''Stipendio fisso'' per i consiglieri comunali: se facciamo loro i conti in tasca il guadagno è di circa 20mila euro. Poco? Tanto? Speriamo riescano a meritarselo

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Sul “Dizionario Italiano” (De Mauro) la definizione un poco diverte. “Fare i conti in tasca” vuol dire “cercare di dedurre con curiosità maleducata quale sia la disponibilità di denaro di qualcuno”. Sarà anche maleducato ma quando si parla di politica (e dei politici di ogni ordine e soprattutto grado) fare i conti in tasca è un esercizio utile. Anzi doveroso. Altro che maleducazione: in ballo ci sono l’etica, la morale e anche il discrimine tra un virtuoso preoccuparsi della cosa pubblica ed un comprensibile ma in ogni caso inaccettabile menefreghismo. Così un progressivo sentimento di distacco degli elettori svuota le urne ma riempie, comunque, le istituzioni: di furbate. E troppo spesso di ingiustizie.
Facendo i conti in tasca a chi, su mandato degli elettori, è chiamato ad amministrare si rischia il masochismo. Ovunque si guardi – qualsiasi istituzione si provi ad analizzare – si è condannati ad un impotente improperio. Perché? Perché è abnorme lo stipendio dei consiglieri provinciali (e regionali). Perché la loro Autonomia è sempre più perniciosamente iniqua. Tutto è assurdo. Tutto è ingiustificato. Tutto è offensivo. Nel calendario dell’ingordigia ogni tot di mesi la paga dei consiglieri regionali s’ingrossa di scatti e arretrati. Viva l’ipocrisia, compresa quella di chi finge di schernirsi ma alla fine incassa.
No, non c’è speranza: non si ha nemmeno il tempo di scandalizzarsi di un aumento dei consiglieri provinciali (e regionali) che la consorteria del privilegio ne inventa altre. L’ultima trovata – già una realtà dal prossimo gennaio – è la trasformazione dei gettoni di presenza dei consiglieri comunali di Trento (a Bolzano sono arrivati prima) in stipendio fisso: 1200 euro al mese, più altri duecento che vanno ad ogni capogruppo. Poteva mai il passaggio dai gettoni allo stipendio lasciare inalterati i guadagni? No, ovviamente no. A chi tra i consiglieri comunali del capoluogo non solo non prova imbarazzo ma contrattacca al motto “non cambia niente” è bene provare a replicare. Non servono vane considerazioni argomentate (ce ne sono a iosa): bastano le cifre.
Nella scorsa legislatura (2020/2025) un consigliere comunale diciamo così “modello” (per presenza e costanza di lavoro dentro e fuori l’aula) ha ricevuto (con i gettoni) 32.624 e spiccioli netti. A parità di sedute (di consiglio e di commissione) con il lordo annuo garantito dalla novità dello stipendio a 1200 euro al mese il netto - in cinque anni - diventerebbe 55.400 euro. La differenza tra il prima ed il dopo diventa di 22.815 euro e spiccioli: bruscolini sì, ma ricoperti da una patina d’oro. Naturalmente i contabili del “ma non esageriamo” si prodigheranno in distinguo. Per i più indistinguibili. Diranno che il raffronto è impossibile. Si aggrapperanno al tema della tassazione con fare professorale (nel conteggio di cui sopra l’ipotesi di tassa è al 23 per cento).
Legittimo: ma chi pagasse più tasse – se il fisco non inganna – lo farà perché i suoi introiti da lavoro extra consiglio comunale e da proprietà sono più alti. Insomma, c’è poca trippa per le giustificazioni dei gatti di un Vicolo Miracoli che va da Piazza Dante (Provincia) a Palazzo Thun (sede del consiglio comunale). Ma di demoralizzante c’ è anche dell’altro. A meno di ripensamenti che al momento non sono all’ordine del giorno, l’emendamento sullo “stipendio” dei consiglieri comunali votato in Regione (la proposta Gerosa, che di nome fa Francesca ma che in questa sua norma è poco Francescana) pare preveda lo stipendio fisso anche ad agosto. Il mese in cui – notoriamente – i consigli comunali abbondano. Naturalmente qualche Pinocchio che si crede maestro di minimizzazioni proverà a confondere (più sé stesso che la pubblica opinione) ipotizzando che con lo stipendio fisso ci potranno magari essere più riunioni che nel passato senza l’aggravio di cassa della moltiplicazione dei gettoni.
Chi vivrà vedrà, ma ci si permetta di dubitare su una esplosione dell’impegno istituzionale allo scopo di meglio onorare lo stipendio. Ed egualmente ridicola è la teoria – purtroppo già manifestata da qualche veterano del consiglio comunale di Trento – che non c’è da preoccuparsi per il mese “regalato” (l’agosto) che sarebbe compensato da un maggior numero di riunioni verso la fine dell’anno. Il calendario (e la somma finale degli incassi) diranno quanto possono allungarsi senza vergogna i nasi dei suddetti Pinocchio. Se la vergogna venisse giudicata termine spropositato, ecco un termine un po’ meno pesante: imbarazzo. Sì, un minino di imbarazzo deve aver colto un certo numero di consiglieri comunali di Trento quando tempo fa fu ipotizzato il passaggio dal gettone allo stipendio. Pare si siano posti il problema di una reazione senza applauso della comunità già ampiamente schifata dall’ingordigia dei consiglieri provinciali. Pare che dal Comune alcuni consiglieri abbiano chiesto alle minoranze del consiglio regionale (che ha votato la norma) di marcare qualche differenza. La differenza? La solita: un macigno di gommapiuma. E cioè l’astensionismo sull’emendamento Gerosa di Pd e Campo Base che nei fatti null’altro significa se non “fate voi” alla maggioranza. Ha detto no, per quanto riguarda i trentini, solo Degasperi. Un'Onda anomala.
Meglio tornare – per disperazione – al tema stipendio. Meglio insistere con un concetto più importante delle miserie sui calcoli, focalizzandosi sul “messaggio” che lo stipendio ai consiglieri comunali rappresenta in un’epoca in cui l’equazione politica-soldi provoca sempre più diffuse infiammazioni biliari. Nel paleolitico la scelta di fare politica, di mettersi al servizio della comunità, era forse meno legata al “quantum”. Nessuno nega che ci debba essere un riconoscimento (anche economico) per chi si spende “oltre il suo lavoro” per la sua comunità. Già l’aumento (per altro piuttosto recente) della consistenza dei gettoni (130 euro a consiglio, 60 a commissione) lasciava irrisolvibile il problema dell’individuazione di chi si impegna davvero rispetto a chi “tira a campare” (o, meglio, a votare senza mai aprire bocca, senza mai fare proposte, rimanendo felicemente anonimo per intere legislature).
Ora lo stipendio (che si assomma a quello del lavoro) altro non può se non rafforzare l’idea di una politica come “affare” (indipendentemente dall’onestà e dalla dedizione di ciascuno) che s’allontana sempre più sideralmente dalla realtà. Un’idea che esiste. Che cresce. Che allontana. Che si nutre di comprensibili generalizzazioni (“li muove solo l’interesse”) e relega ad amara disillusione la nobiltà di una politica fatta per passione e per “servizio”. Su tutto questo non c’è dibattito, non un accenno (pubblico, non privato) di dubbio, di ripensamento e tanto meno di rinuncia. È così che tutto passa come “normalità”, compresi ulteriori aumenti di stipendio per sindaci ed assessori (il 20 per cento) compresi nel “pacchetto” approvato in Regione. Nel sentire comune - ormai quasi totalizzante - l’unico interesse per la politica sta diventando il vocabolario degli insulti per come e per quanto la politica non s’accontenta (di guadagnare).
Chi lo ricorda (amaramente) è populista? È invidioso? Non capisce? Provoca? Sarà, ma se ne riparlerà il giorno in cui alle elezioni ci saranno più candidati (bravi a farsi i conti in tasca) che votanti. Sperando davvero in una smentita sonora azzardiamo: quel giorno non è poi così lontano.












