. Un turismo che viaggia a 3 chilometri all’ora, per cui una fontana fresca è oro e un saluto accogliente da parte degli abitanti è un’iniezione di pura energia. I camminatori sono di sicuro molto meno impattanti delle incursioni in moto o in fuoristrada che in alcuni tratti affliggono anche la Vandelli. Dopodiché, ci possono essere anche lati negativi dovuti alla risonanza che la Via Vandelli ha ottenuto negli ultimi anni, ma il fatto che si tratti di un cammino che fa selezione con i suoi più di 170 chilometri (o 150 per chi parte da Sassuolo) e i suoi 5.500 metri di dislivello, aiuta molto a limitare l’afflusso di chi scatta un selfie e scappa via.

Chi si avventura oggi sulla Vandelli?
Avventurarsi: hai usato il verbo giusto. La via Vandelli, per quanto tracciata, ben servita e molto popolare, rimane un'avventura. Il cammino è percorso da tutti, cioè da uomini e donne dai 7 ai 70 anni e oltre, letteralmente. Si tratta di persone che vogliono compiere una piccola impresa, che vogliono mettersi alla prova, pur senza rischiare mai. Perché la Via Vandelli con il suo dislivello e la lunghezza delle tappe, mediamente sui 20-25 chilometri, spinge il camminatore a prepararsi per godersi al meglio le tante attrazioni del cammino. Attira chi ama la storia oltre che la natura, attira chi vuole camminare sul percorso di una vera strada settecentesca e vedere con i propri occhi il selciato originale in sasso, chi ama affacciarsi sulla soglia delle vecchie osterie, attraversare paesi e borgate che raccontano storie di partigiani, di donne che trasportavano il sale, di Duchi e condottieri, di un ducato come quello Estense che ha ancora tanto da raccontare.
La via Vandelli tra dieci anni.
Vorrei che non rischiasse più di finire nell’oblio, sotto la polvere dei secoli. Mi piacerebbe che le comunità locali se ne prendessero cura, per il monumento che è. Salvaguardandola dai pericoli che ancora incombono, come la distruzione di quanto rimane del selciato settecentesco da parte di mezzi pesanti o la minaccia delle cave di marmo che tra le Apuane insistono attorno al suo tracciato. Con la nostra associazione Via Vandelli Aps abbiamo messo in piedi una bella collaborazione con il Fai, come già detto, e anche con le sezioni locali del Club Alpino Italiano, che sono cinque, quella di Modena, Sassuolo, Pavullo nel Frignano, Castelnuovo di Garfagnana e Massa. Voglio pensare che la sinergia di tutti questi volontari, che sono anche i più competenti attori sul panorama nazionale per quanto riguarda cultura, ambiente ed escursionismo, possa preservare la sua bellezza. Tra dieci anni sono convinto che saranno tantissime le persone che ne serberanno un carissimo ricordo, per averla percorsa come cammino, e che quindi contribuiranno a raccontarla e a proteggerla.
Cosa ti colpisce del modo in cui le terre alte, il nostro Appennino, stanno cercando ‘nuove strade’ per il futuro?
Sono nato in pianura e sono sempre colpito dall’orgoglio e dalla testardaggine di chi abita le aree interne. Ci leggo tanta voglia di difendere il proprio territorio, ma anche una diffidenza verso qualsiasi iniziativa che venga dall’esterno. È certo che chi abita e resiste in quei luoghi merita la riconoscenza di noi tutti per aver mantenuto vivi territori che altrimenti sarebbero abbandonati. Al contempo bisognerebbe essere capaci di abbracciare le proposte anche di chi scopre quei territori dall’esterno e spassionatamente crea opportunità di sviluppo e riscoperta. Il mio caso è uno di questi. E in fondo è anche l’insegnamento della via Vandelli, che da secoli attraversa luoghi diversi e difficilmente raggiungibili, collegando le persone e favorendo la contaminazione. È dalle differenze che nascono le opportunità più fertili di rinascita. Proprio come è rinata la via Vandelli.














